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Recensione: L'occhio che uccide

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L'occhio che uccide
titolo originale Peeping Tom
nazione Gran Bretagna
anno 1960
regia Michael Powell
genere Thriller
durata 109 min.
cast C. Boehm (Mark Lewis) • A. Massey (Helen Stephens) • M. Audley (madre di Helen) • M. Shearer (Vivian) • P. Green (Milly) • B. Bruce (Dora)
sceneggiatura L. Marks
musiche F. PhillipsW. StottB. Easdale
fotografia O. Heller
montaggio N. Ackland
media voti redazione
L'occhio che uccide Trama del film
Mark Lewis, fotografo e operatore cinematografico, ha la mania di osservare la gente, ma non solo: uccide tre donne filmandole nel momento della morte. Mentre emerge il suo passato, e gli esperimenti che il padre biologo faceva su di lui bambino, la polizia collega gli omicidi per l’espressione di enorme terrore rimasta sul volto delle vittime...

Recensione “L'occhio che uccide”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8)
Un occhio (azzurro), una donna, una macchina da presa: e subito la donna diventa obiettivo, quindi vittima. L’omicidio è già sulla pellicola, e l’assassino si rivede nella sua ‘sala proiezioni’ privata. La prospettiva (per ora) è quella della macchina da presa, ma non c’è dubbio che il suo utilizzo sia quello di arma mortale, il suo scopo riprendere il terrore negli occhi di chi sta per morire.
Ma sul volto delle vittime di Mark Lewis, assassino dichiarato (allo spettatore) fin dalla prima scena, c’è qualcosa che trascende l’umano terrore e solo il finale del film svela: in una sorta di indagine parallela, la polizia scopre alla fine l’assassino che lo spettatore conosce da subito, lo spettatore scopre alla fine la natura della perversione di Mark, una perversione contro la quale lui stesso cerca di combattere prima di assecondarla fino all’estremo, mettendosi allo stesso tempo dietro e davanti la macchina da presa.
Al gioco delle inquadrature, nelle quali viene alternata la visuale del narratore a quella della macchina da presa, fa eco il dipanarsi della trama, anch’esso su due livelli: lo spettatore segue costantemente l’azione da un punto di vista privilegiato, per quanto riguarda gli omicidi e, in generale, l’attività di Mark; ma quanto alle sue motivazioni (naturalmente legate al proprio passato) ed al motivo del terrore negli occhi delle vittime, lo spettatore viene a coincidere con Helen.
Tra citazioni implicite ed esplicite da Fritz Lang (certi sguardi dell’assassino, Carl Boehm, che richiamano, in tono minore, quelli di Peter Lorre; i tre fischi, indefiniti ma ben percepibili, proprio prima dei tre omicidi), Michael Powell si concentra sulla coscienza che l’assassino ha dei propri impulsi, il desiderio di curarsi, il rifiuto di coinvolgere Helen, la ragazza di cui s’innamora.
Il resto, lo scienziato che studiava sul figlio piccolo le reazioni del sistema nervoso alla paura, filmandolo e registrandone la voce di giorno e di notte, è solo un pretesto per giustificare un assassino con la macchina da presa, un regista che ambisce a filmare la realtà e non la finzione.
Un assassino romantico, dunque, visto con gli occhi di un regista, che infatti decide di regalargli una scena quasi dolce nel momento in cui, durante l’interrogatorio, non pensa ad altro che a riavere la sua macchina da presa, finita in mano a un poliziotto.
La clausola, quasi sarcastica con la registrazione del dialogo notturno tra Mark e il padre, è per lo spettatore, ma il film è già finito.
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Ultimi commenti e voti
Utente di Base (0 Commenti, 0% gradimento) charlie91 Mercoledì 4 Novembre 2015 ore 16:37
voto al film:   8,5

Medaglia d'Oro (273 Commenti, 57% gradimento) cinemabendato Medaglia d'Oro Lunedì 9 Luglio 2012 ore 21:39
voto al film:   8

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