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Storia del Cinema - Italia: Tendenza dell’Industria

Abel Gance Max Ophuls Jean Epstein
1920 - 1943
Alla fine degli anni Venti, l'imprenditore Stefano Pittaluga cercò di rianimare l'industria cinematografica italiana creando una società a concentrazione verticale: dopo aver rilevato alcune case di produzione e di distribuzione minori e catene di sale, acquistò il vecchio studio della Cines e lo riaprì con grande clamore nel 1930. Per qualche anno, la nuova Cines dominò la produzione italiana, soprattutto perché era l'unica a possedere apparecchiature per la registrazione del suono, ma non poteva risanare da sola un'industria in crisi; le sale prosperavano ma a dettare legge erano i film stranieri, soprattutto americani, e l'avvento del sonoro accelerò il declino della produzione: nel 1930 si fecero soltanto dodici film italiani; nel 1931 appena tredici.
Quando l'economia italiana fu colpita dalla Depressione, il governo iniziò a sostenere diverse industrie e il cinema fu oggetto di una serie di leggi protezionistiche tra il 1931 e il 1933: il governo garantì sussidi sulla base degli incassi, obbligò le sale a proiettare un dato numero di film italiani, tassò i film stranieri e stabilì un fondo per conferire premi a film di alta qualità. Nel 1932 il regime di Mussolini inaugurò anche la Mostra del Cinema di Venezia, ideata come vetrina internazionale per i film italiani.
Simili sforzi incoraggiarono alcuni produttori a entrare nel mercato: dopo il 1932 al declino della Cines corrispose la nascita di Lux, Manenti, Titanus, ERA e altre case di produzione; alla fine degli anni Trenta la produzione nazionale poteva contare su circa quarantacinque film all'anno.
Nel complesso, comunque, la legislazione non migliorò le condizioni generali in quanto la maggior parte dei film non avevano successo commerciale. Quando il governo riconobbe che l'industria cinematografica era un'importante forza ideologica che non doveva deteriorarsi, creò la Direzione Generale per la Cinematografìa (1934), diretta da Luigi Freddi.
Pur essendo stato supervisore dell'ufficio propaganda del Partito fascista, Freddi si distinse nel nuovo incarico per un atteggiamento sorprendentemente liberista rispetto ai modi dell'intervento governativo: lo Stato doveva incoraggiare e premiare l'industria ma non pretendere di guidarla d'autorità. Convinto che gli spettatori italiani avrebbero rifiutato film pesantemente propagandistici, Freddi si schierò coi produttori per incrementare un cinema di "distrazione" vicino allo spirito hollywoodiano. Un viaggio a Berlino confermò le sue convinzioni: i nazisti, sosteneva, avevano danneggiato il cinema tedesco con "coercizione cieca e autoritaria", mentre Freddi credeva che un pubblico divertito sarebbe stato un pubblico tranquillo.
Questo punto di vista portò il governo a una serie di nuove scelte. Nel 1935 nacque l'ENIC (Ente Nazionale Industrie Cinematografiche), cui fu data autorità di intervenire in ogni settore del cinema. L'ENIC rilevò la società di Pittaluga, producendo alcuni film e coproducendone altri, assorbì alcune catene di sale e iniziò a distribuire film.
Quando nel 1935 gli studi Cines furono distrutti da un incendio, Freddi sovrintese alla costruzione di Cinecittà, un moderno complesso di teatri di posa statali alla periferia di Roma che ospitò presto anche dodici teatri di posa sonori. Dal 1937 — anno dell'inaugurazione — fino al 1943, più della metà dei film italiani furono girati a Cinecittà. Nel 1935 Freddi fondò anche una scuola di cinema, il Centro Sperimentale di Cinematografia; due anni dopo il
Centro lanciò la sua rivista, "Bianco e nero", che avrebbe dato importanti contributi alla teoria cinematografica e che prosegue tuttora le pubblicazioni. Dal Centro uscirono molti dei migliori registi, attori e tecnici italiani.
L'investimento del governo nella cultura alimentò il prestigio internazionale. La Biennale di Venezia, così come la Mostra del Cinema, davano dell'Italia l'immagine di un paese moderno e cosmopolita, e registi stranieri del livello di Max Ophuls, Gustav Machaty, Jean Epstein e Abel Gance vennero a girare nella penisola.
Anche la legislazione si fece più incisiva: una legge garantì finanziamenti statali per molti film ad alto budget, incoraggiando le banche a investire a loro volta nella produzione. La "Legge Alfieri" del 1938 diede ai produttori un aiuto diretto commisurato al numero di biglietti venduti, favorendo così i film popolari e le società più prolifiche; di impatto altrettanto forte fu la "Legge sul Monopolio" dello stesso anno, che diede all'ENIC il controllo su tutti i film importati (e portò quattro delle più importanti case americane a ritirare la loro produzione dall'Italia). Il risultato di queste politiche fu che la produzione del 1941 arrivò quasi a raddoppiare, toccando la cifra record di 83 lungometraggi.
Il cinema italiano non divenne mai un cinema politico statalizzato come quello delle Germania o dell'URSS: l'ENIC controllava solo una piccola frazione del mercato e produceva pochi film; come Stalin, Mussolini vedeva in anteprima ogni singolo film realizzato nel Paese, ma di rado li faceva vietare. Allo stesso tempo, nonostante l'assistenza del governo, l'industria italiana non riuscì a divenire autosufficiente e rimase in passivo per tutti gli anni Trenta. In generale, il regime si limitava a sovvenzionare un settore fragile lasciandolo in gran parte in mani private.
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