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Recensione: Mondo Grua

Mondo Grua
titolo originale Mundo Grua
nazione Argentina
anno 1999
regia Pablo Trapero
genere Drammatico
durata 65 min.
distribuzione Lucky Red Distribuzione
cast L. Margani (Rulo) • A. Aizemberg (Adriana) • D. Valenzuela (Torres)
sceneggiatura P. Trapero
musiche F. Canaro
fotografia C. Migliora
montaggio N. Goldbart
media voti
Mondo Grua Trama del film “Mondo Grua
Rulo ha cinquant'anni e lavora come gruista, ma negli anni Settanta si faceva chiamare Paco Camorra ed era un famoso bassista di un gruppo pop. L'ex musicista ha continue difficoltà sul lavoro, con gli anni si è appesantito e deve mantenere sua madre e suo figlio che vorrebbe, anche lui, dare vita a un gruppo rock. Poi un giorno perde il lavoro e ne trova un altro a 2000 chilometri da Buenos Aires.

Recensione “Mondo Grua”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 7)
Rulo, che si sbatte da un angolo all’altro dell’Argentina per trovare lavoro, è uno di quei personaggi poetici al quale quest’aura è conferita anche dal mestiere che svolge: il gruista.
Sospeso a guardare il mondo da altezze insolite, non può dimenticare il passato di bassista che prometteva ben altro, e un futuro forse affidato ad un amore e ad un cambiamento.
Non si parla di realismo magico: il denso bianco e nero sottrae la magia inchiodandola alla mancanza di prospettive del protagonista, che anni fa ha perso qualche opportunità d'incanto e non se n'è reso conto. Per ridurre il realismo, è invece sufficiente l'atmosfera sospesa che rimanda anch'essa ad un passato perduto universalmente comprensibile, ma lo fa rimarcando gli stadi successivi del baratro, scanditi attraverso singole sequenze apparentemente slegate tra loro, che hanno un nesso comune nel fatto che ciascuna colloca il protagonista ad un livello ogni volta più basso.
Anche l'immagine diventa più sgranata finché sembra che la fotografia acquisti spessore appiccicaticcio, come una maledizione che avvolge Rulo e i suoi compagni altrettanto disperati.
L'esordio è improntato a dimostrare la tendenza alla derisione del lavoratore sottopagato; l'arroganza dei “capetti”, l'oppressione palpabile del tirare avanti su un binario morto.
Il film non ha una trama, non racconta eventi sensazionali e nemmeno si riconosce un andamento neorealista; forzando i testi si potrebbe dire che il "mondo grua" è quasi un’esclamazione di disappunto per un’esistenza grama davvero.
La pellicola si compone di tranci di vita caricati di una patina di tristezza dal bianco e nero appesantito dal viraggio su toni cupi, che soffoca la malinconia normalmente associata alla cartolina dell'Argentina: qui non c'è spazio per i bozzetti, se il tango risuona nel finale lo fa per proporsi come emozione originale e non rievoca antichi modi stereotipati di consumare quella musica che poco ha da spartire con Rulo, bassista di un gruppo rock e tanto meno con suo figlio Claudio, che nella foto da quattordicenne indossa una t-shirt dei Sepultura.
La musica è l'unica soddisfazione, ma non c'è riscatto, perché non riguarda il presente: è incatenata nel passato.
Ma è l'unico motivo di orgoglio, il solo appiglio per legittimare l'esistenza, per rivendicare una dignità accordatagli nei momenti in cui i suoi coetanei ricordano il bassista dei Settimo Reggimento e canticchiano Paco Camora, il loro hit.
In quegli istanti di ricordo del successo musicale, le luci sono più calde: si azzerano quelle forti lame di luce che tagliano il corpo di Rulo, rendendolo quasi mostruoso nei suoi “abbocchi” notturni disturbati dal figlio.
Ma quei contrasti sono almeno sintomo di un malessere, di una sempre più ridotta volontà di riprovare, che viene meno nell'unica immagine di totale sconforto: quando l'implacabile primissimo piano obliquo nella penombra coglie un singhiozzo, abbattuto definitivamente dal fato avverso nel lontano sud del mondo. Un luogo completamente spogliato di ogni traccia di mito (speranze) e destinato a perdersi tra le polverose vestigia abbandonate alla fine del mondo, dove l’immagine scura di Rulo, senza alcun contrasto di luce, è il simbolo di un'esistenza persa da qualche parte.
Proletariato i cui riferimenti sono tutti saltati, con competenze e capacità artigianali contrastanti, in grado di arrangiare qualsiasi (quasi) oggetto meccanico, ma incapace di riconoscere uno sbocco in un mondo che non riconosce l'abilità.
Trapero, appena trentenne, dirige un film dallo stile molto personale, fotografato in un bianco e nero più modesto che estetizzante e già marcato da una visione d'autore.
Un film visto con l'occhio del proletario, senza che i padroni appaiono mai, in cui i personaggi sono fragili, perché fragile è il mondo a cui appartengono.
Ironico, amaro, asciutto, semplice e realistico, con un vago richiamo a Chaplin.
Premiato per la Settimana della Critica a Venezia '99.
Premio della critica e Premio "Tiger" al Rotterdam Film Festival 2000 e Premio Speciale della Giuria all'Havana Film Festival del 1999.
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