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Storia del Cinema - Europa Orientale: la Primavera di Praga

Allodole sul filo - Jiří Menzel,1969 Vera Chytilová W.R., I misteri dell'organismo - Dusan Makavejev,1971
1968 - 1975
Il maggiore sconvolgimento nel blocco sovietico ebbe luogo in Cecoslovacchia. Dopo varie lotte interne, nel gennaio del 1968 il riformatore Alexander Dubček assunse il controllo del Partito Comunista Cecoslovacco. Dubček incoraggiò i dibattiti e ventilò anche la possibilità di un sistema pluralista. Verso la fine di giugno la riforma era nell'aria. Più di sessanta tra scienziati, artisti e studiosi firmarono il manifesto delle "duemila parole", che sosteneva l'autogestione degli operai, la critica all'autorità del Partito e il rifiuto di un comunismo vecchio stampo. La "primavera di Praga" ebbe un'enorme influenza sulla cultura. I film banditi nel 1967 vennero rimessi in circolazione e i registi della Nová Vlna si sentirono liberi di fare nuove sperimentazioni.
Ma l'euforia durò poco. Il 20 agosto 1968 l'URSS ordinò a mezzo milione di soldati del Patto di Varsavia di invadere la Cecoslovacchia. I funzionari statali vennero spediti a Mosca in manette. Con l'appoggio della Russia, i conservatori abolirono le riforme. Nell'aprile del 1969 il successore di Dubček, Gustav Husák, presiedette al "processo di normalizzazione", l'annullamento cioè di tutte le riforme del '68 e la condanna dei ribelli: a migliaia di intellettuali e artisti venne impedito di scrivere, esibirsi o insegnare. Nel giro di due anni quasi 200.000 cecoslovacchi emigrarono.
I funzionari bandirono qualsiasi film che richiamasse lo spirito di critica sociale della primavera di Praga. Un esempio lampante è "Allodole sul filo" (Skřivánci na niti, 1969) di Jiří Menzel, ambientato nel 1948 quando, come ci informa una scritta ironica, la classe lavoratrice conquistò il potere in Cecoslovacchia. A quel punto professionisti, intellettuali e camerieri si ritrovano a separare i rottami in un deposito di robivecchi. Con il suo caratteristico tono caustico, Menzel mescola commedia, melodramma e satira. Nella scena iniziale la coppia di protagonisti riprende, per un servizio di attualità, un gruppo di fedeli operai socialisti: manifesti e striscioni colorati nascondono i rottami alle loro spalle. "Allodole sul filo" fu terminato nel 1969, ma ne venne bloccata la distribuzione perché lo si accusava di "disprezzo per la classe lavoratrice"; a Menzel fu impedito di lavorare per cinque anni.
Il "processo di normalizzazione" portò dei cambiamenti nell'industria cinematografica ceca: fu abolito il sistema produttivo cinematografico e centralizzato il controllo. Il nuovo regime esigeva che i soggetti politici venissero trattati in modo positivo, eroico; un ritorno quindi al realismo socialista, dato che, naturalmente, i funzionari disapprovavano la sperimentazione e il "pessimismo" della Nová Vlna. Nel 1973 quattro film vennero messi al bando.
Questi attacchi distrussero la Nová Vlna. Molti dei migliori registi emigrarono. Alla maggior parte di quelli che rimasero fu impedito di lavorare fino alla metà degli anni ‘70. Ad esempio, Věra Chytilová riuscì appena a terminare la favola "I frutti degli alberi del paradiso noi li mangiamo" (Dvoce stromu rajských jíme - La fruit du paradis, 1969) prima che si stabilisse il nuovo blocco. Nei sei anni successivi fu costretta a sottoporre i suoi copioni all'approvazione ministeriale e andò invano alla ricerca di progetti. Messa da parte, le fu impedito di partecipare ai festival stranieri e, infine, venne giudicata "elitaria" e "non impegnata". Solo nel 1976, quando scrisse una lettera al presidente Husák accusando i funzionari di agire illegalmente e in maniera discriminatoria, le venne permesso di tornare a dirigere.
L'invasione sovietica mise in atto quella che diventò famosa come la "dottrina di Brežnev", la politica secondo la quale l'URSS sarebbe intervenuta in uno qualsiasi dei suoi satelliti che avesse manifestato dissenso. La rivolta di Praga aveva dimostrato che la libera discussione poteva dare origine a una pericolosa deriva politica e la maggior parte dei regimi comunisti rinnegò le liberalizzazioni della metà degli anni ‘60.
Un fallimento parallelo avvenne in Iugoslavia. A Zagabria gli intellettuali riuniti intorno al giornale "Praxis" avevano espresso critiche nei confronti del comunismo sovietico a partire dall' inizio degli anni ’60, dichiarando la loro opposizione a qualsiasi istituzione sociale "che paralizzasse gli esseri umani, arrestasse il loro sviluppo e imponesse loro modelli di comportamento semplici, facilmente prevedibili, vuoti e stereotipati". In quello stesso periodo il Comitato Centrale del Partito Iugoslavo chiese una riforma economica. Nella primavera del ‘68 gli studenti occuparono l'università di Belgrado: Tito intervenne per sospendere lo sciopero e la repressione del governo si intensificò. Nel 1972 l'espansione del movimento nazionalista croato spinse il governo ad arrestare, processare e punire i dissidenti politici.
Il nuovo cinema iugoslavo, politicamente ed eroticamente esplicito, faceva infuriare le fazioni conservatrici. "Il maestro e Margherita" (di Aleksandar Petrovič, 1972) paragonava allo stalinismo gli attacchi al cinema che avvenivano in quegli anni. Nel 1970 il tema del festival del cinema di Zagabria fu la "sessualità come sforzo per raggiungere un nuovo umanesimo". Dato che dopo il 1968 le pressioni erano aumentate, le critiche ufficiali etichettarono i nuovi film come "film neri" a causa del loro disfattismo e nichilismo.
Duśan Makavejev firmò il film "nero" più scandaloso del periodo: "W.R., I misteri dell'organismo" (W.R., Misterije organizma, 1971). Come le sue opere precedenti, il film, esplicitamente incentrato sul sesso, mette insieme estratti di cinegiornali, scene di vecchi film e fiction originale: la biografia di Wilhelm Reich, teorico radicale del sesso, è intervallata da spezzoni nello stile del cinema diretto sulle pratiche erotiche contemporanee negli Stati Uniti, da cinegiornali della rivoluzione cinese e dalla grottesca storia di Milena, una donna iugoslava secondo la quale "il comunismo senza il libero amore è come una veglia funebre in un cimitero".
All'inizio degli anni ‘70 il gruppo Praxis fu costretto a dividersi. Il governo impedì la distribuzione di "W.R.", "Il maestro e Margherita" e altri film "neri". Petrovič, che con "Ho incontrato anche zingari felici" aveva conquistato una fama a livello internazionale, venne allontanato dall'Accademia di Cinema. Il Partito cacciò Pavlović e Makavejev, che si unì al gruppo di registi erranti esiliati dall'Europa orientale.
Anche il cinema polacco, com'era successo a quello cecoslovacco, subì severe restrizioni dall'alto, ma si riprese più facilmente. Nella primavera del ‘68 il governo stava prendendo in considerazione l'attuazione di una riforma economica. In maggio venne soppressa una rivolta all'università di Varsavia: gli studenti e i dissidenti vennero attestati e la censura si irrigidì. L'Unità di Produzione Cinematografica Creativa, esistente dalla metà degli anni Cinquanta, venne rimpiazzata da un'organizzazione centralizzata, e figure venerate come Aleksander Ford furono rimosse dalle loro posizioni di controllo.
Comunque, dopo gli scioperi degli operai a Danzica all'inizio degli anni ‘70, Wladislaw Gomulka, il segretario del Partito, venne destituito e al suo posto si insediò una leadership più tollerante. La nuova atmosfera libera rianimò il cinema polacco. Le unità di produzione vennero riorganizzate nel 1972, e i registi ottennero addirittura maggiore autonomia di quanta ne avessero prima. Il cinema ispirato alla letteratura ottenne un grande successo di pubblico e nello stesso tempo rafforzò l'organizzazione produttiva. Andrzej Wajda tornò a occupare una posizione di spicco nel cinema polacco con "Paesaggio dopo la battaglia" (Krajobraz po bitwie, 1970), "Le nozze" (Wesele, 1972) e "La terra della grande promessa" (Ziernia obiecana, 1975 ). Emersero parecchi nuovi talenti, tra i quali Krzysztof Zanussi, che, da ex studente di fisica, portò le sue conoscenze scientifiche a interagire con i drammi contemporanei trattati ne "La struttura del cristallo" (Struktura krysztalu, 1969), "Illuminazione" (Illuminacja, 1972) e "Bilancio trimestrale" (Bilans kwartolny, 1974).
Altri cinema dell'Europa orientale fiorirono nell'era successiva all'invasione sovietica. In Romania, un Paese che non aveva forti legami con l'URSS, la fine degli anni ‘60 vide. l'affermarsi di una maggior libertà d'azione: alla sperimentazione venne concesso più spazio e, a partire dagli anni ‘70 si formarono unità produttive decentralizzate. Dal canto suo, nel 1968 anche il governo bulgaro creò un sistema di unità produttive e, tre anni dopo, insediò nel settore una nuova classe dirigente. Il più famoso film bulgaro di quel periodo, "Iconostasi" (Iconostasis, di Todor Dinov e Hristo Hristov, 1969), somiglia ad "Andrei Rubliov" (Andrei Rublëv, 1969) di Tarkovskij nei richiami all'arte folcloristica e religiosa. Dopo il 1971, il cinema bulgaro attraversò un periodo di rinascita e molti film ottennero riconoscimenti internazionali.
Fu l'Ungheria, tuttavia, che si guadagnò una posizione di spicco nel cinema dell'Europa orientale dopo la primavera di Praga. Le riforme economiche della fine degli anni ‘60 non furono toccate, mentre la pianificazione decentralizzata e l'economia mista permasero fino alla metà degli anni ‘70. In Ungheria proseguì anche il cinema politicamente impegnato e ciascuna delle quattro unità produttive del Paese riuscì a realizzare circa cinque film all'anno.
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