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Recensione: Vincere

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Vincere
titolo originale Vincere
nazione Italia / Francia
anno 2009
regia Marco Bellocchio
genere Drammatico
durata 128 min.
cast G. Mezzogiorno (Ida Dalser) • (Benito Mussolini) • C. Invernizzi (Dottor Cappelletti) • F. Russo Alesi (Riccardo Paicher) • M. Cescon (Rachele Guidi) • P. Bellocchio (Pietro Fedele) • P. Pierobon (Giulio Bernardi)
sceneggiatura M. BellocchioD. Ceselli
musiche C. Crivelli
fotografia D. Ciprì
montaggio F. Calvelli
uscita nelle sale 20 Maggio 2009
media voti redazione
Vincere Trama del film
"Vincere" ricostruisce la storia di Ida Dalser, con la quale il Duce ebbe un figlio, Benito Albino Mussolini, che fece internare a Milano dove morì nel 1942. Ida Dalser muore a Venezia nel 1937, in manicomio.

Recensione “Vincere”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8)
La chiesa è la sola madre che i fascisti ancora temono

C’era molta attesa per “Vincere”: una storia d’amore, d’accordo; la violenza nei confronti di una donna e di suo figlio, la forbice tra una verità ufficiale e quella reale. Ma l’attesa era per il genere di guanti che avrebbe indossato Bellocchio nel maneggiare la storia privata di Benito Mussolini e, sullo sfondo, trent’anni di storia collettiva. La paura era che non prendesse posizione, limitandosi ad una traccia storica sulla quale muovere Benito e Ida come i due protagonisti di una qualsiasi tragedia.
Bastano pochi minuti di “Vincere” perché passi ogni dubbio: Bellocchio ha fatto un film a tratti imponente, affiancando tanto nelle inquadrature quanto nei dialoghi il suo punto di vista a quello prettamente storico. Non sono Milano o Trento a contenere la vicenda, ma è l’Italia di inizio secolo, fatta da italiani guidati come pecore dalla Chiesa, dalla Monarchia, ma anche dalla stampa; in capo a pochi anni ogni potere indicherà la stessa strada, portando ad un regime ed alla sua elevatissima approvazione popolare. Benito Mussolini è un giovane arrogante ma deciso a tutto per portare avanti le proprie idee: fa ironia sul Re, odia la Chiesa ed è amato da Ida Dalser per questo suo modo di essere e di combattere. La sua parabola politica è invece nel segno del compromesso, porta dalla sua parte Stato e Chiesa e cancella ciò che sta dall’altra parte. Cancella anche Ida Dalser, colpevole di un amore tanto intenso quanto mai ricambiato, usato come primo gradino di una scala che lo ha portato tanto in alto. Ida no, non accetta mai il compromesso e grida la sua verità fino alla fine, fino ad undici anni di reclusione nei quali il mondo intorno a lei cambia (“oggi bisogna essere grandi attori” è il massimo della dissidenza), la sua vita è stravolta, distrutta, ma il suo obiettivo, la sua speranza rimangono gli stessi.
Giovanna Mezzogiorno nei panni della Dalser ci mostra un lato erotico-compulsivo che le è nuovo e riesce a smorzare i toni in una situazione in cui ci si potevano aspettare strepiti a non finire; chi sorprende è Filippo Timi che abbina una prima parte in cui può plasmare un personaggio con un margine di libertà ad una seconda fatta di pochissime ma riuscitissime scene, su tutte l’imitazione del padre per far divertire gli amici (Timi interpreta sia il Duce che il figlio nella loro giovinezza, mentre Mussolini adulto è lasciato alle sole immagini di repertorio).
Il prodotto compiuto è alla fine un po’ pesante, molte volte si ha l’impressione che le scene siano troppo lunghe, ma subito un’immagine o una breve sequenza affascinante re-immerge lo spettatore nella contemplazione dell’opera. Una non sommessa grandiosità ha la meglio sulla stanchezza che comunque può indurre questa storia d’Italia, storia d’amore, storia di famiglia spezzata dall’interno.
Ida Irene Dalser è morta l’11 agosto 1937. Su figlio, Benito Albino è morto il 26 agosto 1942. Il padre, Benito Mussolini è stato giustiziato il 28 aprile 1945. Milioni di famiglie più una non si sono mai più riunite.
Commenti del pubblico
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