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Storia del Cinema - Un Cinema di Evasione

La corona di ferro - Alessandro Blasetti,1941[Manifesto] Vecchia guardia - Alessandro Blasetti,1933[Manifesto] Quattro passi fra le nuvole - Alessandro Blasetti,1942[Manifesto]
1932 - 1943
La relativa autonomia dell'industria non rendeva il cinema italiano immune dalla propaganda: i documentari e i cinegiornali del LUCE magnifìcavano il regime di Mussolini, e non mancarono i film esplicitamente fascisti. II decimo anniversario dalla fondazione del partito portò a due pellicole commemorative, "Camicia nera" di Giovacchino Forzano (1932) e "Vecchia guardia" di Alessandro Blasetti (1933), abbastanza simili in spirito al tedesco Hans Westmar. L'invasione dell'Etiopia nel 1935 ispirò parecchie opere propagandistiche come "Lo squadrone bianco" di Augusto Genina (1936), e lo stesso avvenne per il soste gno offerto a Franco nella guerra civile spagnola. Le politiche fasciste furono glorificate m modo più indiretto in spettacoli storico-patriottici come "1860" di Alessandro Blasetti (1934) e "Scipione l'Africano" di Carmme Gallone (1937).
Benché la maggior parte degli intellettuali fascisti odiassero il comunismo, molti condividevano l'ammirazione di Goebbels per i film sovietici e speravano che il cinema italiano potesse evolversi verso un cinema di propaganda nazionalista. Questi cosiddetti fascisti di sinistra apprezzavano in modo particolare lo spettacolo epico: le masse sarebbero scoppiate di orgoglio vedendo cammelli in marcia attraverso l'Etiopia, tumultuose battaglie in Spagna e gli elefanti di Roma lanciati contro le orde pagane. Il regime, comunque, spesso disapprovava il modo in cui il Partito era ritratto nei film; per di più, molti erano insuccessi commerciali. Fino alla seconda guerra mondiale, nessuna particolare tendenza propagandistica emerse nel cinema italiano come era avvenuto in altri Paesi e la norma fu quella di un cinema di evasione.
Il periodo vide fiorire diversi generi popolari: gli studi italiani sfornavano commedie o melodrammi romantici, in genere ambientati tra gente ricca e in ambienti moderni e scintillanti, da cui la loro definizione "film dei telefoni bianchi". Un prototipo fu "La canzone dell'amore" di Gennaro Righelli (1930), seguito fra gli altri da "La segretaria privata" di Goffredo Alessandrini (1931) e "T'amerò sempre" di Mario Camerini (1933).
Spicca sopra la media "La signora di tutti" di Max Ophuls (1934), mordace critica dell'industria del divismo: la trama mostra in flashback una ragazza innocente sedotta dal padre dell'uomo che ama; quando la loro storia finisce, lei diventa una diva del cinema ma alla fine si suicida. Praticamente ogni scena di "La signora di tutti" gronda emozioni che Ophuls riprende con grande intensità. Nei momenti clou la sua macchina da presa volteggia attraverso l'azione perdendo e ritrovando i personaggi in un abbandono vertiginoso che ricorda "Amanti folli".
Come avvenne anche in altri Paesi, il cinema sonoro diede rapidamente il via alla produzione di commedie romantiche costruite su melodie di successo e incoraggiò l'umorismo dialettale e molti comici popolari: Ettore Petrolini, Vittorio De Sica, Totò passarono dai music hall e dai teatri regionali al cinema. De Sica recitò nella commedia romantica in film Cines che lo resero celebre come "Gli uomini, che mascalzoni..." (1932) e "Il signor Max" (1937), entrambi diretti da Mario Camerini; più tardi la commedia di ambiente romanesco avrebbe procurato un successo analogo ad Aldo Fabrizi. Il neorealismo del dopoguerra dovrà molto alla commedia popolare: De Sica divenne uno dei registi più importanti e l'accoppiata Fabrizi/Anna Magnani in "Campo de' fiori" (di Mario Bonnard, 1943) anticipò "Roma città aperta".
La varietà della produzione italiana dell'epoca è esemplificata chiaramente nell'opera di Alessandro Blasetti, che passò dal successo critico di "Sole" (1929) a "Resurrectio" (1930), un melodramma romantico che combinava il montaggio rapido e i complessi movimenti di macchina dello "stile internazionale" del muto con tecniche sonore sperimentali; sia "Nerone" (1930) che "La tavola dei poveri" (1932) erano invece commedie dialettali. Contro l'opinione corrente, Blasetti sosteneva che gli artisti dovessero interpretare l'ideologia fascista in modo creativo, e tentò di mettere in pratica questa convinzione in "Vecchia guardia", una storia degli inizi del Partito che creò qualche imbarazzo ufficiale. Con l'imponente "1860", il regista portò il dialetto nel film storico e ricorse al simbolismo eroico del cinema sovietico; ma firmò anche film dei telefoni bianchi, un film di cappa e spada, drammi psicologici e una commedia importante come "Quattro passi fra le nuvole" (da un soggetto di Cesare Zavattini, 1942); il suo fiabesco "La corona di ferro" porta le formule da peplum del cinema muto italiano a estremi di eccentricità con l'aggiunta di allusioni pacifiste. Si dice che quando Goebbels lo vide il suo commento fu: "Se l'avesse realizzato un nazista, sarebbe stato messo al muro e fucilato".
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