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Recensione: Morte a Venezia

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Morte a Venezia
titolo originale Morte a Venezia
nazione Italia
anno 1971
regia Luchino Visconti
genere Drammatico
durata 130 min.
cast D. Bogarde (Gustav von Aschenbach) • B. Andrésen (Tadzio) • S. Mangano (madre di Tadzio) • R. Valli (direttore dell'albergo) • M. Burns (Alfred) • N. Ricci (governante) • M. Berenson (moglie di Aschenbach)
sceneggiatura L. ViscontiN. Badalucco
musiche G. Mahler
fotografia P. De Santis
montaggio R. Mastroianni
media voti redazione
Morte a Venezia Trama del film
Nel 1910 Gustav von Aschenbach, un musicista cinquantenne fisicamente logorato e spiritualmente inquieto, giunge da Monaco a Venezia per un periodo di riposo. Nell'albergo di lusso nel quale alloggia, l'artista incontra un giovane polacco dai lineamenti efebici, Tadzio, che ai suoi occhi sembra incarnare quell'ideale di bellezza eterea cui ha tentato faticosamente di dare espressione nelle sue creazioni artistiche.

Recensione “Morte a Venezia”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 8)
"I vinti hanno dalla loro parte la tragica dignità della consapevolezza."

Basterebbe la sequenza dell'entrata nel salone dell'albergo, prima di cena, a costituire un esempio da manuale cinematografico: la camera, con un respiro dal ritmo perfetto, svela, in una decina di movimenti, tutto l'ambiente. Indica e isola i due personaggi, determinando così in pochi minuti il tema e il significato di tutta l'opera. Il commento sonoro, il respiro scenografico, la raffinatezza fotografica, fanno di "Morte a Venezia" un momento cinematografico, con tutte le sue ambiguità, capace di esprimere un significato assolutamente compiuto. Le immagini raccolgono il "privato", risiedono nell’opportunità di sfuggire ad ogni atteggiamento "estetizzante", per cercare gli stimoli (alla nostra riflessione) dall’interno.
La vita è come la sabbia di una clessidra. "Morte a Venezia" è questa clessidra. L'illusione di arrestare la fuga della sabbia tra le dita; e la realtà è Venezia che muore, e con lei i personaggi sui quali si posa l'occhio stanco del critico.
David di Donatello e Nastro d’Argento per la miglior regia (1972).
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