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Recensione: Acqua tiepida sotto un ponte rosso

Acqua tiepida sotto un ponte rosso
titolo originale Akai hashi no shita no nurui mizu
nazione Giappone
anno 2001
regia Shohei Imamura
genere Commedia
durata 119 min.
distribuzione Bim Distribuzione
cast M. Baisho (Mitsu Aizawa) • M. Fuwa (Gen) • M. Shimizu (Saeko Aizawa) • K. Yakusho (Yosuke Sasano)
sceneggiatura S. ImamuraD. TenganM. Tomikawa
musiche S. Ikebe
fotografia S. Kamatsubara
montaggio H. Okayasu
media voti
Acqua tiepida sotto un ponte rosso Trama del film “Acqua tiepida sotto un ponte rosso
Yosuke, un uomo sulla quarantina, che ha perso il lavoro ed è stato appena lasciato dalla moglie, accetta il consiglio del vecchio vagabondo Taro. Andrà in un certo villaggio della penisola di Noto, in una certa casa dalla quale si vede un ponte rosso. In quella casa si dovrebbe trovare una giara rossa contenente un'antica statua in oro di Budda, che Taro ha rubato un giorno da un tempio di Kyoto. L'uomo troverà la casae incontrerà una donna che vi abita, Saeko, che lui vede rubare in un grande magazzino. Scoprirà che, grazie all'acqua che secerne quando prova piacere carnale, Saeko ha il potere di far sbocciare i fiori fuori stragione e di far risalire il fiume dai pesci. Yosuke troverà la giara sigillata priva della statua d'oro ma con Saeko riuscirà a ritrovare la sua vitalità.

Recensione “Acqua tiepida sotto un ponte rosso”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 7)
Gioca con il senso imprevedibile del cinema Shoei Imamura, nel film "Acqua tiepida sotto un ponte rosso".
Commedia leggera e aerea che inizia nel chiuso della città, tra palazzi senza colore e una vita lontana da fantasia e magia, e si conclude nel bagliore di una luce viva e in movimento continuo.
Viaggio lontano dalla metropoli, in fuga dalla quotidianità; un viaggio alla ricerca di un segno per cambiare e capovolgere l’ordine delle cose.
È quanto accade al protagonista, quarantenne rimasto all’improvviso senza lavoro e senza certezze, che, semplicemente, non torna a casa, non conclude la sua giornata facendola rientrare negli argini “normali” della sua vita.
Deborda. Va "fuori campo", allunga lo sguardo in quello strato di realtà che difficilmente è raggiungibile dal pensiero.
La sua deviazione (e quella del film) diviene, allora, totale; l’eccesso si fa regola e le figure straordinarie che animano il piccolo villaggio sembrano avere il compito segreto di rivelarci il mondo a "testa in giù" messo in scena da Imamura.
Pretesto di tutto è il tesoro; un piccolo budda d’oro dagli straordinari poteri, che si troverebbe nascosto in una casa in riva al fiume, ma la travolgente forza dei piccoli avvenimenti che si srotolano sotto i nostri occhi, ci porta presto a dimenticare il motivo principale del viaggio, e a seguire gli incantesimi d’amore e i giochi di luce che si susseguono.
Luce che si confonde con/nell’acqua, che pare avere vita propria, in grado di parlare, ridere, piangere, riflettere i propri e gli altrui desideri.
Figura-simbolo di tutto il film, che racchiude in se memoria, leggenda, calore, ardore, ma che è anche lo specchio in cui cercare (e trovare) le tracce dolci e amare di una precisa idea del Giappone e del mondo contemporaneo, dove viene ironicamente confinato un maratoneta africano che può soltanto correre e cantare un inno antichissimo alla madre acqua.
Punire, ancora una volta, con eleganza pungente i diversi fuoricampo, della geografia e del tempo.
Merito di Imamura è di essere riuscito ad intrecciare la favola con l’aura lieve propria del racconto popolare, disegnando così una riflessione tagliente e precisa sulla realtà descritta con pochi ma puntuali tratti.
Seguendo un ritmo incalzante e un andamento che privilegia la sorpresa, la destabilizzazione, l’irrazionale, "Acqua tiepida sotto un ponte rosso" è la conferma che per esperire "pienamente" il mezzo cinematografico è consigliato, tranne le dovute eccezioni, guardare ad Oriente.
Imamura e Kitano (Giappone), Tsai Ming-Liang (Taiwan), Kim Ki-duk (Corea) e Wong Kar-wai (Honk Kong) sono le manifestazioni più evidenti di un cinema che riesce a non essere "solo" narrazione e rappresentazione, ma a configurarsi come vera e propria esperienza estetica, "visione".
In concorso al Festival di Cannes 2001.
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