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Storia del Cinema - Nuovi Cinema nei Paesi in via di Sviluppo

La via delle capanne dei negri - Euzhan Palcy,1983 Euzhan Palcy Gli occhi blu di Yonta - Flora Gomes,1992
1975 - 1992
Con lo svanire delle speranze di un cambiamento sociale, la convinzione che il Terzo Mondo rappresentasse una forza politica a se stante si dimostrò sempre meno plausibile. Gli economisti cominciarono a descrivere queste regioni come un "mondo in via di sviluppo": Corea del Sud, Hong Kong, Singapore e Taiwan divennero potenti centri industriali e finanziari.
Nel complesso, tuttavia, le prospettive di questi Paesi si rivelarono ancora più negative di quanto già non fossero nel periodo precedente al 1975: molte Nazioni erano governate da giunte militari o da dittatori, mentre il divario fra i Paesi ricchi e quelli poveri si accentuò. L'agricoltura meccanizzata portò all'aumento della disoccupazione nelle campagne, costringendo le famiglie a emigrare verso le zone urbane. Quindici fra le più grandi città del mondo si trovavano nei Paesi in via di sviluppo ed erano in genere circondate da quartieri di baracche e da accampamenti di abusivi.
L'indebitamento verso l'Occidente aumentò vertiginosamente, proprio negli anni in cui i Paesi industrializzati, colpiti da crisi petrolifere, cominciarono a tagliare gli aiuti all'estero. La recessione mondiale all'inizio degli anni ‘80 poté solo intensificare i problemi finanziari dei Paesi in via di sviluppo.
A rovinare i Paesi sottosviluppati furono anche le guerre e le malattie: 1988, in Zaire, una persona su tredici era portatrice del virus HIV. Il dato forse più allarmante rimane però l'espansione incontrollata della popolazione, frutto della scarsa alfabetizzazione, della povertà e della Chiesa.
Nonostante gli enormi problemi, queste Nazioni continuarono a svolgere un ruolo determinante nel cinema mondiale. Il pubblico rimase numeroso e divenne un obiettivo per le compagnie cinematografiche statunitensi ed europee. Dopo la metà degli anni ‘70, la nuova Hollywood penetrò nei mercati ancora più profondamente di quanto non avesse fatto prima, arrivando a costituire fino all'80% del materiale proiettato.
L'esportazione fu meno semplice del previsto: industrie nazionali forti come in India e a Hong Kong riuscirono a tenere a bada la concorrenza straniera; i regimi comunisti bloccarono il cinema americano; in tutti i Paesi si noleggiavano, vendevano e barattavano copie illegali dei film hollywoodiani, spesso saturando il mercato locale molto prima della loro uscita ufficiale. In Birmania nei "teatrini" ricavati nei retrobottega, simili a quelli del cinema delle origini, si usavano proiettori video per mostrare cassette VHS.
Nel 1976, quando la Thailandia alzò bruscamente le tasse sui film d'importazione, la MPEAA boicottò il Paese per quattro anni, finché il governo tailandese capitolò; nel 1985, il Congresso e l'Ambasciata americana chiesero che la Corea del Sud permettesse a Hollywood di impiantare le sue società di distribuzione e presto il Paese diventò il secondo mercato asiatico per ampiezza per i film americani. La lotta contro la pirateria si concluse con la chiusura di tutti i negozietti di Taiwan che proiettavano film in videocassetta.
Questi Paesi continuarono comunque a produrre un notevole numero di film: alla fine degli anni ‘80, la metà del prodotto cinematografico globale veniva realizzata dai Paesi in via di sviluppo.
In India, Indonesia e Corea del Sud molti film non sono mai stati proiettati nelle sale, ma sono finiti direttamente in videocassetta; a dispetto del numero di film prodotti all'interno di ogni Paese, inoltre, le importazioni raccoglievano gran parte degli incassi al botteghino; i problemi economici hanno distrutto alcune industrie; il debito nazionale ha annullato il cinema brasiliano e argentino all'inizio degli anni ‘90.
Ciò nonostante, il cinema è un aspetto importante della cultura nazionale di tutti i Paesi in via di sviluppo. In Asia, America Latina e Africa, i registi esprimono le concezioni autoctone della storia nazionale, della vita sociale e del comportamento individuale. Il cinema mostra anche un senso di identità sovranazionale, per esempio quando i registi cercano di esprimere temi pan-africani. Alcuni film provenienti dai Paesi in via di sviluppo hanno catturato l'attenzione del pubblico internazionale.
Come in Europa, i governi si sono resi conto che se volevano un cinema nazionale dovevano contribuire a finanziarlo. La maggior parte dei nuovi cinema è vissuta del sostegno statale. I registi si affidavano anche ad accordi per coproduzioni con Stati vicini o con compagnie europee, spesso dei Paesi che nel passato erano stati loro colonizzatori. "La via delle capanne dei negri" (Rue cases nègres, di Euzhan Palcy, Antille, 1983) è stato finanziato da società francesi, mentre "Gli occhi blu di Yonta" (Os olhos azuis de Yonta, 1992), diretto da Flora Gomes, è una coproduzione fra la Guinea Bissau e il Portogallo, con la partecipazione di una compagnia francese e di Channel 4 inglese.
I nuovi cinema che emersero nei Paesi in via di sviluppo non presentavano la coerenza stilistica o tematica che aveva caratterizzato le correnti del cinema muto o il neorealismo italiano. Il nuovo cinema argentino, il "cinema parallelo" indiano, la New Wave di Hong Kong e la "quinta generazione" cinese raggruppavano spesso registi molto diversi fra loro.
C'era tuttavia qualche aspetto comune. I nuovi cinema spesso proponevano film di critica politica, legati ai problemi delle Nazioni in via di sviluppo. L'eredità del cinema rivoluzionario si poteva ritrovare nei film sugli abusi di potere da parte dei dittatori, sulle condizioni di vita delle famiglie, sui conflitti etnici e su altri problemi scottanti. La tutela ai diritti delle donne, a lungo vittime di soprusi, fu spesso al centro dell'attenzione. Il 1975-1985 venne definito dall'ONU il "decennio internazionale della donna", e questo contribuì a far emergere problemi come l'assistenza ai bambini in età prescolare, l'aborto, la violenza carnale e altri ancora. Nello stesso periodo, le registe donne cominciarono a entrare nel campo della produzione, spesso concentrandosi sui problemi femminili.
Anche quando i registi affrontavano soggetti o temi politici, la maggior parte di loro aveva abbandonato la sperimentazione radicale dei primi anni ‘70: i film realizzati nei Paesi in via di sviluppo tendevano ad affidarsi alle convenzioni narrative classiche o al cinema di qualità moderno (in particolare la dialettica fra realismo oggettivo e commento dell'autore). Queste strategie diedero la possibilità ai registi di rivolgersi a un pubblico più ampio. Abbandonando lo sperimentalismo, questi film potevano essere visti nei festival e in certi casi distribuiti in Occidente.
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