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Recensione: Non uno di meno

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Non uno di meno
titolo originale Yi ge dou bu neng shao
nazione Cina
anno 1999
regia Zhang Yimou
genere Drammatico
durata 106 min.
cast W. Minzhi (Se stessa) • Z. Huike (Se stesso)
sceneggiatura S. Xiangsheng
musiche S. Bao
fotografia H. Yong
montaggio Z. Ru
media voti redazione
Non uno di meno Trama del film
Il maestro Gao, che insegna alla scuola elementare Shuiquan, è costretto ad assentarsi per un mese per assistere la madre malata. Il sindaco del villaggio sceglie Wei per sostituirlo durante la sua assenza. Wei, però, ha solo tredici anni e non riscuote la fiducia del maestro perché ritenuta incapace di tenere a bada la classe troppo turbolenta. Gao vista la necessità in cui si trova è costretto ad accettare la situazione. Così non gli rimane altro che avvertire Wei: nessun allievo affidatole si deve ritirare.

Recensione “Non uno di meno”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 6,5)
Girato dal regista di "Lanterne rosse" e “La storia di Qiu Jiu”, questo film racconta uno spaccato scolastico e sociale della Cina rurale di oggi.
Una ragazzina di soli tredici anni viene nominata supplente in una scuola elementare. Per tener fede alla promessa fatta al maestro e per ricevere il compenso di dieci yuan, dovrà occuparsi in sua assenza della scuola e, come nelle favole, non dovrà “perdere” neppure uno scolaro.
L'effetto di realismo ricercato dal regista, è reso sia attraverso la scelta dei protagonisti che dell'ambientazione in cui la vicenda si svolge.
Gli attori infatti non sono professionisti, ma gente presa dalla strada; tutti conservano i loro nomi e interpretano nel film gli stessi ruoli che hanno nella vita: il maestro Gao è un vero maestro, Wei Minzhi si chiama proprio così, ha 13 anni ed è contadina e lo stesso vale per gli altri interpreti.
I ruoli chiave vengono attribuiti ai bambini che recitano con spontaneità e naturalezza e ai quali il regista guarda con interessamento e affetto.
Il film è ambientato, almeno nella prima parte, in un autentico villaggio poverissimo, senza luce né acqua corrente, mentre nella seconda parte la narrazione si sposta in una città.
I luoghi della messa in scena sono tutti rigorosamente reali e sono esplorati dalla macchina da presa con attenzione, mettendo in evidenza gli elementi e i dettagli che li caratterizzano.
Il villaggio, prima di tutto svelato nella sua dimensione sonora, ma anche i limitatissimi movimenti di macchina, le inquadrature prolungate e fisse, la scarsità degli elementi presenti nella scena, sono tutte scelte estetiche che concorrono a conferire al luogo una fisionomia d'altri tempi, e a immergere lo spettatore in un universo parallelo dove il tempo sembra essersi fermato o quanto meno sembra scorrere più lentamente, e dove la vita è ancora scandita da ritmi naturali.
La scuola poi è il segno più tangibile dell'alto livello di povertà del villaggio: è priva di tutto, perfino dei gessi che il maestro Gao usa con molta cura.
I banchi sono rotti, c'è un solo libro vecchio e consumato, non c'è la campanella e la fine delle lezioni è segnalata dal posarsi dei raggi del sole su un chiodo appeso alla parete.
In netta contrapposizione con la rappresentazione del villaggio caratterizzato dalla lentezza e avvolto in una quiete quasi 'innaturale', è la messa in scena della città. Una caotica metropoli, simbolo della globalizzazione, dove convivono scenari di miseria resa visibile dai mendicanti che elemosinano agli angoli delle strade, con aspetti di modernità e indici di ricchezza e benessere riservati a pochi. Una città caratterizzata da una descrizione sonora e visiva.
Inquadrature veloci e movimenti di macchina volti a segnalare il dinamismo della vita urbana, si contrappongono alla staticità del villaggio.
Tutti elementi insomma che concorrono a “informare” lo spettatore dei radicali cambiamenti in atto nella società cinese e che segnalano in modo inequivocabile la profonda differenza fra città e campagna, fra esistenze ancorate al passato ed altre protese verso i simboli della “modernità” e del futuro.
L’unico “ponte” esistente fra i due mondi, quello rurale e quello urbano, è la televisione con i suoi studi dai colori squillanti, saturi, finti che si delinea immediatamente come "altro" rispetto alla realtà, ma al tempo stesso unico mezzo potente per cambiare il corso degli eventi.
Zhang Yimou compone un elogio della “forza del popolo”, ritrovando tra l’altro un tema, la scuola, l’educazione, che è centrale nel cinema cinese posteriore alla rivoluzione culturale.
Leone d'Oro a Venezia 1999.
Commenti del pubblico
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Ultimi commenti e voti
Utente di Base (0 Commenti, 0% gradimento) giulia Martedì 4 Ottobre 2011 ore 15:34
voto al film:   7,5

Medaglia d'Argento (172 Commenti, 53% gradimento) nylon Medaglia d'Argento Giovedì 21 Luglio 2011 ore 19:44
1
voto al film:   8

non tutto ciò che è volto al recupero del passato è necessariamente reazionario, e se anche lo fosse allora essere reazionari non sarebbe poi così male. un film capace, con asciuttezza e realismo, di commuovere e far riflettere. ricordate sempre che l'italia cinquant'anni fa non era affatto diversa
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Medaglia d'Oro (681 Commenti, 67% gradimento) ale84 Medaglia d'Oro Domenica 29 Maggio 2011 ore 23:29
2
voto al film:   8

Sarò nostalgico e reazionario, ma quando penso che un regista capace di fare un film del genere si è messo a inseguire WUXIA e altri simili esperimenti estetizzanti, freddi e per lo più inutili, mi viene una gran rabbia...
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