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Recensione: Nacido y criado

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Nacido y criado
titolo originale Nacido y criado
nazione Argentina / Italia / Gran Bretagna
anno 2006
regia Pablo Trapero
genere Drammatico
durata 100 min.
cast G. Pfening (Santiago) • F. Esquerro (Robert) • M. Gusman (Milli) • T. Lipán (Cacique) • V. Vescio (Jose)
sceneggiatura P. TraperoM. Rulloni
musiche L. BlancasL. ChomiczP. Pandolfo
fotografia G. Nieto
montaggio E. BorovinskyP. Trapero
uscita prevista

 non ancora disponibile 
media voti redazione
Nacido y criado Trama del film
La tranquilla e felice vita familiare di Santiago viene completamente sconvolta da un incidente d'auto. L'uomo si trasferisce in Patagonia dove viene assunto in un aeroporto sperduto e passa il suo tempo in compagnia del collega Robert. Tuttavia, Santiago non passa giorno senza biasimare se stesso per la perdita della moglie Milli e della figlioletta Josefina...

Recensione “Nacido y criado”

a cura di Riccardo Rizzo  (voto: 6,5)
A volte si ha la sensazione che la felicità non esista in questo mondo, che se ne senta parlare, ma che in fondo sia un’idea, una speranza, molto spesso solo un ricordo. Vediamo una famiglia felice, papà, mamma e bambina nello stesso letto matrimoniale; li osserviamo mentre fanno colazione, quando stanno per andare a dormire e si scambiano la buonanotte, e la tenera percezione di amore e pace viene quasi automaticamente strozzata dal presentimento che qualcosa dovrà succedere. E accade, come sempre. Santiago vive in una vita di cristallo, destinata a rompersi in mille pezzi come la sua auto, uscita di strada mentre stava andando con la famiglia due giorni fuori in vacanza. Lo ritroviamo in Patagonia, in un paesino sperduto dal mondo e dimenticato da Dio, un purgatorio di venti gelidi e neve, di nebbia e fango; il luogo, il lavoro e il clima sembrano il castigo al quale si sottomette, torturato dai fantasmi del passato e incapace di superare il proprio senso di colpa per una tragedia del quale si sente artefice più che vittima. Una battuta di caccia, una notte di sesso a pagamento, un brindisi all’amico che diventa padre sono gli unici momenti di diversivo in una vita di routine, che di giorno in giorno diventa un incubo insopportabile. Perché si può andare nel posto più sperduto del mondo, ma non si può sfuggire dalla propria coscienza: non bastano l’alcol, la droga, un lavoro duro e ripetitivo, un ambiente ostile ad anestetizzare un’anima che soffre. Ad un passo dalla pazzia Santiago decide di affrontare il suo passato, sente che deve tornare indietro, dalla moglie che ancora lo ama, e andare avanti…
Trapero ancora una volta, come in Mondo Grúa, è abile a indagare l’intimo, lo fa con un film ermetico e dal taglio psicologico, nel quale il protagonista partecipa ad ogni scena, spesso pedinato da una telecamera che lo bracca, che lo guarda da vicino in ogni suo gesto. Sebbene la sceneggiatura a volte sembri “girare a vuoto”, è innegabile la bravura del regista nel rappresentare una guerra tra mondi: quello interiore del protagonista con quelli antitetici del passato e del presente, così estremi e così diversi, nei quali i colori ben rappresentano lo stato d’animo dei personaggi: il bianco etereo della casa di Buenos Aires, il livido grigio del paesaggio di Río Turbio…
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