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Storia del Cinema - Africa

Cronaca degli anni di brace - Mohamed Lakhdar Hamina,1975[Manifesto] Il vento delle Aurès - Mohamed Lakhdar Hamina,1965 Volti di donna, Désiré Écaré,1985
1965 - 1992
L'Africa rimaneva la più sottosviluppata delle regioni del Terzo Mondo: dopo il 1980, il debito estero africano era pari al suo prodotto interno lordo complessivo. Il continente, già povero di terre coltivabili, subì anche carestie devastanti. La gente scappava dai villaggi: in questo modo le città africane si ingrandirono a velocità impressionante.
A causa di questa povertà, la maggior parte dei Paesi africani non produsse alcun lungometraggio prima della metà degli anni ‘70. Molte Nazioni erano scarsamente abitate, avevano poche sale cinematografiche e nessuna struttura tecnica. I registi africani cercarono la cooperazione internazionale. Nel 1980 le Nazioni Unite contribuirono a creare una rete di distribuzione che raggiungesse tutto il continente, il Consortium Interafricain de Distribution Cinematographique (CIDC) per assistere la distribuzione dei film africani. Ai festival di Cartagine, in Tunisia (fondato nel 1966), e di Ouagadougou, in Burkina Faso (1969) si aggiunse quello di Mogadiscio, in Somalia (1981).
Grazie a queste iniziative anche gli Stati contribuirono con un supporto minimo: alcuni Paesi nazionalizzarono l'importazione e la distribuzione dei film, altri nazionalizzarono anche la produzione; il Burkina Faso diventò il centro amministrativo del cinema nero africano, dando vita a una scuola di cinema e a una struttura produttiva ben attrezzata.
In generale, tuttavia, le associazioni continentali e il supporto dei singoli Paesi non riuscirono ad aumentare la produzione o le possibilità distributive. Nel 1984 la CIDC interruppe il suo lavoro; il teatro di posa Cinafric nel Burkina Faso rimase l'unica struttura produttiva locale. Il cinema rimaneva un'attività artigianale e i registi erano costretti a raccogliere i fondi, a organizzare la pubblicità e a negoziare la distribuzione.
La fine degli anni ‘80 ha visto una scarsa cooperazione fra gli stati africani. Il Senegal, leader del cinema francofono del continente, ha prodotto in tutta la sua storia una ventina di film, in particolare quelli di Ousmane Sembene. La produzione di cortometraggi e documentari, tuttavia, era più consistente soprattutto nei Paesi anglofoni come il Ghana e la Nigeria, dove il documentario rappresentava un retaggio della colonizzazione inglese.

Nord Africa
I Paesi francofoni del Nord Africa, conosciuti come il Maghreb, riuscirono in qualche modo a sviluppare una propria produzione cinematografica. In Marocco i produttori privati realizzarono qualche film d'intrattenimento popolare sul modello dei melodrammi e dei musical egiziani. Il regista marocchino Souhel Ben Barka si fece conoscere con drammi di critica sociale come "Le mille e una mano" (Les mille et une mains, 1972) sull'industria dei tappeti e "Amok" (1982), un film ad alto budget sull'apartheid sudafricano che ha come protagonista la cantante Miriam Makeba. In Tunisia qualche coproduzione fu realizzata grazie ai fondi pubblici e all'investimento privato.
L'industria cinematografica più importante del Maghreb era quella algerina. Dalla fine degli anni ‘60 all'inizio degli anni ‘70 i titoli più importanti furono film drammatici sulla lotta rivoluzionaria come "Il vento delle Aurès" (Le vent des Aurès, di Mohamed Lakhdar Hamina, 1965).
All'inizio degli anni ‘70 il governo algerino si spostò a sinistra e la critica sociale emerse in un nuovo cinema (cinema djidid), come si può vedere ne "Il carbonaio" (Le charbonniers, di Mohamed Bouamari, 1973) e altre opere. Nel giro di due anni, tuttavia, il nuovo cinema scomparve poiché il governo cominciò a finanziare drammi storici molto costosi. Il più famoso, "Cronaca degli anni di brace" (Chronique des années de braise, 1975) di Hamina, narra la storia del Paese fra il 1939 e il 1954. La saga di Hamina della vita nei villaggi durante il colonialismo costò due milioni e mezzo di dollari e fu il primo film africano a vincere la Palma d'oro al Festival di Cannes.
Il cinema popolare si rinnovò attraverso le commedie satiriche e i thriller politici che ricordavano Costa-Gavras, mentre alcuni registi esplorarono la vita quotidiana della gente comune. All'inizio degli anni ‘80 i cineasti affrontarono temi nuovi, come l'emancipazione femminile e l'emigrazione della manodopera in Europa. Nello stesso periodo, tuttavia, il governo rinunciò al controllo sulla produzione cinematografica. Mentre le compagnie private cominciavano a produrre film destinati al mercato di massa, i registi portarono avanti progetti all'estero e lavorarono in coproduzioni francofone che avevano come protagonisti attori europei. Alcuni emigranti algerini ebbero un notevole successo commerciale nell'ambito del cinema francese; a metà degli anni ‘80 divennero popolari i drammi e le commedie appartenenti al genere beur (un anagramma gergale che significa "arabo") con protagonisti ragazzi algerino-francesi.

Africa sub-sahariana
Erano pochi, in confronto, i film dell'Africa nera destinati a un mercato di massa. Il regista nigeriano Ola Balogun diresse film musicali ispirati al teatro di Yoruba; il Camerun produsse thriller polizieschi oltre alle commedie di grande successo dei registi Danial Kamwa e Jean Pierre Dikongue-Pipa; nel Ghana si realizzarono film d'azione, mentre in Zaire "La vita è bella" (La vie est belle, 1986) ebbe un grande successo sfruttando il carisma della star musicale, Papa Wemba.
Opere meno orientate verso un pubblico di massa, che provenivano soprattutto dai Paesi francofoni, attirarono l'attenzione del pubblico internazionale, al quale potevano sfuggire alcuni dettagli e riferimenti specifici, ma le opposizioni tematiche che ricorrevano in questi film - la tradizione contro la modernità, la campagna contro la città, il folclore indigeno contro i costumi occidentali, i valori collettivi contro l'individualità - erano evidenti. Dato che molti di questi registi avevano studiato in Europa ed erano cresciuti guardando film americani, le loro opere mostravano un'interazione dinamica fra le convenzioni del cinema occidentale e l'esplorazione delle tradizioni estetiche africane.
Una delle tradizioni più significative è rappresentata dal racconto orale. In alcuni casi il cantastorie è parte dell'azione: in "Djeli" (Costa d'Avorio, 1981), per esempio, il regista Fadiko Kramo-Lancine ne fa il protagonista del film. Il cantastorie può anche essere usato come narratore onniscente, come in "Jom" (di Ababakar Samb, 1981). Un film può infine prendere dal folclore personaggi caratteristici, come l'imbroglione, o motivi dell'intreccio, come l'iniziazione o la ricerca: "L'exilé" (L'esiliato, di Oumarou Ganda, Nigeria, 1980) unisce le avventure di un ambasciatore con il racconto popolare a episodi, mentre il più recente "Quartier Mozart" di Jean-Pierre Bekolo (Camerun, 1992) accosta elementi della magia popolare con il montaggio di video musicali.
A partire dalla seconda metà degli anni ‘70 il cinema dell'Africa nera ha seguito soprattutto la tendenza della critica sociale, caratteristica del cinema del Terzo Mondo dalla fine degli anni ‘60. I film sul tema dell'esilio erano relativamente pochi, mentre erano più frequenti i film sul conflitto coloniale. In "Indie Occidentali" (West Indies, 1979), Med Hondo descrive in maniera drammatica il commercio degli schiavi all'interno di un grande set costruito in una fabbrica abbandonata di automobili a Parigi. Hondo tornò in Africa per girare "Sourraouinia" (1987), una storia epica sulla ribellione anticolonialista. Dopo un silenzio di dieci anni, Sembene riprese a dirigere film con "Campo Thiaroye" (Camp de Thiaroye, 1987, Senegal), un dramma sullo scontro fra i soldati francesi e senegalesi alla fine della seconda guerra mondiale.
Anche i film sulle condizioni di vita contemporanee continuarono ad essere realizzati: "Il vento" (Finye, 1982) di Souleymane Cissé critica il regime militare attraverso il racconto drammatico della protesta studentesca. Cissé, convinto che troppi film africani fossero carenti dal punto di vista tecnico, usa immagini sontuose per rendere efficace la fusione fra politica e magia.
Uno dei film più visti sulla vita africana contemporanea è "Volti di donna" (Visages de femmes, di Désiré Écaré, Costa d'Avorio, 1985). Sebbene i suoi film precedenti avessero vinto premi prestigiosi a diversi festival, Désiré Écaré impiegò dodici anni per trovare i finanziamenti per questo film. La prima storia di "Volti di donna" è incentrata su due donne di paese che cercano di imbrogliare i loro mariti. Il film passa poi in un ambiente cittadino a presentare una donna di mezza età che cerca di allargare la sua azienda mentre si deve prendere cura di un marito pigro, delle figlie viziate e delle richieste dei parenti che vivono in campagna.
La regista sottolinea la tensione esistente tra la tradizione e la modernizzazione ricorrendo a stili cinematografici contrastanti: un approccio elementare simile a quello del cinema diretto per la storia del villaggio, e una tecnica più raffinata per il racconto che si svolge in città. La prima storia è interrotta da inquadrature di donne che, a una festa, recitano e commentano gli eventi, mentre nella seconda storia è la stessa protagonista a commentare fuori campo. "Volti di donna", commento acuto e ambivalente sulle contraddizioni di un'economia in via di sviluppo, vinse diversi premi ai festival e fu un buon successo dal punto di vista commerciale in Africa e in Europa.
"Ceddo" di Sembene (1977) aveva contribuito alla nascita di un "ritorno alle origini" nel cinema africano. Negli anni successivi, molti registi cercarono di descrivere le diverse radici della cultura africana. In "Il regalo di Dio" (Wênd Kûuni, di Gaston Kabore, Burkina Faso, 1982), un ragazzo muto ritrova la parola ricordando il suo traumatico passato. L'esempio più significativo di questo ritorno alle origini, e forse il film africano più importante dopo "Ceddo", è "Yeelen" (Id., 1989) di Cissé: un giovane ruba i poteri sovrannaturali della casta di maghi a cui appartiene il padre, che si mette sulle sue tracce. Cissé crea un mondo in cui la magia è una potente forza della natura. Il climax del film è rappresentato dal momento in cui il vecchio mago, che usa i poteri a suo personale vantaggio, e il giovane, che vuole dividere questo sapere con gli altri, si affrontano in un duello di luci accecanti.
Il simbolismo elementare dell'intreccio - fuoco e acqua, terra e cielo, latte e luce - crea un equivalente cinematografico del mito orale africano. Cissé girò la maggior parte delle scene di "Yeelen" con la luce del mattino, creando in questo modo sfumature dorate e tonalità accese della terra che corrispondono all'immagine centrale della luminosità; un motivo giallo-arancione suggerisce pace e rinascita. Come in molti film sulla storia prima del colonialismo, tuttavia, Yeelen si rifiuta di ratificare il conservatorismo di tante tradizioni popolari, chiedendo una trasformazione radicale del mito e della sapienza popolare per creare una nuova società.
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