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Recensione: Parla con lei

Parla con lei
titolo originale Hable con ella
nazione Spagna
anno 2001
regia Pedro Almodovar
genere Drammatico
durata 112 min.
distribuzione Warner Bros
cast J. Cámara (Benigno) • D. Grandinetti (Marco) • L. Watling (Alicia) • G. Chaplin (katerina Bilova)
sceneggiatura P. Almodovar
musiche A. Iglesias
fotografia J. Aguirre
montaggio J. Salcedo
media voti
Parla con lei Trama del film “Parla con lei
Strani scherzi del destino. Marco e Benigno, due spettatori della pièce teatrale Café Muller si sfiorano con gli occhi, coinvolti nella stessa commozione. Si ritrovano qualche mese dopo nella clinica dove Benigno lavora come infermiere. Marco è lì per accudire la fidanzata in coma. Tra i due uomini nasce un'amicizia attraverso la quale cercheranno di rompere il silenzio che avvolge drammaticamente la ragazza.

Recensione “Parla con lei”

a cura di Andrea Peresano  (voto: 8)
Si alza il sipario, inizia lo spettacolo e assistiamo ad un balletto, ad un triplice piano di rappresentazione della vita reale, sempre a seconda del personale concetto di realtà. La danza ci accompagnerà per l’intero film, come un personaggio secondario.
La storia ci appare principalmente attraverso gli occhi di Marco, giornalista di poche parole ma grande osservatore, vista anche la sua specialità: scrivere guide turistiche. Si invaghisce di Lydia, torero-donna sentimentalmente distrutta da una precedente relazione ossessiva. Lei rappresenta il capovolgimento degli stereotipi e delle convinzioni sui rapporti uomo-donna, un punto chiave per la tematica principale della storia che Almodòvar ci racconta: le difficoltà del comunicare fra sessi e fra persone in generale.
Quando Lydia ha un incidente durante una corrida ed entra in coma, Marco le rimane al fianco e vive praticamente nella clinica.
Qui conosce Benigno, infermiere e fisioterapista che trova nel suo lavoro l’unica ragione di vita, scappando dalla profonda solitudine a cui è stata quasi condannata la sua esistenza impegnandosi anima e corpo nella cura degli altri. Ma gli altri per Benigno sono principalmente Alicia, giovane aspirante ballerina che un incidente in macchina ha mandato in coma.
Fra i due uomini nascerà una profonda amicizia passando le giornate insieme a prendersi cura delle due donne. Quando ci si incontra sperduti in mezzo alla solitudine, al silenzio e alla tristezza le relazioni che ne escono fuori sono le più forti.
E questa volta quindi, lasciando le figure abituali che utilizza, Almodòvar centra l’azione su personaggi maschili, uomini fragili, sofferenti, contemporanei. È tramite loro che si parla della solitudine, dell’incomunicabilità e delle donne, che questa volta rimangono in silenzio a guardarli, mentre sono loro che si affannano per raggiungerle.
L’epilogo delle due storie è per entrambi triste: Marco scoprirà che Lydia era intenzionata a lasciarlo prima dell’incidente e uscirà di scena; Benigno, che nella sua visione della realtà vede il suo rapporto con Alicia come una relazione normale fra un uomo e una donna, verrà accusato di abusi sessuali e morirà in carcere suicida, dopo essersi però ricongiunto con Marco, a lui vicino fino alla fine.
L’equilibrio che il regista è solito dare alle sue opere qui è lampante: l’apertura e la chiusura praticamente uguali, la presentazione delle due coppie di personaggi, il periodo di accostamento, la finale chiusura del cerchio con l’incontro fra Marco e Alicia dopo lo stravolgimento delle situazioni, che rappresenta anche la porta lasciataci aperta dal regista, la nota di speranza per il futuro.
Interessante segnalare i parallelismi fra questo film e il precedente: “Tutto su mia madre”. È percettibile un filo di continuità fra le due opere. Forti i richiami tematici come la compresenza di varie forme d’arte, spettacoli teatrali e balletti, la scrittura nelle sue molteplici forme e il cinema muto. La scelta poi delle ambientazioni in ospedali e cliniche, quasi a dare un’impronta terapeutica alla discussione delle problematiche fatta dalle opere. E infine la dichiarazione di continuità data dal regista stesso attraverso la chiusura del precedente capitolo con l’immagine di un sipario che cala e l’inizio di quest’altro con uno che si alza.
Il film scorre con un ritmo molto più lento, a volte poco incisivo, rispetto all’ Almodòvar che siamo abituati a vedere, ma è l’opera sicuramente più matura, sottile e ricercata nella carriera del regista.
Oscar 2003 per la migliore sceneggiatura originale e Golden Globe 2002 come miglior film straniero.
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