Homepage Recensioni dei film News sul Cinema Speciali sul Cinema Interviste Film in TV Programmazione dei Cinema (Roma) Trailer dei film Coming soon Libri di Cinema Storia del Cinema Est Film Festival

Storia del Cinema - India

Bhuvan Shome - Mrinal Sen,1969 Gandhi - Richard Attenborough,1984 36 Chowringhee Lane - Aparna Sen,1981
1969 - 1990
Contrariamente all'America Latina, l'India mantenne una forte industria cinematografica locale. Grazie a controlli severi sulle importazioni da parte del governo, il prodotto indiano dominava il mercato, lasciando poco spazio a Hollywood. "Fiamma del sole" (Sholay, di Ramesh Sippy, 1975), il film più famoso dell'epoca, fondeva la tradizione dei film sui fuorilegge con il western all'italiana per creare quello che venne definito il "curry western".
Ciò nonostante, la produzione continuò a essere caotica e rischiosa: i distributori, gli esercenti e le star controllavano il mercato, e il cinema continuò a essere un mezzo per riciclare il denaro sporco. Il mercato internazionale dei film indiani si allargò durate gli anni ’70; in India, le star diventavano rappresentanti parlamentari e persino capi di Stato. Il cinema era al nono posto tra le industrie del Paese e costruiva la principale forma di cultura popolare indiana.
La lingua nazionale ufficiale era l'hindi, il che rafforzava il cinema "esclusivamente indiano" di Bombay. Le cinematografie regionali, tuttavia, si stavano espandendo: Madras, il centro di produzione del Sud, divenne la capitale del cinema più prolifica del mondo. A causa delle numerose lingue parlate in India, la distribuzione era territoriale, e i produttori finanziavano i film con le prevendite ai distributori regionali.
L'accanita competizione dell'industria commerciale con trame romanzesche, generi consolidati, canto e danza lasciava poco spazio a un cinema alternativo. Alla fine degli anni ‘60, il governo creò un cinema "parallelo" incoraggiando la Film Finance Corporation (FFC) a spostare il suo sostegno dai film commerciali verso il cinema d'arte a basso costo. Il successo di "Bhuvan Shome" di Mrinal Sen (1969) permise ad altri registi di ottenere prestiti per i loro progetti. Il "cinema parallelo", che aveva sede a Bombay, offuscò il cinema bengalese che era stato per lungo tempo associato alle produzioni prestigiose di Satyajit Ray. Alcuni governi regionali, inoltre, aiutarono i registi di film a basso costo: il governo comunista del Kerala, per esempio, incoraggiò la realizzazione di film politici.
Sebbene molti dei film del nuovo cinema fossero realizzati in hindi, nessuno offriva la spettacolarità o la musica vivacissima del cinema commerciale. Nella maggiore parte dei casi si trattava di pacati commenti sociali, influenzati dal realismo umanistico di Ray, dal neorealismo italiano e dai nuovi cinema europei.
Altri registi del nuovo cinema usavano i loro film per fare della critica politica. In "Intervista" (Interview, di Mrinal Sen, 1971), il protagonista, un uomo in cerca di lavoro, è interpretato da un vero disoccupato; "Calcutta '71" (1972) mostra cinque casi di povertà tratti da quarant'anni di storia della città; "Chorus" (Coro, 1974) attacca le corporazioni multinazionali. Nei suoi film Sen sperimentò lo stile recitativo stilizzato, l'autoriflessività brechtiana, il rivolgersi direttamente al pubblico e altre tecniche del cinema politico moderno.
Altrettanto metanarrativo è l'ultimo film di Ritwik Ghatak, "Ragione, discussione su un racconto" (Jukti, Takko aar Gappo, 1974), un'opera frammentaria in cui l'anziano pioniere del cinema politico interpreta un intellettuale alcolizzato ucciso da giovani rivoluzionari. Shyam Benegal contribuì alla tendenza politica del nuovo cinema con "Giovane pianta" (Ankur, 1974), un dramma sociale in cui un giovane proprietario terriero sfrutta un servitore e sua moglie, e "Facendo il burro" (Manthan, 1976), storia di una cooperativa rurale del latte, finanziata da 50.000 membri della cooperativa stessa.
Non tutti i film del nuovo cinema sottolineavano il tema politico. Sebbene Kumar Shahani e Mani Kaul avessero studiato con Ghatak all'Istituto cinematografico di Pune, nessuno dei due abbracciò la critica radicale. Shahani studiò anche all'IDHEC di Parigi; in India, realizzò "Lo specchio delle illusioni" (Maya darpan, 1972), storia di una donna aristocratica che sogna di scappare dalla villa signorile di campagna del padre, ormai in rovina. "Lo specchio delle illusioni" usa sottili cambiamenti del colore e solenni piani sequenza; l'opera fu lodata in tutto il mondo, ma non fu mai distribuita in India.
Anche Mani Kaul, ammiratore di Bresson, Tarkovskij e Ozu, creò un film essenziale e duro con "Il pane di un giorno" (Uski roti, 1970), studio di alcune ore della vita di una donna di paese oppressa da un marito insensibile, in cui i minimi gesti, la recitazione sottotono e lunghe inquadrature vuote comunicano la sua infinita attesa dell'autobus del coniuge. Pur ricordando i film europei, l'opera di Kaul si proponeva di essere l'equivalente cinematografico della musica classica indiana, in cui il tempo è come sospeso.
I nuovi film, che rifiutavano apertamente le formule del cinema popolare, dipendevano completamente dai finanziamenti del governo, ma presto emersero dei problemi. La censura si fece più rigida nei confronti di molti registi; "Venti caldi" (Garam hava, di M. S. Sathyu, 1975), rievocazione della divisione forzata dell'India dal Pakistan, fu bloccato per un anno. La FFC, inoltre, non era riuscita a creare una rete alternativa di distribuzione e proiezione dei film. A causa della mancanza di un cinema d'arte, non c'erano in India spazi per i film sperimentali o politici e la maggior parte di questi non riuscì a ripagare i prestiti erogati dallo Stato.
Nel 1975, la politica indiana fu scossa dall'annuncio che l'elezione di Indira Gandhi non era valida a causa di irregolarità nella campagna elettorale. Indira Gandhi reagì dichiarando lo stato d'emergenza su tutto il territorio e ordinò arresti in massa dei suoi avversari, che comprendevano quasi tutti i leader dei partiti di opposizione. Lo stato di emergenza terminò nel 1977, quando l'opposizione vinse il confronto elettorale, ma con le elezioni del 1980 Indira Gandhi ritornò al potere.
Durante lo stato di emergenza, le difficoltà con la censura e con i finanziamenti aumentarono: si cercò di scoraggiare il dissenso politico e film controversi sottoposti alla censura a volte scomparvero; lo Stato, che raccoglieva fondi con tasse elevate sulla proiezione e con il monopolio sulle importazioni, decise di sostenere il cinema commerciale.
Dopo le elezioni del 1977, tuttavia, in Bengala ci fu un'esplosione di film di critica politica. Il regista di film commerciali Shyam Benegal lanciò lo stile che fondeva la critica sociale con l'intrattenimento.
Nel 1980 il governo trasformò la FFC nella National Film Development Corporation (NFDC), che si prefiggeva di sviluppare un cinema di qualità che si distinguesse dai prodotti commerciali. La NFDC finanziò concorsi per le sceneggiature, promosse i film indiani all'estero e contribuì al finanziamento dei film attraverso prestiti e accordi di coproduzione.
La NFDC era l'unica associazione che aveva il permesso di importare film stranieri, comprare pellicola vergine e attrezzature, distribuire titoli stranieri in videocassetta. I costi erano rimborsati anche attraverso la partecipazione coproduzioni internazionali, in particolare "Gandhi" (Id., di Richard Attenborough, 1984).
Sotto gli auspici della protezione governativa, nacque una nuova generazione di registi; Alcuni proseguirono la tradizione intimista di Ray: Aparna Sen, la più famosa regista indiana, fu paragonata a Ray grazie a "36 Chowringhee Lane" (1981), un film in lingua inglese; Asha Dutta realizzò "La mia storia" (My Story, 1984), un racconto tragicomico sulla gioventù viziata.
L'opera di Ketan Mehta, che utilizzò le tecniche stilizzate del teatro popolare e dei primi film sonori di Bombay, fu più sperimentale. "Racconto popolare" (Bhauni bhavai, 1980) usa un narratore familiare al dramma popolare e offre al pubblico finali alternativi, mentre "Hero Hiralal" (1988) è una satira sull'industria cinematografica.
I registi più anziani trovarono nuova energia sotto la politica della NFDC; Ray, Sen e Benegal ottennero il finanziamento negli anni ‘80; Shahani, che non realizzava film da dodici anni, ricominciò a lavorare con "Tarang" (1984), uno studio di tre ore sulla borghesia industriale, e poi con "Kasba" (1990), un'analisi čechoviana di una famiglia in lotta nella campagna. "Kasba" si affidava alla presenza di star: un dato significativo e uno dei molti segnali della necessità che il cinema d'arte diventasse più commerciale.
Con lo sviluppo della televisione negli anni ‘80 il governo centrale, che aveva il monopolio sul nuovo mezzo, chiese ai registi più importanti di realizzare dei telefilm. Nello stesso tempo, l'espansione delle videocassette e della televisione via cavo attirò il pubblico della classe media e rese l'industria cinematografica ancora più mutevole e precaria. I film campioni d'incasso e le grandi star iniziarono a decadere: i registi cominciarono a preparare film destinati ai negozi di videocassette e alle loro salette.
La produzione miracolosamente non diminuì; come in tutto il resto del mondo le coproduzioni promisero nuovi mercati: i registi dei film di qualità lavoravano con compagnie olandesi, sovietiche, francesi e statunitensi.
All'inizio degli anni ‘90 si potevano vedere i segnali che l'Occidente stava finalmente entrando nel mercato indiano. Per dieci anni la MPEAA aveva tenuto nel cassetto i suoi film più forti esportando solamente vecchi film a basso costo. Nel 1992 questa strategia diede i suoi risultati: il governo indiano mise termine al monopolio sull'importazione dei film della NFDC, e titoli nuovi affluirono in gran numero. Sebbene gli spettatori indiani rimanessero fedeli al prodotto nazionale, la nascita della televisione via cavo e la disponibilità di film hollywoodiani recenti erano segnali che l'industria cinematografica avrebbe affrontato nuove crisi nel corso del decennio.
Flash non disponibile
Copyright 2017 ©