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Storia del Cinema - URSS: il Disgelo Finale

Lo specchio - Andrej Tarkovskij,1975 Mosca non crede alle lacrime - Vladimir Mensov,1980 Il lago dei cigni - La zona - Yurj Ilenko,1990
1972 - 1990
Fra il 1964 e il 1982 Leonid Breznev fu il segretario del Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Il suo regime presentava un'immagine di solidità e di crescita apparente. Nonostante l'aumento dei comfort a disposizione dei consumatori, la cultura attraversò un'altra fase di congelamento: Aleksandr Solženicyn, Andrej Sacharov e altri dissidenti vennero messi a tacere con l'esilio o la carcerazione. Sergej Paradžanov fu scarcerato nel 1977, ma gli fu impedito di emigrare o di lavorare per il cinema. Il Goskino, l'ente statale che supervisionava l'intera attività cinematografica, incoraggiava l'intrattenimento popolare in sintonia con il nuovo consumismo. Questa strategia venne ricompensata con il successo internazionale di "Mosca non crede alle lacrime" (Moskva slezam ne verit, di Vladimir Mensov, 1980), il primo film sovietico a vincere un premio Oscar.
L'esponente più importante del cinema d'arte opposto ai generi di massa e ai film di propaganda rimase Andrej Tarkovskij, "Solaris" (Solarjs, 1972) aveva in qualche modo mitigato lo scandalo di "Andrei Rubliov" (1966), ma "Lo specchio" (Zerkalo, 1975), oscuro e simile a un sogno, confermò la sua propensione a dar spazio alla vena mistica in forte opposizione al cinema tradizionale. Considerato un reazionario, Tarkovskij riteneva che la famiglia, la poesia e la religione fossero le forze centrali della vita sociale; schieratosi contro il cinema politico, sosteneva un cinema di impressioni dirette, evocative, che lo avvicinava ai registi tedeschi. "Stalker" (Id., 1979) narra di una spedizione allegorica attraverso un paesaggio post-industriale verso "la zona", una regione dove la vita umana può essere cambiata radicalmente. Dominato dal blu scuro, il film ha movimenti della macchina da presa innaturalmente lenti e ipnotici per creare quello che il regista ha definito la pressione del tempo che scorre attraverso le scene. Al momento della morte, nel 1986, Tarkovskij era diventato un emblema del cinema consapevolmente artistico. La sua fama impedì che i suoi film fossero messi da parte e, sebbene non venissero proiettati in URSS, rimanessero prodotti d'esportazione vendibili all'estero.
Durante il suo esilio e silenzio, Paradžanov tornò a realizzare lungometraggi: "La leggenda della fortezza di Suram" (Legenda o Suramskoj kreposti, 1984) ricorda "Il colore del melograno" nella sua semplicità stilizzata e nelle immagini vibranti.
Dietro la facciata del regime di Breznev, l'URSS ristagnava: la produzione agricola e industriale era diminuita, così come erano peggiorate le condizioni di salute e di vita; la corruzione, l'inefficienza e gli impegni militari stavano prosciugando le risorse dello Stato. Michail Gorbaciov, salito al potere nel 1985, rivelò che il Paese era sull'orlo del crollo finanziario e annunciò che l'URSS non avrebbe più sostenuto gli Stati dell'Europa orientale, provocando il rovesciamento dei loro regimi comunisti: un'altro disgelo era cominciato.
Il regime stalinista fu completamente demolito e i cittadini ebbero la possibilità di criticare gli errori della politica economica del passato. I registi acquisirono una libertà di agire senza precedenti: "La fredda estate del '53" (Kholodnoye letopyatdesyat tretyego, 1987), una sorta di western sovietico che presenta un paese terrorizzato da una banda di ex detenuti politici, attacca la politica di Stalin; "Gli occhi di carta di Prišvin" (Bumazhnye glaza Prišvina, di Valerij Ogorodnikov, 1989) descrive i primi giorni della televisione sovietica non risparmiando stoccate al cinema di propaganda e realizzando una memorabile sequenza che accosta dei cinegiornali al massacro sulla scalinata di Ejzenštejn, così da indurre gli spettatori a pensare che Stalin stia scegliendo le vittime da un balcone.
La maggior parte di questi film non sarebbe mai stata realizzata se la perestroika non si fosse aperta verso l'industria cinematografica. Nel 1986 il cinema veniva affidato a unità produttive libere, simili al modello dell'Europa orientale e la censura fu notevolmente allentata.
La glasnost e la perestroika concessero più autonomia alle repubbliche: in Kazakistan, registi quasi punk realizzarono opere come "L'ago" (Igla, di Rashid Nugmanov, 1988), un film sulla droga influenzato dal melodramma hollywoodiano, da Fassbinder e dai road movie di Wenders; in Georgia, Aleksander Rekhviashvili diresse "Il gradino" (Sapexuti, 1986), un film avventuroso e ironicamente assurdo sulle abitudini senza senso della vita sovietica di tutti i giorni; prima di morire, nel 1990, Paradžanov realizzò "Asik Kerib" (1989), adattamento letterario profondamente trasformato dal suo trattamento ritualizzato delle leggende della Georgia e dei costumi etnici.
Mentre aumentava l'interesse della critica nei confronti del nuovo cinema sovietico, i tentativi di Gorbaciov di trasformare radicalmente il comunismo si dimostrarono inefficaci; nel 1989, il governo cominciò a esigere la redditività dagli studi cinematografici e incoraggiò i registi a formare società private e cooperative indipendenti. I produttori poterono in questo modo accedere alla distribuzione, in precedenza dominata unicamente dal Goskino. Secondo la nuova pianificazione, il Goskino era il centro di smistamento dei finanziamenti, ma nel 1990 fu smantellato e il cinema diventò un'impresa completamente privata.
La riduzione dei finanziamenti statali raggiunse il livello minimo; l'economia libera era in realtà un mercato anarchico: nessuna legislazione regolava l'attività cinematografica, la pirateria era in continuo aumento, compagnie clandestine sfornavano film pornografici, spesso per riciclare denaro sporco. Il numero degli spettatori scese fino a un decimo della capacità dei cinema e i nuovi imprenditori fallirono in gran parte; a causa della svalutazione del rublo i costi di produzione aumentarono dieci volte.
Il prodotto locale doveva anche affrontare dei nuovi concorrenti: il mercato era dominato da vecchi film hollywoodiani o a basso costo che catturavano il 70% degli spettatori.
Nonostante tutti questi fattori, gli ultimi anni del cinema sovietico sono ricchi di opere importanti. I registi collaborano con gli scrittori e i compositori in nome di una cultura innovativa ed eclettica. Era dagli anni ‘60 che un numero così elevato di film sovietici non venivano apprezzati in Occidente: "Taxi Blues" (Id., di Pavel Lungin, 1990), una coproduzione franco-russa, descrive personaggi immorali e alla deriva in un mondo urbano decadente; il "film nero" "Sta' fermo, muori e risuscita" (Zamri, oumri, voskreni, di Vitali Kanevskij, 1990), descrive la cattiveria e il rancore che pervadono la vita sovietica contemporanea attraverso una storia sulla crudeltà dei bambini in un villaggio durante la seconda guerra mondiale; "Il lago dei cigni - La zona" (Lebedyne ozero - Zona, 1990), una coproduzione ucraino-canadese diretta da Yurj Ilienko, tratta con ascetismo bressoniano una favola politica in cui il protagonista, un evaso da un campo di prigionia, si nasconde in una gigantesca struttura vuota a forma di falce e martello. La pesante carica simbolica di quest'emblema imponente e arrugginito è controbilanciata da una ricca colonna sonora e da un'accurata descrizione di questo nascondiglio umido e angusto dove non c'è neanche spazio per muoversi.
Lo sventato colpo di stato contro Gorbaciov provocò lo scioglimento del Partito Comunista. Al potere salì Boris Eltsin e l'URSS si trasformò nella CSI (Comunità di Stati Indipendenti): la Russia, l'Ucraina, l'Armenia e altre ex repubbliche sovietiche diventarono così Nazioni distinte.
Come i loro colleghi dell'Europa orientale, i registi della CSI erano ansiosi di lavorare con l'Occidente, ma "la casa comune europea" che aveva previsto Gorbaciov e che consisteva in un grande mercato che andava dall'Atlantico agli Urali stentava a nascere. La CSI si trovava con un'economia in sfacelo, uno standard di vita in forte declino e problemi moderni come la criminalità e la droga.
Le Nazioni dell'ex Unione Sovietica, per disperazione, furono costrette a mettere le loro risorse e i loro mercati a disposizione dello sfruttamento occidentale: le principali società statunitensi aprirono uffici per la distribuzione dei loro film e costruirono dei multiplex; le società inglesi, francesi e italiane lanciarono opere "internazionali" che avevano come protagonisti grandi attori occidentali ed erano ambientate negli Stati della CSI; il Mosfilm, il Lenfilm e altri teatri di posa divennero strutture a disposizione delle produzioni di successo; gli occidentali vi potevano infatti trovare ambientazioni esotiche e personale zelante: quella che una volta era stata la terra della liberazione del proletariato non mise alcun freno agli investimenti di capitale straniero.
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