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Recensione: The Go Master

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The Go Master
titolo originale Wu Qingyuan
nazione Cina
anno 2006
regia Tian Zhuangzhuang
genere Drammatico
durata 107 min.
cast C. Chen (Wu Qingyuan) • S. Chang (Shu Wen) • X. Baiqing (Wu Yan) • I. Ayumi (Nakahara Kazuko) • A. Emoto (Segoe Kensaku) • K. Matsuzaka (Kita Fumiko)
sceneggiatura A. Cheng
musiche Z. Li
fotografia W. Yu
montaggio Y. Hongyu
uscita prevista

 non ancora disponibile 
media voti redazione
The Go Master Trama del film
Biografia del famosissimo Wu Qingyuan che, giovanissimo, si trasferì in Giappone, proprio alcuni anni prima della Seconda Guerra Mondiale, e vi diffuse il Go, gioco da tavolo con profonde valenze filosofiche.

Recensione “The Go Master”

a cura di Riccardo Rizzo  (voto: 7)
E’ uno dei giochi più antichi -e sconosciuti- del mondo il Go, nato in Cina 4000 anni fa, ma ben presto radicato anche in Giappone. Tian Zhuangzhuang, cinese di nascita e giapponese di adozione, ce lo racconta affidandosi alla biografia di Wu Qingyuan, campione realmente vissuto nel secolo scorso, a cavallo della seconda guerra mondiale. Un gioco che è rappresentazione del mondo e riflesso di una cultura, quella orientale, da sempre incline verso filosofia e misticismo, idea e riflessione. Il film, elegante e visionario, ne ritrae complessità (nonostante le sue regole elementari) e ritualità, esaltandone l’aspetto spirituale, essenziale per capirlo a fondo. Per lo spettatore occidentale è arduo calarsi in una realtà che non sente propria e che non comprende, la narrazione è lenta e didascalica, e fin dall’inizio ci si accorge che sarà difficile comprendere una sensibilità a noi lontana. Ogni sguardo, ogni gesto, ogni silenzio risulta insopportabile per la nostra logica narrativa, ma quando finalmente ci si libera da barriere mentali e culturali retaggi del nostro passato, ecco che improvvisamente il film si riempie di magia, di un incredibile lirismo e drammaticità. Tutto è simbolo e significato, ogni movimento è metafora di pensiero e ogni azione è dettata da ragione e sentimento. Nel gioco e nella vita, vince chi riesce a riflettere, ad osservare, a trovare un giusto equilibrio tra intelligenza ed esperienza, benessere fisico e intellettivo; lo scacchiere è un mondo all’inizi dei tempi, vergine, che i due giocatori devono conquistare: pietra bianca contro pietra nera. Non c’è ricerca di distruzione (dell’avversario), ma di conquista, di confini più estesi; come nel mondo “reale”, nel quale però vince il più forte, non il migliore. Wu vive il suo tempo come fosse quello del go, parla poco e riflette molto, niente sembra turbarlo, neanche la guerra in corso tra Cina e Giappone, solo il suo percorso spirituale gli procura crisi e dubbi, dolori ma anche gioie. Quando però nel 1955 si rompe una gamba in seguito ad un incidente, il Dio della competizione lo abbandona, e decide di ritirarsi da quelle gare che vinceva ininterrottamente da più di un quarto di secolo. Si rifugia in una setta religiosa, probabilmente per lo stress accumulato in tanti anni di “battaglie”, ma continuerà sempre a ricercare la pace interiore, l’altro suo Dio.
Una superba fotografia e la bravura del protagonista, impersonato da Chang Chen, impreziosiscono questo coraggioso film, difficile e affascinante proprio per la sua incompatibilità con la nostra visione del mondo.
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