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Recensione: Kundun

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Kundun
titolo originale Kundun
nazione U.S.A.
anno 1997
regia Martin Scorsese
genere Drammatico
durata 133 min.
cast T. Thuthob Tsarong (Dalai Lama Adulto) • G. Tethong (Dalai Lama a 12 Anni) • T. Gyalpo (La madre) • M. Khangsar (Il padre)
sceneggiatura M. Mathison
musiche P. Glass
fotografia R. Deakins
montaggio T. Schoonmaker
media voti redazione
Kundun Trama del film
Nel 1937 in Tibet un bambino proveniente da una modesta famiglia viene riconosciuto come quattordicesima incarnazione del Dalai Lama. Passa il tempo e si arriva al 1950, il ragazzo ha ormai quindici anni e diventa testimone dell'invasione del suo paese da parte dell'esercito cinese guidato da Mao Tse Tung. Tenzin Gyatso, così si chiama il ragazzo lancia un appello che, però, rimane inascoltato in Occidente. Non gli rimane che andarsene in esilio in India.

Recensione “Kundun”

a cura di Andrea Peresano  (voto: 8)
Nel 1933 il tredicesimo Dalai Lama Thubten Gyatso morì. Nel 1937 fu trovato reincarnato nell’attuale quattordicesimo Dalai Lama, Sua Santità Tenzin Gyatso, Premio Nobel per la Pace nel 1989, che si insediò all’età di diciotto anni come capo temporale e spirituale del popolo tibetano nella città di Lhasa.
Tenzin crebbe in anni di guerra, anni di tragedie mondiali, anni cruciali e decisivi per la storia del suo paese, il Tibet, uno stato all’epoca occupato e assorbito dalla Cina rossa di Mao Tse Tung e tutt’oggi regione cinese il cui governo esule, nella figura del Dalai Lama stesso, è in India.
Scorsese celebra la figura carismatica e pacifica del grande Dalai Lama, del grande “oceano di saggezza”, e denuncia in questa opera storica e biografica la situazione attuale e l’aggressione subita al tempo dalla popolazione tibetana regalandoci un’ottima ricostruzione storica di un tempo, di una terra e di una mentalità a noi molto lontana e difficile da comprendere.
Un’opera a tratti visionaria e carica di simboli che analizza anche il rapporto fra Oriente e Occidente, fra culture e civiltà lontanissime, cercando di avvicinarci ma non di svelarci le meraviglie buddiste, forse proprio per sottolinearne la difficoltà di comprensione, ma risultando perciò non apprezzata universalmente e criticata a volte come un’opera personale, poco chiara e stravagante.
Attraverso gli occhi del giovane Tenzin, un bambino che si trova di fronte a grandissime responsabilità e che saprà tirar fuori l’enorme forza interiore di cui dispone, attraverso il suo cannocchiale, vediamo il mondo della seconda Guerra Mondiale, l’espandersi della moderna società dei consumi, l’insieme dei rituali e delle pratiche buddisti. Ed è la sua figura ad affiorare e rimanere impressa nel nostro immaginario alla fine della pellicola, dal quadro complesso e colorato come un mandala destinato a sparire al suo compimento emerge nitida solo questa persona, l’unica a risultarne completa e chiara, tutto il resto è sabbia e polvere.
La solitudine, la lontananza, la pace dei monaci buddisti sono resi da Scorsese attraverso un’opera dal grande impatto visivo che però riesce ad apparire sempre naturale e pacata, l'armonia del buddismo pervade l’intero film e si riflette nell'equilibrio cercato dal regista.
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