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Recensione: Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino

Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino
titolo originale Christiane F. - Wir Kinder vom Bahnhof Zoo
nazione Germania
anno 1981
regia Uli Edel
genere Drammatico
durata 124 min.
distribuzione Futurama
cast N. Brunckhorst (Christiane F) • T. Haustein (Detiev) • J. Kuphal (Alex) • C. Reichelt (Babsi)
sceneggiatura H. Welgel
musiche D. Bowie
fotografia J. JuergesJ. Pankau
montaggio J. Seltz
media voti
Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino Trama del film “Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino
Berlino anni '70. Basato su una storia vera il film racconta la degradazione di una quatordicenne che entra nel tunnel della droga.

Recensione “Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 7,5)
Christiane F. ha cominciato a fumare hascisc a dodici anni, a tredici a iniettarsi l'eroina.
Per due anni la sua vita è stata divisa tra le aule scolastiche e la stazione della metropolitana dove i giovani drogati berlinesi si prostituiscono per avere il denaro necessario a drogarsi.
Christiane racconta con il linguaggio crudo e diretto delle interviste registrate al magnetofono la sua storia e quella dei suoi coetanei, sullo sfondo di una Berlino dove i quartieri dormitorio e le discoteche sono simili a quelli di ogni grande città europea.
È la storia di una precoce discesa nel mondo della droga e della faticosa risalita, documentata come un servizio giornalistico, sofferta come un diario personale, da cui nasce la convinzione che la soluzione del problema della droga è lontana ma possibile.
È una città lugubre e fredda quella che viene presentata fin dalle prime sequenze del film, con i casermoni della periferia di Berlino che connotano subito un luogo non ospitale in cui i rapporti umani non sembrano certo facilitati.
Lo squallore urbano è confermato lungo tutto il film, che si svolge spesso per strada e in luoghi degradati, in particolare la stazione ferroviaria e le sue toilette o la metropolitana.
Le uniche eccezioni sono i luoghi in cui i giovani protagonisti cercano il divertimento o l'evasione, soprattutto all'inizio del film: il Sound brulicante di suoni e di eccitazione, il grattacielo notturno che diventa una sorta di luogo magico prima della corsa a perdifiato sulle note di "Heroes" di Bowie: letteralmente, eroi almeno per una notte.
Il degrado fisico si riflette anche sui rapporti umani, in particolare se osservato dal punto di vista privilegiato della protagonista tredicenne.
La famiglia appare un nucleo destrutturato.
Nonostante le apparenze, Christiane sembra soffrire molto la distanza nel rapporto con la madre, che di fatto è indifferente alla vita della figlia, e non coglie il suo progressivo cammino verso la disperazione.
È emblematico il confronto con la madre della sua amica Kessi, che vedendo la figlia addormentata sulla banchina della metropolitana, l'apostrofa duramente e la riporta a casa, mentre Christiane rimane sola.
In questo panorama desolato, si staglia il tema principale del film, ovvero il rapporto con la droga.
In un vero e proprio processo formativo, seppur degenerativo, Christiane passa dalla semplice curiosità al coinvolgimento diretto, nonostante l'iniziale rifiuto.
Convinta di poter gestire le sostanze assunte, si ritrova presto in un vortice che non controlla.
Il film, con l'alibi del realismo, utilizza in modo spettacolare i vari buchi che disseminano il percorso di Christiane e dei suoi amici, spesso con uno stile derivato direttamente dall'horror.
Non appare un caso che il film proiettato nella saletta del Sound, quando per la prima volta viene offerta droga alla protagonista, sia "La notte dei morti viventi", e che la metafora tra zombie e personaggi sia spesso utilizzata.
L'uso della droga, soprattutto all'inizio, appare per Christiane come una sorta di iniziazione, necessaria per sentirsi simile al gruppo che ha intorno e per affrancarsi dalla fanciullezza, il suo primo vero buco è il "regalo" per i suoi quattordici anni, con l'illusione di poter scoprire una propria nuova dimensione interiore.
In questo senso, il film offre molti spunti relativi alle dinamiche di gruppo, con un rovesciamento costante dei valori.
Il gruppo non appare mai come entità positiva, utile per un confronto o per uno stimolo reciproco, ma piuttosto come rifugio in cui far assopire la propria fragilità a fianco di altre debolezze, accettando lo sballo come soluzione temporanea all'incapacità di far fronte alle difficoltà del quotidiano.
Tale deriva influenza anche i rapporti personali che sembrano più intensi e sinceri.
L'amore tra Christiane e Detlef vive momenti di tenerezza e di dolcezza e tra i due c'è una reale condivisione affettiva.
Ma anche in questa dimensione la dipendenza dalla droga crea una barriera di incomprensione, sia per l'incapacità di Detlef di disintossicarsi, che lo porta a prostituirsi per avere i soldi della dose, sia per la voglia di emulazione da parte della protagonista, che a un certo punto vuole sentirsi più vicina al suo compagno anche attraverso la tossicodipendenza.
Basato su una storia vera, "Christiane F. - Noi i Ragazzi dello Zoo di Berlino" assume un andamento documentarista da Cinema-verità, quello per intenderci che cerca di ridurre al massimo la distanza tra la finzione e la realtà attraverso uno stile freddo e asettico, che registra con apparente distacco i passaggi più crudi e degradanti del calvario della tossicodipendenza.
La regia non si fa però imprigionare del tutto da questa oggettività didascalica, ma elabora un proprio sistema espressivo incentrato sulla preferenza accordata ad un'ambientazione notturna dai toni cupi e oppressivi, ad interni angusti squallidi e claustrofobici), ad una fotografia a colori sgranata e sporca, assai vicina al bianconero, sino alla liberatoria fuoriuscita finale su un arioso paesaggio innevato, che dopo la discesa all'inferno sembra aprire sul film uno spiraglio di speranza.
Tratto da un libro ricavato da 45 ore d'intervista con C.F., il dramma di Christiane è diventato in Germania un caso esemplare (è entrato addirittura nelle antologie scolastiche): un testo discusso da medici, insegnanti, operatori sociali, e che ha coinvolto profondamente anche il grande pubblico attraverso le immagini del film che ne è stato tratto.
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