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Recensione: Katyn

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Katyn
titolo originale Katyń
nazione Polonia
anno 2007
regia
genere Drammatico
durata 118 min.
cast (Anna) • (Andrzej) • A. Chyra (Jerzy) • P. Malaszynski (Piotr) • D. Stenka (Moglie del Generale) • M. Cielecka (Agnieszka) • S. Celinska (Stasia) • J. Assböck (Brunon Müller)
sceneggiatura A. Mularczyk
musiche
fotografia P. Edelman
montaggio M. FiedlerR. Listopad
uscita nelle sale 13 Febbraio 2009
media voti redazione
Katyn Trama del film
Nel 1940, su ordine di Stalin (ancora legato al patto di non belligeranza con Hitler), l’esercito sovietico massacrò oltre 20.000 cittadini polacchi, militari e civili, gettandoli in fosse comuni. Fino al 1990, l’URSS ha attribuito il massacro ai nazisti. Wajda ha raccontato una tragica storia d’amore e d’eroismo sullo sfondo di questa tragedia.

Recensione “Katyn”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 7)
Come criticare la monotematicità di un autore considerato – a ragione – tra i più importanti cineasti dell’europa orientale della seconda metà del secolo scorso? Se quest’uomo ha vissuto le storie che racconta, e se le sue opere meritano per tre volte la nominations agli Oscar come miglior film straniero, non c’è alcun modo. Aggiungiamo che quando non ha parlato di guerra, come ne “L’uomo di ferro”, ha vinto la Palma d’oro a Cannes.
Andrzej Wajda non fa cinema tanto per fare: negli ultimi sei anni se ne erano perse le tracce e questo, insieme all’Oscar alla carriera ricevuto nel 2000, lasciava intendere che la sua carriera fosse terminata; invece no, superati gli ottant’anni Wajda irrompe nuovamente sulla scena con due film: “Katyn”, che ha fallito all'ultima selezione la candidatura all’Academy, e “Tatarak”, entrambe in concorso al Festival di Berlino rispettivamente nel 2008 e nel 2009.
Per realizzare “Katyn” Wajda ha due punti di partenza: il romanzo “Post mortem” di Andrzej Mularczyk e i propri ricordi; in questo modo racconta due storie, quella dello sterminio deigli ufficiali polacchi e quella di famiglie che attendono invano il ritorno dei padri prigionieri, confrontandosi per anni con le menzogne di un regime che addossa le responsabilità ai tedeschi (come se ne avessero poche). La storia non è delle più conosciute, ma è tra le più agghiaccianti: dopo l’invasione tedesca, con l’alleanza tra Germania e Unione Sovietica gli ufficiali dell’esercito polacco si ritrovano prigionieri di nemici contro i quali non avevano mai combattuto; deportati in massa, se ne perderanno le tracce. Tre anni dopo, nella foresta di Katyn, verranno scoperte delle fosse comuni con i corpi di migliaia di prigionieri, uccisi tutti con un colpo alla nuca. Sono più di ventimila.
La seconda parte racconta un’aspetto della storia atipico, in relazione agli altri orrori che hanno caratterizzato la Seconda Guerra Mondiale: la verità, finito il conflitto, non viene rivelata. E chi sa non può parlare. Gli anni in cui Anna e Agnieszka si scontreranno con un governo negazionista sono solo una piccola parte dei cinquanta che passeranno tra la strage e l’ammissione di colpevolezza russa: nel film tedeschi e sovietici si rimbalzano l’accusa finché, finita la guerra, non resta soltanto uno dei due invasori, che può così riscrivere indisturbato la storia. La storia individuale lascia però il passo a quella collettiva nelle sequenze più strazianti del film, quando ciò che si intuiva viene mostrato. La calma con la quale i sovietici compiono l’eccidio, con centinaia di esecuzioni ogni notte (per un mese e mezzo) non può lasciare indifferenti; c’è poco da ammirare i colori tipici dei film di Wajda, i suoi tempi lunghi che espongono lucidamente, senza fretta: alla fine del film il disagio che si prova è superiore ad ogni altra sensazione.
Commenti del pubblico
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