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Recensione: Requiem

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Requiem
titolo originale Requiem
nazione Germania
anno 2006
regia Hans-Christian Schmid
genere Drammatico
durata 93 min.
cast S. Huller (Michaela Klingler) • B. Klaussner (Karl Klingler) • I. Kogge (Marianne Klingler) • F. Adolph (Helga Klingler) • A. Blomeier (Hanna Imhof)
sceneggiatura B. Lange
montaggio B. SchlegelH. Weissbrich
uscita nelle sale 24 Novembre 2006
media voti redazione
Requiem Trama del film
Baviera, anni '70. Michaela Klinger, cresciuta in una famiglia profondamente cattolica, ha sofferto fin da piccola di epilessia ma nel tempo è riuscita a tenere a bada le crisi con l'aiuto della medicina. All'età di 21 anni, la ragazza, sostenuta dal padre ma con molte riserve da parte di sua madre, decide di andare a studiare all'università di Tübingen. All'inizio tutto sembra andare bene, Michaela conosce nuovi amici e sembra essersi lasciata alle spalle le sue origini e il suo passato. Tuttavia, pochi mesi dopo il trasferimento, le crisi a lungo scomparse si riaffacciano con una frequenza sempre più ravvicinata e duratura. Poiché la medicina sembra non sortire alcun effetto, Michaela, convinta di essere perseguitata da alcune voci interiori e, credendo di essere posseduta da un demone, decide di rivolgersi a padre Landauer, il sacerdote del suo paese...

Recensione “Requiem”

a cura di Francesco Alfani  (voto: 7,5)
Il film di Hans-Christian Schmid ha uno spessore morale che si cercherebbe invano in un film come quello di William Friedkin del 1973. Invece di giocare sul senso di paura o sulla sensibilità religiosa del pubblico per strumentalizzare a fini commerciali un tema “facile” come quello del sovrannaturale e del demoniaco, “Requiem” preferisce andare ad indagare sulle motivazioni psicologiche, ambientali e culturali che determinano, in una società tutto sommato già moderna, il persistere del fenomeno della “possessione diabolica”. L’educazione cattolica, la negatività assoluta della figura della madre, del tutto priva di affetti per la figlia, la scoperta della maturità, anche e soprattutto sessuale, che si accompagna ai laceranti sensi di colpa insinuati da una inconcepibile visione punitiva del mondo (con una cultura intera che, come esemplifica benissimo la letteratura martirologica da cui è affascinata e soggiogata, scandalosamente criminalizza il piacere e le istanze più spontanee ed esalta l’abnegazione, la frustrazione del desiderio, il martirio del corpo) sono solo alcune delle cause dello sprofondare della protagonista nel vortice di pazzia che la porterà alla morte. Un elenco apparentemente scontato: ma Schmid è veramente bravo (ed evidentemente intimamente convinto) nel raccontare la sua storia, senza mai scadere nell’ovvio, senza che mai le affermazioni di principio prendano il sopravvento sulla fluidità della narrazione trasformando la pellicola in una qual forma di manifesto anticlericale. Lo sguardo del regista è anzi da questo punto di vista estremamente equilibrato, affiancando a una madre ingiustificabile un padre affettuoso, a un giovane prete intellettualmente perverso e immorale un anziano parroco di campagna inaspettatamente più sensibile e ragionevole. La stessa Michaela (Sandra Huller, bravissima e premiata con l’orso d’argento a Berlino) non è vista come vittima inerme della violenza altrui ma, almeno in parte, come corresponsabile di un destino tragico, che altri le hanno preparato e che lei non riesce a rifiutare.
Il film è un film scarno, senza praticamente nessuna concessione al sentimentale, inteso più a far vedere che a ricreare con la fantasia. Ma è un film che non lascia indifferenti; seguirlo provoca sofferenza, angoscia, tristezza, una girandola di emozioni fortissime che vanno dritte al cuore. Qua e là affiorano bei momenti di poesia (sono essenzialmente i momenti insieme all’amica Hanna, al papà Karl, a Stefan; le persone affettivamente più vicine a Michaela), come piccoli regali lasciati qua e là dal regista perché siano colti e goduti con ancora più piacere dagli spettatori.
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