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Storia del Cinema - Le Crisi Politiche e il Terzo Mondo

Mao Tse-tung made in Honk Kong Fidel Castro
1960 - 1979
Intorno alla metà degli anni ‘60 il cinema era ormai considerato non solo un mezzo di intrattenimento di massa, ma anche un veicolo di "cultura alta".
Le conquiste del modernismo europeo del dopoguerra, la crescente influenza dell'idea di "autore" e le innovazioni dei film documentaristici e sperimentali avevano contribuito a rendere il cinema una vitale forma d'arte contemporanea.
Molto presto, tuttavia, quest'arte si trovò ad affrontare numerosi problemi: dai primi anni ’60 fino a metà dei ’70, infatti, il mondo fu scosso da una serie di crisi politiche.
A partire dal 1945, la maggior parte dei contrasti politici, la cui violenza si intensificò durante gli anni ’60 e ’70, ebbe luogo nel Terzo Mondo, dove vivevano i tre quarti della popolazione mondiale. Gli Stati africani furono lacerati da conflitti etnici e guerre civili; in Sud America giunte militari di destra si impadronirono del potere e, per contrastarle, nacquero movimenti di guerriglia. Nel 1967 scoppiò la guerra fra Egitto e Israele, che si scontrarono di nuovo nel 1974, mentre gruppi di resistenza palestinesi intrapresero offensive militari in tutto il Medio Oriente.
I Capi di Stato occidentali cercarono di contenere l'espansione comunista nelle nazioni che avevano da poco raggiunto l'indipendenza. Il loro primo significativo fallimento fu quello con Cuba che, dopo la rivoluzione castrista del 1959, si schierò con l'URSS, come del resto fecero anche alcuni Stati africani. La guerra in Vietnam dimostrò in maniera ancora più drammatica fino a che punto il potere occidentale era disposto a spingersi pur di bloccare la formazione di un altro Stato comunista. Se da un lato la rivoluzione di Mao in Cina (1949) aveva simboleggiato la lotta asiatica contro il colonialismo occidentale, dall'altro la vittoria in Vietnam del Fronte di Liberazione Nazionale di Ho Chi Minh nel 1975, insieme all'ascesa dei Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia, avvenuta lo stesso anno, rappresentarono l'affermazione della guerriglia combattuta in nome della rivoluzione socialista.
Negli Stati Uniti nacque il Black Power, un movimento più politicizzato rispetto al contemporaneo movimento per i diritti civili degli afroamericani. In Africa e in America Latina si moltiplicarono i regimi di sinistra, che in molti casi ricalcavano il modello sovietico. Nello stesso periodo, in tutto l'Occidente, la cultura giovanile del dopoguerra divenne una "controcultura", nell'ambito della quale i giovani potevano sperimentare stili di vita al di fuori di quelli tradizionali. Con l'intensificarsi dei conflitti politici durante gli anni ‘60, gli studenti universitari iniziarono a partecipare alla politica rivoluzionaria come mai prima d'allora. Il 1968 e il 1969 segnarono l'apice della radicalizzazione della protesta giovanile in Europa, in Asia e nelle Americhe.
La conseguenza di tutto questo fu che il cinema divenne politicizzato come non lo era più stato dalla seconda guerra mondiale. Nel Terzo Mondo, ma anche altrove, i documentari politici e i film di realismo sociale, spesso ispirati al neorealismo italiano, divennero forze vitali. La cosa più sorprendente è che le innovazioni del cinema moderno del dopoguerra si fusero con il nuovo orientamento della sinistra radicale, creando un cinema politico moderno che portò il cinema commerciale a livelli di sperimentazione paragonabili a quelli dei movimenti d'avanguardia degli anni ‘20.
Intorno alla metà degli anni Settanta molte rivoluzioni erano fallite, come in America Latina, o avevano rivelato il loro lato dispotico, come in Vietnam, Cambogia e Cina. I registi cominciarono a immaginare una "micropolitica" intesa a promuovere un cambiamento sociale a livello istituzionale. Le tendenze più estreme del cinema politico si attenuarono nelle produzioni commerciali in 35mm: i registi sperimentarono tipologie narrative e stilistiche meno provocatorie. Persino nel Terzo Mondo, dove veniva prodotto il cinema più militante e alternativo, si cominciarono a realizzare film per un pubblico internazionale e in forme decisamente più accessibili. Il cinema politico d'avanguardia resistette più a lungo, ma verso la fine degli anni ’80 i registi di film in 16mm e Super8 erano quasi tutti tornati a un cinema più "puro" o avevano abbracciato forme di sperimentazione postmoderne.
Verso la fine degli anni ’80, il comunismo cinese è stato scosso da ribellioni interne e si è spostato verso il capitalismo, mentre l'URSS e l'intera Europa orientale hanno abbandonato il marxismo-leninismo, sforzandosi di entrare a far parte delle economie di mercato occidentali.
L'assenza di valide alternative al comunismo sovietico ha fatto sì che il capitalismo e la democrazia di stampo occidentale divenissero il modello predominante a livello planetario.
Il declino del cinema politico tout court è stato determinato anche dal calo del numero degli spettatori nelle sale cinematografiche. La televisione e altre forme di impiego del tempo libero hanno distolto il pubblico dai cinema, tendenza che si è intensificata con il boom delle videocassette.
Negli Stati Uniti il contenuto calo dell'affluenza ha dato all'industria cinematografica una stabilità sufficiente a permetterle un nuovo consolidamento e l'ulteriore conquista di mercati esteri. Per gran parte degli anni ’70 e ’80, il rinnovato cinema hollywoodiano ha rappresentato la principale attrazione per il pubblico cinematografico di tutto il mondo. I registi al di fuori di Hollywood hanno cercato di entrarvi o di fargli concorrenza; i distributori e i gestori di cinema hanno tentato di trarre profitti dai suoi prodotti odi bloccarne l'entrata nei mercati nazionali. In ogni caso, Hollywood non ha potuto essere ignorata.

Terzo Mondo: Produzione di Massa e Rivoluzioni

Le tensioni fra le potenze occidentali e il blocco sovietico non si attenuarono durante gli anni ‘60, ma vari segnali indicavano che il modello bipolare del mondo stava fallendo. Il crescente antagonismo fra Cina e Unione Sovietica sfociò in un'aperta rottura nel 1960, e per tutto il resto del decennio le popolazioni dell'Europa orientale cercarono di allentare il giogo di Mosca. Nel frattempo il Terzo Mondo diede prova della sua forte identità: le colonie diventarono Stati sovrani e molti Capi di Stato rifiutarono sia il modello sovietico, sia quello occidentale. Il "terzomondismo", come venne chiamato, coincise con la speranza che i Paesi "periferici" avrebbero raggiunto non solo la vera libertà, ma si sarebbero serviti della loro esperienza di popoli oppressi per costruire società più giuste.
Il primo obiettivo da realizzare era lo sviluppo economico, ma vi erano disuguaglianze fra una zona e l'altra: Messico, Hong Kong, Singapore, Taiwan e Corea del Sud stavano rapidamente diventando dei centri industriali, mentre India e Africa non si sviluppavano abbastanza velocemente per poter fronteggiare la rapida crescita della loro popolazione.
La violenza politica accrebbe le difficoltà di sviluppo. A parte il braccio di ferro fra Oriente e Occidente - a Cuba, in Vietnam e nel Medio Oriente -, il Terzo Mondo conobbe colpi di stato, offensive straniere, guerre civili e conflitti etnici. Il "Fidelismo", la fede nella guerriglia continua sul modello cubano, diede forza a molti movimenti di resistenza in America Latina, Africa e Asia.
La storia del cinema venne profondamente influenzata dagli avvenimenti del Terzo Mondo. L'affluenza nelle sale cinematografiche aumentò parallelamente all'industrializzazione. La continua crescita delle città del Terzo Mondo accrebbe il numero di spettatori; un dato significativo se si considera che tutto questo avveniva mentre in Europa e negli Stati Uniti l'affluenza nelle sale era in calo. Gran parte del pubblico cinematografico mondiale era dunque composto da indiani, africani e asiatici.
Altrettanto importante è il fatto che un numero sempre maggiore di film veniva prodotto nel Terzo Mondo. Nel 1950, in tutto il mondo si realizzavano circa 2.000 film all'anno, ma nel 1980 l'Asia da sola ne produceva altrettanti. A differenza dei vestiti fabbricati a Singapore o degli orologi "made in Hong Kong", la maggior parte di questi film orientali non furono mai distribuiti sul mercato occidentale.
Dei circa 3.500 film realizzati in tutto il mondo a metà degli anni Settanta, l'8% di quelli americani e il 30% di quelli europei avevano una diffusione mondiale: potevano essere visti in una comoda sala cinematografica dell'Algeria o di Buenos Aires, o proiettati su teli appesi nella piazza del paese in Costa d'Avorio o in Venezuela. Tuttavia, i film meno costosi provenienti da altri Paesi si stavano diffondendo. Presto, le industrie cinematografiche più potenti del Terzo Mondo - in particolare quella indiana e quella di Hong Kong - penetrarono nelle nazioni meno sviluppate.
Un'altra tendenza emerse dagli sconvolgimenti politici del decennio: il cinema venne usato come strumento sociale e come arma di liberazione politica. Il nucleo centrale di questo capitolo esamina la diffusione del cinema rivoluzionario nel Terzo Mondo. In America Latina a introdurre questa tendenza fu il Cinema Nôvo brasiliano, tendenza che divenne poi più manifesta a Cuba, in Argentina e in Cile. Nell'Africa nera, il cinema politicizzato nacque sia come forma di espressione della cultura indigena sia come critica ai regimi neocolonialistici. In Cina, il cinema rivoluzionario ortodosso costituì un'emanazione diretta della politica ufficiale.

Cinema Politico

Sebbene le industrie cinematografiche di Hong Kong e di altre nazioni del Terzo Mondo puntassero a conquistare il pubblico di massa dei Paesi in via di sviluppo, difficilmente esse riuscivano a presentare idee rivoluzionarie. E anche se il Cinema Nôvo riuscì a raggiungere un compromesso fra cinema d'autore e critica politica, i suoi film erano destinati a spettatori colti che sapevano apprezzare il cinema d'arte europeo. Alla fine degli anni ‘60, i registi del Terzo Mondo cominciarono a girare film politici destinati a un pubblico più vasto.
L'egiziano Youssef Chahine poté sfruttare la sua reputazione commerciale per girare film populisti come "La terra" (El ard, 1969). In Turchia, anche l'attore Yilmaz Gliney beneficiò di un'industria cinematografica nazionale in crescita. La sua popolarità gli diede la possibilità di dirigere “Speranza" (Umut, 1970), in cui interpreta il personaggio principale, un taxista che spera di diventare ricco vincendo alla lotteria.
L'attenzione rivolta alla routine quotidiana e l'andamento episodico inseriscono il film nella tradizione del neorealismo e del cinema d'arte dei primi anni ‘60, mentre il ritmo lento e l'uso di tempi morti dimostrano la riluttanza ad accettare una trama basata soprattutto sull'azione.
Anche "Il signor Shome" (Bhuvan Shome, 1969), dell'indiano Mrinal Sen, ebbe origine principalmente dal bisogno del regista di fare della critica sociale. Sen aveva fatto parte del movimento di sinistra Indian People's Theatre Association e aveva girato film a partire dal 1956, ma "Il signor Shome", una satira comica dei burocrati neocolonialisti, lo portò a quello che lui definì "gusto per il pamphlet".
Il terzomondismo, tuttavia, esigeva una tipologia di film ancora più militanti. Molti credevano che la rivoluzione del Terzo Mondo stesse per scoppiare. Nel 1962 l'Algeria vinse la guerra d'indipendenza con la Francia; le colonie africane, da poco liberate, mostrarono speranze di un governo indipendente; in America Latina, alcuni movimenti di guerriglia ebbero inizialmente la meglio; l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), fondata nel 1964, si prefissò lo scopo di conquistare una patria per i palestinesi; Fidel Castro aveva guidato la rivoluzione cubana, mentre l'invasione della Baia dei Porci, appoggiata dagli Stati Uniti, era stata facilmente respinta; la spaccatura fra la Cina e Mosca nel 1960 sembrò il segnale della nascita di un comunismo non sovietico e le dichiarazioni di Mao Tse-tung ebbero un forte impatto sugli estremisti durante gli anni ‘60; in Vietnam, il Fronte Nazionale di Liberazione di Ho Chi Minh era riuscito a bloccare l'intervento degli Stati Uniti nella guerra contro il regime corrotto del Sud.
"Popoli del mondo", incitava Mao Tse-tung nel 1964, "unitevi e sconfiggete gli aggressori americani e tutti i loro tirapiedi! ". Nel 1966, alla Conferenza per la Solidarietà all'Havana, i relatori sostennero l' importanza che Asia, Africa e America Latina si organizzassero per combattere l'imperialismo e il neocolonialismo occidentali.
L'ideale rivoluzionario dei tre continenti ispirò molti cineasti. In Medio Oriente, per esempio, nacque un nuovo cinema dedicato alla rivoluzione del Terzo Mondo. I film egiziani anticolonialistici come "Cairo '30" (di Salah Abu Seif, 1966) e "I ribelli" (al-Mutamarridun, di Tewfik Saleh, 1968) spinsero i registi del Libano, della Tunisia e dell'Egitto a realizzare film politicamente più impegnati. Nel dicembre del 1973, contemporaneamente a una conferenza di Paesi non allineati, ad Algeri si tenne un meeting di registi del Terzo Mondo. Simili iniziative ebbero luogo in Asia, Africa e America Latina. La premessa fondamentale del cinema rivoluzionario terzomondista era che tutta l'arte, anche quella che si propone come puro intrattenimento, fosse profondamente politica. Le storie che vengono raccontate, i punti di vista che gli spettatori sono chiamati a condividere, i valori impliciti nell'azione e anche il modo in cui l'azione è narrata, riflettono ideologie politiche. Il dominio dei film hollywoodiani nel Terzo Mondo costituiva quindi un ovvio bersaglio. Il cinema rivoluzionario non solo doveva rifiutare l'ideologia nascosta dietro l'intrattenimento e attaccare l'imperialismo dei film americani, ma doveva anche offrire allo spettatore un'esperienza cinematografica di liberazione politica.
In America Latina e in Africa i registi diedero vita a nuovi generi di film di finzione.
Molto diffuso era l'esame storico delle lotte di massa contro l'imperialismo. In quasi tutti i Paesi i registi trovarono episodi di resistenza o ribellione che potevano essere collegati agli avvenimenti contemporanei. C'era anche il film sull'esilio, che descriveva le esperienze di coloro che erano stati strappati alle loro radici e che dall'estero riflettevano sul loro Paese d'origine.
Un altro genere (conosciuto nel cinema africano come "ritorno alle origini") attingeva invece alle culture indigene e cercava di rivelare un'identità nazionale non contaminata dal colonialismo
Stilisticamente i registi militanti terzomondisti rifiutarono la tecnica patinata che veniva identificata con lo spettacolo hollywoodiano. Le macchine da presa leggere e l'illuminazione informale del cinema diretto offrirono l'opportunità di girare film a basso costo e in breve tempo, restituendo anche il senso di un incontro più immediato e intimo con l'evento. La crudezza dello stile era una dichiarazione politica in se stessa, ma i registi potevano anche avvalersi di alcune finezze tecniche. I cineasti cubani e cileni seguirono l'esempio di Rocha nel fare della camera a mano una forza aggressiva e cinetica. Inoltre, il doppiaggio offriva grandi possibilità di manipolare la colonna sonora in funzione dell'immagine.
Molti film sfidarono le concezioni occidentali dell'arte cinematografica, dimostrando che il pubblico di massa non era così intollerante alla sperimentazione come Hollywood e l'Europa l'avevano costretto ad essere.

Dopo la seconda metà degli anni ‘70, sebbene venissero ancora realizzati film di contenuto politico, il terzomondismo militante diminuì. In America Latina i gruppi insurrezionisti vennero sconfitti: non ci furono mobilitazioni di massa e i regimi militari si dimostrarono capaci di terrorizzare la popolazione. Le coalizioni di destra costrinsero all'esilio alcuni registi del Cinema Nôvo, Sanjinés e i cineasti cileni e argentini. In Africa, la maggior parte dei Paesi furono governati da partiti dispotici e da dittatori tanto carismatici quanto autoritari. Il terzomondismo contribuì in molti casi a creare una nuova classe di capitalisti, come spesso sottolineavano i film di Sembene e dei suoi colleghi africani. La rivoluzione culturale di Mao venne screditata dalla sconfitta della banda dei quattro e la rivelazione delle atrocità commesse dai Khmer Rossi portò a non considerare più la Cambogia come un modello possibile di socialismo asiatico.
Nel 1973, la decisione di aumentare il prezzo del petrolio da parte degli Stati arabi produttori fu un colpo tremendo soprattutto per le economie del Terzo Mondo. I Paesi sottosviluppati cominciarono ad accumulare debiti che graveranno su di loro fino al prossimo secolo. Dopo un decennio di retorica rivoluzionaria, questi Paesi rimanevano nazioni agricole caratterizzate dalla miseria e guidate da magnati e militari appoggiati dalle potenze occidentali o dal blocco sovietico.
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