Homepage Recensioni dei film News sul Cinema Speciali sul Cinema Interviste Film in TV Programmazione dei Cinema (Roma) Trailer dei film Coming soon Libri di Cinema Storia del Cinema Est Film Festival

Storia del Cinema - Film dell'Epoca Nazista

Olympia - Leni Riefenstahl,1936[Manifesto] Leni Riefenstahl Il trionfo della volontà - Leni Riefenstahl,1934[Manifesto]
1933 - 1945
La nazionalizzazione del cinema fu completata nel 1942, quando tutte le case di produzione tedesche furono unificate sotto una gigantesca holding chiamata UFA-Film (ma abbreviata in UFI, per distinguerla dalla vecchia UFA). La UFI controllava tutta la catena, dalla produzione alla gestione delle sale, avendo assorbito 138 società in tutti i settori dell'industria, comprese le strutture di Austria e Cecoslovacchia, che Hitler aveva intanto conquistato.
Nonostante questo sforzo il numero dei film prodotti in Germania non fu in grado di soddisfare la domanda e l'inizio della guerra nel 1939 segnò l'inizio del declino produttivo. Quanto però al controllo sul tipo di film realizzati, si può dire che funzionò alla perfezione.
L'orrore per l'ideologia nazista ha fatto sì che gli spettatori moderni abbiano visto pochi dei film di quel periodo, con l'eccezione di quelli più dichiaratamente propagandistici - come "Il trionfo della volontà" e "Siuss l'ebreo" — studiati soprattutto come documenti storici. Tuttavia, il fine della maggior parte dei film dell'epoca era l'intrattenimento e il contenuto politico era ridotto se non addirittura nullo: dei 1907 lungometraggi realizzati tra il 1933 e il 1945, non più di un sesto fu bandito nel dopoguerra dai censori alleati a causa del contenuto di propaganda nazista. Nessuno dei film prodotti attaccava il regime, dato che tutti dovevano superare il controllo di Goebbels, ma si trattava in gran parte di innocue produzioni girate in studio, non molto diverse da quelle confezionate nello stesso periodo a Hollywood o in Inghilterra.
I primi film vigorosamente propagandistici apparvero nel 1933: "SA-Uomo Brand" (SA-Mann Brand, di Franz Seitz), "Hans Westmar" (di Franz Wenzler) e "II giovane hitleriano Quex" (Hitlerjunge Quex, di Hans Steinhoff). L'intento era di stimolare l'adesione al Partito glorificando eroi del nazismo, con trame ambientate in un'epoca precedente alla nascita del regime, descritta come teatro di lotta tra comunisti perfidi e prodi sostenitori di Hitler.
"Hans Westmar" è basato alla lontana sulla vita di Horst Wessel, uno dei primi a morire per la causa nazista e autore dell'inno di battaglia del Partito. Il film descrive la Berlino della fine degli anni Venti come una città che affonda sotto l'influenza di ebrei, comunisti e stranieri: il giovane Westmar visita con disgusto un caffè che serve solo birra inglese e in cui suona un'orchestra jazz di neri; una commedia ebraica viene rappresentata al Piscator-Bùhne (un teatro notoriamente di sinistra), mentre un cinema proietta la commedia sovietica "La ragazza con la cappelliera" (Devuska s korobkoj, di Boris Barnet, 1927). I malvagi comunisti tramano per impadronirsi della Germania sfruttando la povertà delle classi operaie e, quando Westmar si dimostra troppo abile a promuovere adepti alla causa nazista, lo fanno assassinare.
Come molti film nazisti, "II giovane hitleriano Quex" si rivolgeva agli adolescenti: il protagonista, Heini, è attratto da un gruppo della Gioventù hitleriana nonostante l'opposizione del padre, un comunista ubriacone. La scena più efficace lo mostra durante una visita a un campo per giovani comunisti i cui capi propinano vino e birra ai piccoli visitatori: allontanatesi, Heini si imbatte in un campo della Gioventù hitleriana, i cui ragazzi partecipano a salutari attività sportive; anche questa volta, quando il giovane eroe si unisce alla Gioventù hitleriana, viene assassinato dai comunisti. Benché sia in Hans Westmar che in "II giovane hitleriano Quex" nelle organizzazioni comuniste spicchino elementi ebrei assai stereotipati, l'antisemitismo è solo un elemento secondario e il bersaglio principale della propaganda è il Partito comunista tedesco.
Per il pubblico di oggi, Leni Riefenstahl è la cineasta più celebre dell'epoca nazista. Attrice di fama nel periodo del muto, Leni Riefenstahl si era diretta nel lungometraggio sonoro "La bella maledetta" (Das blaue Licht, 1932), dove interpretava una sorta di folletto di montagna; i suoi due film più importanti, "Il trionfo della volontà" (Der Triumph des Willens, 1935) e "Olympia" (1936, diviso in due parti: "Olympia - I Parte", Fest der Volker, e "Apoteosi di Olympia", Fest der Schonheit) sono di fatto i soli film di propaganda nazista che oggi siano studiati per le loro qualità artistiche.
"Il trionfo della volontà" è un documentario realizzato in occasione del congresso del Partito nazista a Norimberga nel 1934. Hitler voleva che l'evento dimostrasse in Germania e all'estero il suo controllo su un gruppo di seguaci potente e compatto; chiese a Leni Riefenstahl di dirigere il film e le mise a disposizione mezzi illimitati: la regista ebbe al suo servizio ben sedici troupe munite di macchina da presa e monumentali strutture furono appositamente progettate in vista della loro resa cinematografica.
Con uso esperto di fotografia, montaggio e musica, la Riefenstahl creò una sensazionale parata di due ore sul fervore e l'ideologia nazista e costrinse il mondo constatare nervosamente la forza militare della Germania.
Resoconto dei giochi olimpici tenutisi a Berlino nel 1936, "Olympia" non contiene la propaganda apertamente nazista di "Il trionfo della volontà", ma fu anch'esso finanziato dal governo con enorme dispendio di mezzi. L'intento era dipingere la Germania come un membro affidabile della comunità mondiale per soffocare il timore di aggressioni naziste; c'era poi la speranza che i giochi si concludessero con una pioggia di premi ai partecipanti ariani, dimostrando l'inferiorità razziale degli altri concorrenti.
Per riprendere gli eventi e cogliere le reazioni della folla, la Riefenstahl potè disporre di un numero ancora maggiore di unità di ripresa: l'immensa quantità di materiale girato richiese due anni di montaggio, e fu assemblato in un'opera in due parti, ciascuna delle quali della durata di un lungometraggio. Tra gli spettatori dei giochi era possibile riconoscere Hitler e altri ufficiali nazisti, ma Leni Riefenstahl si concentrò nello sforzo di esprimere l'amichevole competizione tra gli atleti, la statuarietà dei corpi e la tensione agonistica; il valore estetico dell'opera diviene a volte quasi astratto, come nella famosa sequenza dei tuffi. Le medaglie vinte da diversi atleti non ariani (soprattutto dal nero Jesse Owens, campione nella corsa e nel salto) contribuirono a smorzare i propositi propagandistici del film.
Il cinema nazista produceva una quantità di pellicole contro i nemici del Terzo Reich, a cominciare dalla Gran Bretagna, esempio di quella democrazia parlamentare a cui i nazisti si opponevano: "Carl Peters" (di Herbert Selpin, 1941), ad esempio, mostra agenti segreti inglesi ricorrere a mezzi discutibli per combattere il protagonista nella gara per la colonizzazione di alcune zone dell'Africa. Uno dei bersagli favoriti rimase l'URSS, poiché i nazisti intendevano schiavizzarla sterminando le popolazioni slave: in "GPU" (di Karl Ritte, 1942) il comunismo sovietico è associato all'eguaglianza delle donne, alla pace e al disarmo; e la GPU (la polizia segreta sovietica) si comporta come una banda di assassini, assecondando i piani dell'URSS per la conquista del mondo (nella realtà la GPU era stata usata principalmente per opprimere cittadini sovietici). Dopo la sconfitta subita a Stalingrado nel 1943, uno degli episodi cruciali della guerra, i nazisti non sembrarono più molto ansiosi di attirare l'attenzione sull'URSS e i film antisovietici scomparvero.
I più famigerati tra i film sui "nemici" furono i lungometraggi antisemiti ordinati da Goebbels nel 1939, poco dopo che Hitler ebbe per la prima volta evocato in pubblico l'annientamento totale come "soluzione finale" al "problema ebraico". Cinque film del genere apparvero fra il 1939 e il 1940, e "Suss l'ebreo", (JudSuss, di Veit Harlan, 1940) fu uno dei più velenosi. Epopea storica ambientata nel diciottesimo secolo, "Suss l'ebreo" era basato sullo stereotipo degli avidi strozzini ebrei: Suss presta denaro a un duca impoverito e conquista abbastanza potere da voler trasformare il ducato intero in uno stato ebraico; commette così crimini orrendi, fra l'altro violentando la protagonista e torturandone il fidanzato. "Suss l'ebreo" fu visto da molti e contribuì a fomentare la violenza antisemita.
Pur proponendosi come documentario, "L'ebreo eterno" (Der ewige Jude, di Fritz Hippler, 1940) sfruttava gli stessi pregiudizi, dipingendo gli ebrei come una razza senza patria che diffonde la corruzione vagando per le terre cristiane: immagini dei miserevoli abitanti del ghetto di Varsavia sono commentate da una voce che spiega come gli ebrei diffondano malattie; una scena di "La casa di Rotschild" (House of Rotschild) - un film Warner Bros, del 1934 che dipingeva in modo positivo la nota famiglia di banchieri ebrei — è utilizzata fuori dal contesto come "prova" di un'immaginaria cospirazione ebraica per con¬trollare la finanza internazionale. Ma "L'ebreo eterno" era così perfidamente antisemita che si rivelò impopolare; dopo il 1940 l'odio per gli ebrei fu perciò contenuto in scene isolate e non costituì più la base di un intero film - anche perché i nazisti volevano distogliere l'attenzione dallo sterminio che si compiva nei campi di concentramento.
Compito della propaganda era anche accendere l'entusiasmo per lo sforzo bellico, e alcuni film militaristi si premurarono di illustrare l'allegria cameratesca della vita in uniforme. In "Tre sottufficiali" (Drei Unteroffiziere, di Werner Hochbaum, 1939) gli eroi trascorrono il servizio militare impegnati in avventure galanti, cantando durante le marce e partecipando occasionalmente a battaglie incruente. Non mancavano però le esortazioni a una fede fanatica in "sangue e terra" che glorificavano la morte in battaglia: il progetto personale di Goebbels nel periodo bellico, "La cittadella degli eroi" (Kolberg, di Veit Harlan, 1945) si ispirava proprio a questo concetto. Vagheggiato nel 1943 come una grande epopea storica, una specie di "Via col vento" tedesco, il film non fu ultimato fino al 1945 a causa della crescente penuria di risorse; ma Goebbels era così ossessionato dal progetto che sottrasse al fronte quasi duecentomila soldati per utilizzarli come comparse. Ne risultò un film grandioso, girato con la nuova pellicola Agfacolor introdotta all'inizio della guerra.
"La cittadella degli eroi" raccontava un fatto realmente accaduto nelle guerre napoleoniche, quando i cittadini di una piccola città prussiana avevano impugnato le armi per difendersi nonostante le autorità militari locali avessero deciso di arrendersi: alla fine il popolo è sconfìtto, ma il film evidenzia la sua coraggiosa resistenza ai francesi. Goebbels sperava forse che i cittadini comuni sarebbero insorti per salvare la Germania dalla sua imminente sconfìtta, ma così non fu: quando il film uscì il 30 gennaio 1945, i bombardamenti alleati avevano cancellato la maggior parte dei cinema berlinesi e il film non fu praticamente visto da nessuno mentre la città cadeva in mano delle truppe sovietiche.
Anche se la maggior parte dei lungometraggi miravano soprattutto all'intrattenimento, il contenuto politico fungeva spesso da sottofondo del dramma: "Ingratitudine" (Der Herrscher, di Veit Harlan, 1937), ad esempio, ritrae un potente e anziano industriale che decide di sposare la sua segretaria; la sua famiglia tenta di farlo interdire, ma lui trionfa e li disereda, lasciando la fabbrica al popolo tedesco. I figli e i relativi consorti sono egoisti: c'è chi guarda l'orologio durante il funerale della madre, altri fanno ipotesi su chi erediterà i gioielli; ma il protagonista vince su tutti e la sua ultima battuta è: "Un leader nato non ha bisogno di un maestro per guidare il suo genio". Il parallelo con Hitler, che chiedeva ai cittadini tedeschi di seguirlo senza discussioni, era chiaro.
Anche questa propaganda implicita non era comunque un requisito, necessario di ogni film: Goebbels credeva anzi nell'importanza del puro intrattenimento. Il Terzo Reich vide quindi proseguire la tradizione dei musical tedeschi, iniziata fin dagli albori del sonoro. Il maggiore successo del 1935 fu "Amphitryon" di Reinhold Schiintzel, una commedia ambientata in ampi set bianchi e astratti che rappresentavano l'antica Roma, arricchita di tocchi anacronistici come un Mercurio che recapita messaggi su pattini a rotelle. Il regista danese Detlef Sierck (dopo la seconda guerra mondiale conosciuto negli Stati Uniti come Douglas Sirk) girò diversi film in Germania nei tardi anni Trenta, tra cui il popolare melodramma musicale "La prigioniera di Sydney - Verso nuovi orizzonti" (Zu neuen Ufern, 1937): una famosa cantante inglese di music hall si assume la colpa per un assegno falsificato dal sue amante, viene deportata in Australia e, dopo una serie di ulteriori disavventure, conclude finalmente un matrimonio felice.
Uno dei film più insoliti dell'era nazista fu "L'imperatore della California" (Der Kaiser von Kalifornien, 1936): il regista Luis Trenker si riservò anche il ruoli del protagonista Johann August Sutter, l'uomo che per caso aveva scatenato la corsa all'oro in California nel 1849. Gran parte del film fu girarato sul posto negli Stati Uniti, senza che nulla facesse presagire le ostilità che qualche anno dopo avrebbero condotto alla guerra tra America e Germania.
Il prolifico Veit Harlan diresse per la Tobis — appena acquisita da. governo — una quantità di film non di propaganda, fra cui "Giovinezza" (Jugend, 1938), storia di una figlia illegittima adottata dallo zio, un pastore di vedute ristrette; sedotta e abbandonata da un cugino cinico, la poverina finisce per annegarsi. Lo stile e perfino il rigido moralismo del film non sono molte diversi da ciò che ci si aspetterebbe da un film di Hollywood dello stesse periodo.
Assai attivo, per quanto poco noto, il regista Helmut Kautner diresse fra l'altro "Arrivederci Franziska" (Auf Wiedersehen, Franziska, 1941), una storia d'amore più realistica e sommessa di quelle di Ophuls, ma realizzata con movimenti di macchina analoghi. La trama racconta il matrimonio tra un inviate speciale e la sensibile Franziska: le lunghe assenze di lui, che la saluta ogni volta dal treno con la frase "Auf Wiedersehen, Franziska" incrinano il rapporto nonostante la sincerità del loro amore, e Franziska diviene sempre più lontana e scontrosa. A guastare questo agrodolce studio psicologico è solo il finale, dettato dalle autorità naziste: dopo l'invasione tedesca della Polonia, il matite torna a casa e riparte questa volta per la guerra mentre Franziska, miracolosamente guarita dai suoi malumori, lo saluta alla stazione con un ottimistico "Wiedersehen, Michael". Film del genere valgono comunque a dimostrare che il cinema del periodo nazista è più vario di quanto non si creda di solito.
Flash non disponibile
Copyright 2017 ©