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Storia del Cinema - Giappone

Ecco l'impero dei sensi - Nagisa Oshima,1976 Ran - Akira Kurosawa,1985 Tetsuo - Shinya Tsukamoto,1989
1975 - 1993
L'industria cinematografica giapponese era molto più solida di quella australiana o neozelandese; eppure, mentre il Giappone stava diventando una delle più potenti forze economiche del mondo, le sue compagnie cinematografiche entravano in un periodo molto difficile.
Come nei Paesi occidentali, i problemi iniziarono quando il numero di spettatori nelle sale cominciò a diminuire. Durante gli anni ‘70 la produzione e la distribuzione indipendente guadagnarono terreno; il gruppo indipendente più orientato verso il cinema di qualità era l'Art Theater Guild (ATG) che negli anni ‘70 finanziò alcuni film di Oshima, Yoshida, Shindo e altri registi della New Wave. Compagnie indipendenti più grandi, finanziate da grandi magazzini, da televisioni e da case editrici, cominciarono a produrre film in concorrenza agli studios.
Tra i progetti realizzati internamente agli studios, le serie interminabili come i film di mostri della Toho o i drammi sentimentali di Tora-San della Shochiku finirono per diventare le produzioni più sicure. Le tre grandi (Toei, Toho e Shochiku) dominavano la distribuzione e l'esercizio in modo da poter controllare ancora il mercato. I generi di maggior successo erano i film sulle arti marziali, i racconti yakuza (gangster), i film di fantascienza (basati sul successo di "Guerre stellari"), i film catastrofici e la pornografia soft-core (il cosiddetto "roman porno").
Ichikawa ottenne un grandissimo successo con "La famiglia Inugami" (Inugami-ke no ichizoku, 1976), un film di gangster sul modello de "Il padrino", finanziato dalla Toho e da una casa editrice specializzata in romanzi polizieschi. "La Ballata di Narayama" (Narayama bushi-ko, di Imamura, 1983), prodotto dalla Toei, ottenne un grande riconoscimento internazionale (compresa la Palma d'oro al Festival di Cannes) raccontando l'usanza di abbandonare gli anziani prossimi alla morte, tipica della cultura rurale.
I più famosi registi delle grosse produzioni, come ad esempio Akira Kurosawa, cominciarono a lavorare per film finanziati da Paesi diversi: "Dersu Uzala" (Id., 1975) era un progetto russo; "Kagemusha" (Id., 1980) e "Ran" (Id., 1985) erano coprodotti da Francia e Stati Uniti; "Sogni" (Yume, 1990) fu in parte finanziato dalla Warner Bros.
Le coproduzioni internazionali di Nagisa Oshima rappresentano un passo indietro rispetto alle sperimentazioni delle sue opere degli anni ’60; il suo primo film franco-giapponese, "Ecco l'impero dei sensi" (1976), ottenne uno scandaloso successo. Ispirato a un famoso fatto di cronaca del 1936, è la storia di un uomo e una donna che si ritirano in un mondo di sperimentazioni erotiche estreme, fino a quando l'uomo soccombe languidamente alla morte e alla mutilazione. Oshima abbandona decisamente tutti gli esperimenti modernisti che lo avevano reso famoso e descrive gli incontri amorosi fra i due protagonisti con immagini sontuose. Sebbene fosse stato girato in Giappone, il film fu pesantemente censurato nel Paese; andare a Parigi per vederne la versione integrale divenne una moda fra i ricchi giapponesi.
Imamura, Kurosawa e Oshima diminuirono la loro produzione fino a realizzare un film ogni quattro o cinque anni. Mentre lottavano per trovare finanziamenti per i loro ambiziosi progetti, nasceva in Giappone una nuova generazione di registi disposta a lavorare velocemente e con pochi soldi. Il cinema underground in Super8, spesso ispirato al punk, portò diversi registi a lavorare nell'ambito del cinema commerciale.
La nuova generazione, nata intorno agli anni ‘60, considerava il cinema politico ormai lontano, così come i registi della New Wave avevano considerato distante da loro la tradizione di Ozu e Mizoguchi. I giovani registi della fine degli anni ‘70 e inizio anni ‘80 si dilettavano nella volgarità anarchica dei fumetti violenti (manga) e della musica heavy-metal, attaccando gli stereotipi giapponesi dell'armonia e della prosperità con un marcato umorismo.
Non stupisce dunque che spesso si concentrassero sulla cultura giovanile con film che avevano per protagonisti dei motociclisti-rockettari come "La folle strada rombante" (Kurnizaki sanda rodo, di Sogo Ishii, 1980); "Brezza pomeridiana" (Yazetachino gogo, di Hitoshi Yazaki, 1980) presenta invece fantasie lesbiche giovanili. La tradizione nazionale rappresentava un altro soggetto: in "Gioco di famiglia" (The Family Game, di Yoshimitsu Morita, 1983), una studentessa universitaria che dà ripetizioni a un ragazzino finisce per sedurre un'intera famiglia; ne "La bizzarra famiglia" (Gyakufun-Sha Kazoto, di Sogo Ishii, 1984) odi familiari si acutizzano fino a scatenare una disperata battaglia con una motosega portatile; "Tetsuo" (Tetsuo: The Iron Man, di Shinya Tsukamoto, 1989), una storia fantastica in cui dei cittadini qualunque si trasformano in robot a causa dei loro macabri impulsi sessuali, è impregnato della stessa assurda violenza.
Giovani registi realizzarono film meno grotteschi nelle loro sperimentazioni. Fra questi spicca "Dormire, così come sognare" (Yume Miruyoni Nemuritai, di Kaizo Hayashi, 1986), una meditazione sulla storia del cinema giapponese in cui due investigatori vanno alla ricerca di una donna rapita, legata in maniera enigmatica a un film muto incompleto; la trama è interrotta da scene tratte dal film degli anni ‘20, riprese da Hayashi per dar vita a un pastiche dello stile muto giapponese. Lo stesso film, inoltre, è costruito come un film muto: ci sono musica e rumori, ma i dialoghi sono presentati sotto forma di didascalie; l'unica voce che si sente è un benshi che commenta.
Contemporaneamente alla nuova generazione di registi che lavoravano in presa diretta, emerse un gruppo di animatori specializzati in cartoni animati di fantascienza e fantastici della durata dei lungometraggi, definiti anime. Questi film pieni di energia, ispirati ai manga, hanno come protagonisti robot, astronauti e ragazzini supereroici. Alcuni dei maggiori successi giapponesi degli anni ‘80 sono stati film d'animazione e uno di questi, il sanguinoso e postapocalittico "Akira" (Id., di Katsuhiro Otomo, 1987), è diventato un film di culto in altri Paesi. Dovendo lavorare con budget limitati, gli artisti delle anime rinunciarono ai complessi movimenti dell'animazione classica in favore di angolazioni oblique, un montaggio veloce, immagini create al computer e una padronanza straordinaria delle sfumature e delle superfici traslucide. Anime di ogni tipo produssero notevoli guadagni provenienti soprattutto dalla vendita alle televisioni straniere e dalle videocassette.
Un altro regista su cui l'industria tradizionale puntava molto era Juzo Itami. Figlio di un famoso regista, era stato attore, sceneggiatore e autore a partire dagli anni ‘60. I suoi "Il funerale" (The Ososhiki, 1985), "Tampopo" (Id., 1986) e "Una donna tassista" (Marusa no onna, 1987) sono satire mordaci della vita giapponese contemporanea. Pieni di comicità fisica e parodie del nuovo Giappone consumistico, questi film divennero prodotti facilmente esportabili all'estero e fecero di Itami il regista giapponese più visto degli anni ‘80.
Il successo del "nuovo cinema giapponese" fu consolidato dalla situazione dell'industria: come negli Stati Uniti, la diminuzione del numero di spettatori nelle sale si arrestò alla fine degli anni ‘70.
Anche i film anticonformisiti dovettero affrontare una forte concorrenza da parte delle compagnie statunitensi: nel 1976, per la prima volta, gli incassi dei film stranieri superarono quelli dei film giapponesi.
L'industria cinematografica, avendo poche prospettive nelle esportazioni e dovendo affrontare una grande concorrenza interna, riponeva qualche speranza nei nuovi registi e nella politica fiscale che incoraggiava gli investimenti nel settore. Il controllo delle sale, inoltre, garantiva loro una parte delle entrate di Hollywood. Ma anche questa sicurezza fu messa in discussione nel 1993, quando la Time Warner aprì una serie di multiplex: questa nuova penetrazione nel mercato minacciava di indebolire ancora di più le tre grandi.
Al di là dell'industria cinematografica, comunque, l'economia giapponese stava entrando in conflitto con Hollywood. Questo avvenne durante lo strepitoso successo dell'industria nazionale che, nel 1980, deteneva il primato nel campo delle automobili, degli orologi, delle motociclette, delle macchine fotografiche e dell'elettronica. Il Giappone divenne il principale creditore internazionale prendendo il posto degli Stati Uniti: possedeva infatti le più grandi banche e società assicurative, e investiva miliardi di dollari in compagnie straniere e beni immobili.
Le più grandi società giapponesi nel campo delle comunicazioni parteciparono alla produzione cinematografica straniera. Negli anni ‘80 le finanziarie cominciarono a versare centinaia di milioni di dollari nelle società hollywoodiane. Con lo sviluppo della pay-tv e della televisione ad alta definizione le compagnie giapponesi avevano bisogno di materiale di tipo hollywoodiano che attirasse il pubblico. Con minore dispendio, la JVC investì nei film di Luc Besson e Jim Jarmusch, mentre un'agenzia pubblicitaria finanziò "Fino alla fine del mondo" (Bis aus Ende der Welt, di Wim Wenders, 1990) e una compagnia supportata dal quotidiano "Nippon Herald" coprodusse il film inglese "La moglie del soldato" (The Crying Game, di Neil Jordan, 1992). Gli investimenti giapponesi si stavano inoltre espandendo verso film realizzati a Hong Kong e Taiwan.
La cosa più sorprendente è che le compagnie giapponesi di prodotti elettronici stavano acquisendo i teatri di posa hollywoodiani: nel 1989, la Sony acquistò la Columbia Pictures Entertainment per tre miliardi e quattrocento milioni di dollari, mentre la Matsushita Electric Industrial Company pagò sei miliardi di dollari per la Music Corporation of America, la compagnia affiliata della Universal Pictures. Quest'ultimo fu il più grosso investimento in una società statunitense mai fatto da una compagnia giapponese. Quando la Sony si associò con la Time Warner e la News Corporation di Rupert Murdoch, divenne il più potente gruppo globale nell'industria dell'intrattenimento.
Nonostante l'industria cinematografica nazionale si fosse ridimensionata, la portata degli investimenti giapponesi all'estero garantiva al Paese un posto centrale nel mercato cinematografico internazionale. Durante i decenni del dopoguerra, le coproduzioni supervisionate dai governi erano diventate una prassi cinematografica diffusa, ma negli anni ‘70 e ‘80, anche a causa degli intoppi burocratici, hanno ceduto il passo a forme di cooperazione internazionale. Lo sviluppo dell'economia giapponese, il rafforzamento dell'unità europea e il crollo del comunismo hanno intensificato ulteriormente la tendenza verso un mercato cinematografico globale. Dal punto di vista estetico, questa tendenza ha spinto i registi ad attrarre il pubblico con varianti dei generi popolari e delle convenzioni del cinema di qualità sperimentate in passato.
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