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Recensione: Man on Wire

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Man on Wire
titolo originale Man on Wire
nazione Gran Bretagna
anno 2008
regia James Marsh
genere Documentario
durata 90 min.
cast P. Petit (se stesso) • J. Blondeau (se stesso) • A. Allix (se stessa) • D. Forman (se stesso) • J. Heckel (se stesso) • A. Welner (se stesso) • J. Moore (se stesso) • B. Greenhouse (se stesso) • A. Campbell (Annie) • P. McGill (Philippe) • A. Haskell (Jean-François) • D. Demato (Jean-Louis) • D. Frank (Alan)
musiche J. RalphM. Nyman
fotografia I. Martinovic
montaggio J. Godfrey
uscita prevista

 non ancora disponibile 
media voti redazione
Man on Wire Trama del film
Il 7 agosto 1974, il giovane francese Philippe Petit camminò su una corda sospesa a 1,350 piedi di altezza tra le Twin Towers del World Trade Center. La sua performance durò tre quarti d'ora, fin quando fu arrestato per quello che verrà ricordato come "il reato artistico del secolo".

Recensione “Man on Wire”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8)
Uomo su fune; il reato artistico del secolo, e dopo più di trent’anni la dimostrazione di come possa un documentario su un evento del quale, a priori, non importa a nessuno, interessare, coinvolgere ed emozionare.
Man on Wire” viene presentato dal suo produttore come il documentario più bello di sempre: è pubblicità, ma in rari casi è stata così vicina ad esprimere la realtà. L’opera di James Marsh, che ripercorre il capolavoro del funambolo Philippe Petit, è di un’intensità che nulla ha di ordinario. Per oltre mezz’ora rapisce, si concede un momento di relax nella preparazione del “colpo” e torna di nuovo a salire, su livelli impensati, impensabili come i 450 metri dal suolo di quel cavo teso tra le due torri gemelle. Il prologo è a dir poco perfetto, con la sola musica ad accompagnare il racconto diretto dei protagonisti di quell’impresa, senza alcuna presentazione: prende forma, cronologicamente, qualcosa di affascinante e pericoloso, illegale ed artisticamente incomparabile, in una parola sublime. Soltanto dopo viene spiegata l’impresa, conosciamo Philippe e vediamo la sua danza tra le due torri di Notre Dame. E’ commovente, ed è solo la prima mossa.
Ciò che fa scattare qualcosa dentro lo spettatore non è tanto la bellezza estetica del gesto, quanto le sensazioni fortissime che tutti, a tanta distanza e con una vita intera di mezzo, provano e riescono a comunicare nel raccontarne la preparazione e l’esecuzione. Cresce la suspense nonostante il finale sia noto, o quantomeno prevedibile: tutti quanti, e non sono poche persone, rivivono quegli eventi mentre li raccontano.
L’alternanza tra testimonianza diretta e immagini d’epoca costituisce il racconto che James Marsh fa di questa follia: sembra un miracolo, e sembra di viverlo di nuovo.
Presentato il 24 ottobre 2008 al Festival di Roma nella sezione “L’altro cinema / Extra”, si tratta della prima proiezione all’estero per questo documentario; a quella data non ha ancora distribuzione, ed è un peccato.
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