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Recensione: Il mio paese

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Il mio paese
titolo originale Il mio paese
nazione Italia
anno 2006
regia Daniele Vicari
genere Documentario
durata 113 min.
sceneggiatura D. VicariA. Medici
musiche M. Zamboni
fotografia G. Gossi
montaggio B. Atria
uscita nelle sale 20 Aprile 2007
media voti redazione
Il mio paese Trama del film
Attraverso i più divergenti volti dell’Italia, dal porto di Gela alle fabbriche della Fiat in Basilicata, passando per Roma, Prato e Marghera, le testimonianze di protagonisti reali, pescatori, lavoratori, disoccupati, scrittori e ricercatori sottopagati, si intrecciano alle immagini delle famiglie del sud durante il lungo viaggio in pullman che le porterà verso il nord Europa. Ai racconti si intrecciano le speranze di trovare all’estero una possibilità di riscatto da situazioni che pian piano stanno andando incontro ad una, anche se lenta, trasformazione.

Recensione “Il mio paese”

a cura di Vera Usai  (voto: 7)
Prodotto da Vivo film in collaborazione con Rai Cinema, “Il mio paese” ripercorre in senso inverso il viaggio-indagine compiuto dal documentarista olandese Joris Ivens durante gli anni del cinquantottino boom economico italiano. Vicari parte dalla Sicilia industriale e segue il percorso di uno dei tanti pullman che ogni giorno permettono a intere famiglie di italiani di emigrare all’estero. Passando per Termini Imerese, entrando nei laboratori di ricerca romani, poi attraverso una Toscana caratterialmente “orientale”, Porto Marghera e il nord Europa, la macchina da presa di Vicari torna in quei luoghi dove si è poggiato lo sguardo “scomodo” di Ivens, all’epoca censurato dalla Rai. Se il documentarista ritraeva il volto povero e contraddittorio di un’Italia fiduciosa, in marcia verso il progresso, Vicari compie un salto in avanti a svelare cosa quel progresso ha portato, in quei prati dove prima c’erano pascoli per gli animali e i bambini giocavano a piedi nudi in vecchi monasteri abbandonati. Adotta la tecnica del documentario nel documentario e mescola le sue immagini con quelle del vecchio reportage, in una contiguità affascinante e insolita di luoghi, riprese, paesaggi, azioni e suoni. A cambiare è la dimensione temporale: quella che si racconta ora è una “patria attuale”, come viene cantata dalla voce trascinante di Nada che intona l’inno-compianto di Massimo Zamboni, eccellente curatore della partitura sonora. “Il mio paese” è un lavoro che riesce a sfuggire da quella banalità registica che porterebbe al film staticità e scarso spessore. È il riflesso di un amore, di tanta rabbia e di compassione sincera di un uomo verso la sua Terra, alla quale danno voce le immagini e i racconti degli intervistati e della gente comune, filmata con un immobilismo di ripresa in contrasto con la dinamicità e gli scatti veloci caratteristici delle sequenze in cui l’occhio del giovane regista sa restituire la bellezza del volo degli uccelli, di corsi d’acqua e di riflessi e ombre di figure umane, stagliate con armonia davanti alle sfumature di un tramonto.
Lo scopo è di offrire degli spunti di riflessione: sul lavoro e la disoccupazione, le violenze, l’abusivismo delle nuove costruzioni, sull’Italia dei licenziamenti, dell’inquinamento, delle nuove energie, dell’emigrazione e degli immigrati dispersi in mare. Ciò che colpisce è il coinvolgimento dell’autore: traspare turbamento e pianto; la tristezza davanti ad alcune realtà si trasforma in lacrima e l’obiettivo si macchia delle gocce di pioggia nelle giornate in cui il cielo è più grigio.
Un documento coraggioso in un momento in cui il cinema italiano sembra non sappia più raccontare con una tale verità la situazione di un Paese che «si rivela diverso da ciò che ha deciso di mostrare»: «un luogo magmatico, cangiante, difficile da interpretare», come lo definisce Vicari. E questo è il suo «modo di raccontarlo».
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