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Recensione: La locanda della felicità

La locanda della felicità
titolo originale Xingfu shiguang
nazione Cina
anno 2000
regia Zhang Yimou
genere Drammatico
durata 95 min.
distribuzione 20th Century Fox
cast Z. Benshan (Zhao) • D. Jie (Wu Ying) • L. Xuejian (Li) • D. Lihua (Matrigna) • L. Qibin (Fratellastro di Wu Ying)
sceneggiatura G. Zi
musiche B. San
fotografia H. Yong
montaggio Z. Ru
media voti
La locanda della felicità Trama del film “La locanda della felicità
Nel corso della sua vita Zhao, pensionato povero, non ha mai avuto molta fortuna con le donne. Poi un giorno incontra una vedova che attrae la sua attenzione. Per non farsi lasciare un'altra volta le fa credere di essere ricco. Ma i problemi vengono a galla quando la donna inizia a parlare di matrimonio. Alla consueta richiesta di denaro tutti gli amici di Zhao scappano. A Li invece viene un'idea: rimettere in sesto un vecchio autobus, ribattezzarlo "La locanda della felicità" e ospitare a pagamento coppiette in cerca di intimità.

Recensione “La locanda della felicità”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 7)
In una cupa metropoli cinese c'è una felicità nascosta, ricercata da figure vaganti in un paesaggio desolante e amaro.
C'è un uomo che pensa di trovarla in una donna sconosciuta attraverso un annuncio sul giornale, ma scoprirà purtroppo che la donna, anche lei alla ricerca della felicità, ha tutto tranne che un'anima.
C'è una ragazza non vedente; per lei la felicità è ancora più lontana, persa in un mondo buio ed ostile, lontana come lontano è il padre che l’ha abbandonata nelle mani della matrigna. Finché l'uomo e la ragazza s’incontrano. Forse non riusciranno ad alleviare la solitudine che li circonda o a colmare il loro disperato bisogno di amore, ma troveranno la forza di andare avanti.
Yimou racconta in punta di piedi con uno sguardo quasi filosofico, una storia fatta di cose impercettibili e minute, di sorrisi di speranza e false promesse, di parole fatte d'alba e di "vorrei" sussurrati che non riescono a concretizzarsi.
Il film parte come una commedia degli equivoci, poi , lentamente la pellicola diviene un'amara riflessione sulla vita.
Delicato come una carezza, lieve come una piuma, ironico ed affettuoso, ingenuamente malinconico e dolcemente triste, il film è una delicata favola agrodolce dove i personaggi riescono a librarsi in volo e ad abbandonare lo squallore che li circonda con la forza del sorriso e con la voglia di crederci fino in fondo. Una favola agrodolce che ricorda l'innocenza di un bambino e un adulto raccontata da Takeshi Kitano in "L'estate di Kikujiro".
Anche nella pellicola di Yimou, il protagonista con l'aiuto dei suo amici, riuscirà a creare un mondo soltanto per la ragazza; un mondo che si rivelerà una lezione di vita per entrambi. Un mondo “contro” una fredda Cina metropolitana su cui il regista si sofferma di rado.
Presentato al 52° Festival di Berlino, "La locanda della felicità" è un film che riesce ad amalgamare alla perfezione gioie e lacrime, un piccolo quadro di vita vissuta che si trasforma in specchio di una condizione esistenziale universale.
Merito della riuscita va soprattutto agli attori con in testa la magnifica Dong Jie, che alla sua prima esperienza cinematografica riesce a dare ad un personaggio difficile una gamma espressiva di insuperabile e commovente intensità, ottenendo con un semplice sguardo perso nel vuoto di tenebre fittissime i desideri più struggenti e gli smarrimenti più abissali.
Il nuovo film del regista si arricchisce di una poetica disarmante pronta ad esplodere nell'incontro tra un pensionato e una giovane cieca, rispondendo così al bisogno di una risoluzione definitiva al conflitto generazionale, che nelle sue precedenti opere (La strada verso casa e Non uno di meno) non aveva avuto risposta.
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