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Recensione: Ombre

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Ombre
titolo originale Shadows
nazione U.S.A.
anno 1959
regia John Cassavetes
genere Drammatico
durata 81 min.
cast L. Goldoni (Lelia) • B. Carruthers (Ben) • H. Hurd (Hugh) • A. Ray (Tony)
sceneggiatura J. Cassavetes
musiche S. Hadi
fotografia E. Kollmar
montaggio J. CassavetesM. McEndree
media voti redazione
Ombre Trama del film
Hugh, Ben e Lelia sono tre fratelli neri dalle aspirazioni artistiche e intellettuali, destinati a scontrarsi con la mediocre realtà dell'ambiente che frequentano, ma anche con il velleitarismo dei loro castelli in aria. Leila, per esempio, incontra un giovane che la seduce e poi, saputa la sua condizione sociale, la abbandona. Ad aspettarli alla fine ci sarà soltanto il compromesso o la deriva.

Recensione “Ombre”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 7,5)
Girato dapprima in 16 mm con una troupe di 4 persone come saggio collettivo di recitazione improvvisata e poi in 35 mm, “Ombre” è una sorta di manifesto del New American Cinema in cui la finzione è impiegata come catalizzatore della realtà. Una delle più alte esperienze nate da quella creatività marginale che sul finire degli anni '50, tra bizzarrie sperimentali e vera e propria auto-produzione ridefinisce il concetto di cinema opponendosi al sistema industriale e commerciale di Hollywood.
Una rifondazione del concetto di "realismo" applicato al mezzo cinematografico (in Francia la Nouvelle Vague, in America la Candid Camera, in Inghilterra il Free Cinema), che ne rielabora liberamente i codici linguistici e accomunata da un'estetica che gioca su di un punto cardine: l'attenzione per un "reale" che può e deve essere necessariamente "raccontato" attraverso il cinema.
In quest'ottica, l'esordio di Cassavetes diviene uno degli esempi meglio riusciti di cinema diretto, proprio nella sua pretesa di cogliere una realtà autonoma ed auto-significante, non identificata in un immaginario sociale e letteralmente "risputata" dal film senza mediazioni di senso alcuno.
L'importanza radicale del film risiede nella sua qualità più semplice: l’essere una specie di psicodramma che scivola nel documentario e viceversa.
"Shadows" tratteggia le proprie "ombre" con uno stile filmico giocato su situazioni colte come all'improvviso, su una sorta di simbiosi fra regista ed attori, riuscendo a creare un universo umano e sociale autentico, svincolato dalle regole consuete della rappresentazione filmica.
Il film è la registrazione diretta di ciò che accade, ciò che si dice e si sente, e su questo filo semi-improvvisato, la storia "da raccontare" si crea da sé.
Nella pellicola, la vita dei personaggi filmati si costruisce come una sceneggiatura che si arrotola e si srotola di continuo attorno ad una "comunità" dalla quale il film si lascia distrarre, catturare ed infine plasmare.
Un metodo d'indagine sui comportamenti individuali e collettivi di tre personaggi, colti in determinate situazioni sociali ed ambientali.
La "quotidianità" intesa come spazio all’interno del quale si rivelano i conflitti psicologici, arricchisce la materia drammatica del film, tanto complessa quanto apparentemente banale (tre fratelli neri dalla pelle chiara, l'origine razziale vissuta in modo problematico), elevandola da sguardo acuto a discorso critico su tutta la società contemporanea.
La narrazione si frantuma in una serie di momenti apparentemente casuali, eppure emblematici della condizione umana dei protagonisti: i movimenti di macchina, il privilegiare lunghi piani-sequenza; tutto contribuisce a svelare di volta in volta la realtà di Ben, Lelia, e Hugh colti nel loro mostrarsi. Nella loro significazione più intima.
"Ombre" è il simbolo di un cinema ormai estremamente raro.
Il primo importante atto d’amore nei confronti dei gesti più quotidiani eppure meno "spiegabili"…
Una strepitosa dichiarazione di poetica.
Presentato alla Mostra di Venezia del 1961.
Film Evento alla Settima Internazionale della Critica di Venezia 2002.
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