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Storia del Cinema - Un Nuovo Realismo

I bambini ci guardano - Vittorio De Sica,1943[Manifesto] Roberto Rossellini Ossessione - Luchino Visconti,1943[Manifesto]
1940 - 1943
Tra il 1940 e il 1942, i successi bellici dell'Italia diedero forza anche al cinema. La legislazione del 1938 aveva creato un'industria dinamica, articolata in oltre una dozzina di poli di produzione e distribuzione, ma l'accorto Freddi (che dal 1941 era presidente dell'ENIC e supervisore di Cinecittà) riportò in vita la Cines come società semigovernativa. Pur senza essere tentacolare come la tedesca UFI, fra il 1942 e il 1943 la nuova Cines produsse più film di qualsiasi altra società. L'affluenza di pubblico e la produzione crebbe a livelli senza precedenti: 89 lungometraggi nel 1941, 119 nel 1942; un'impennata che avviò la carriera di registi giovani che sarebbero diventati famosi nel dopoguerra. Anche durante la guerra, comunque, il regime non cercò di precettare l'industria: anzi, la Direzione Generale, sotto Eitel Monaco, il successore di Freddi, rese la censura più tollerante. Più in generale tra gli intellettuali più giovani, costernati dalle avventure militari del regime e dai dogmatici sistemi educativi, cominciarono a rafforzarsi sul finire degli anni Trenta tendenze antifasciste; un'atmosfera che favoriva la nascita di nuove tendenze artistiche.
Una di queste, detta "calligrafismo" per i suoi impulsi decorativi e la sua ripulsa della realtà sociale, tornava alle tradizioni teatrali del diciannovesimo secolo: esempi tipici sono "Un colpo di pistola" di Renato Castellani (1942) — tratto da uno dei "Racconti di Belchin" di Puskin — e "Via delle cinque lune" — da una novella di Matilde Serao — di Luigi Chiarini (1942) che era il direttore del Centro Sperimentale. Ma una generazione più giovane stava già discutendo i meriti dell'arte realistica: influenzati da Hemingway, Faulkner e da altri autori americani, alcuni scrittori invocavano il ritorno alla tradizione italiana del naturalismo regionale e del verismo di Giovanni Verga. Allo stesso modo, sulle pagine di "Bianco e nero", "Cinema" e altre riviste, i critici invocavano registi che filmassero i problemi di gente vera in ambienti reali. Gli aspiranti registi subivano l'influenza dei film della scuola del montaggio sovietico proiettati al Centro Sperimentale, del realismo poetico francese e dei registi populisti di Hollywood come Capra e Vidor. Nel 1939 Michelangelo Antonioni immaginò un film sul fiume Po che raccontasse una storia descrivendo la vita lungo le rive — che divenne il cortometraggio "Gente del Po" (1943/47) — e un saggio del 1941 di Giuseppe De Santis parlò dei western americani, di certe inquadrature di panorami sovietici, dei film girati da Renoir negli anni Trenta e di alcune opere di Blasetti come capiscuola di un'estetica che avrebbe unito finzione e documentario in "un cinema italiano vero e genuino".
Simili dibattitti furono rafforzati dai film che uscirono durante gli anni della guerra: molti di essi esprimono nuova fiducia nei dialetti, nelle riprese in esterni e negli attori non professionisti. "La nave bianca" di Roberto Rossellini (1941), ad esempio, racconta un dramma di guerra navale in modo quasi documentaristico. Film come "Acciaio" di Walter Ruttmann (1933) e "Porto" di Amieto Palermi (1935) possono essere considerati i precursori di questa tendenza, ma a muoversi decisamente verso di un "nuovo realismo" furono tre film dei primi anni Quaranta.
"Quattro passi fra le nuvole" di Blasetti (1942) racconta di un commesso viaggiatore frustrato da una vita noiosa che, durante un viaggio in campagna, accetta di fingersi il marito di una ragazza incinta e ripudiata dalla famiglia: l'accoglienza sgarbata della famiglia di lei gli crea inizialmente qualche imbarazzo, ma ben presto l'interludio rurale si rivela una gradita interruzione della monotonia. Commedia populista su argomenti come la maternità extramatrimoniale e la noia della vita da coniugi, "Quattro passi fra le nuvole" conferì al genere una melanconia quietamente ironica.
Innovativo fu anche il quinto film di De Sica come regista, "I bambini ci guardano" (1943). Se Blasetti tendeva melanconica la commedia sentimentale, De Sica spinge il melodramma sull'orlo della tragedia descrivendo una donna tentata dall'abbandonare marito e figlio per un amante: una situazione familiare che De Sica e lo sceneggiatore Cesare Zavattini complicano adottando il punto di vista del bambino; nell'impressionante finale, il figlio rifiuta il bacio della madre che ha condotto il padre al suicidio. Anche se la famiglia dei protagonisti è benestante, "I bambini ci guardano" evita l'eleganza dei telefoni bianchi a favore di una forte critica sociale.
La più audace manifestazione della tendenza al realismo fu però "Ossessione" di Luchino Visconti, distribuito nel 1943: tratto dal romanzo di James M. Cain "Il postino suona sempre due volte", il film segue la passione che conduce un vagabondo e la moglie di un barista ad assassinare il marito di lei. I movimenti di macchina di Visconti sono articolati come quelli di un film hollywoodiano, ma la messa in scena è sorprendentemente scabra. Il dramma è ambientato nella pianura padana — povera e battuta dal sole - rifiutando l'eleganza della produzione italiana dell'epoca; i vestiti sono infradiciati da un caldo soffocante, un ricciolo di carta moschicida penzola sul tavolo da pranzo della coppia; tornando a casa barcollante da una taverna, il marito striscia in un fosso e vomita. In più, oltre ad affrontare un tema proibito come l'adulterio, Visconti aggiunge al romanzo di Cain il tema dell'omosessualità.
Dopo alcune discusse proiezioni, "Ossessione" fu tolto dalla circolazione, ma rimase ugualmente un punto di riferimento: nel 1943 un articolo di Umberto Barbaro invocava un neorealismo analogo a quello di film francesi come "Il porto delle nebbie" e suggeriva che "Ossessione" potesse indicare la strada.
Rivisti oggi, i film di Blasetti, De Sica e Visconti non sembrano più così lontani dal cinema ufficiale: "Quattro passi fra le nuvole" nasce dalla commedia popolare, mentre gli altri devono molto al melodramma. "Ossessione" è addirittura più vicino al noir americano che al neorealismo del dopoguerra. Tutti e tre i film sfruttano i meccanismi dello star System e sfoggiano un'illuminazione da teatro di posa. Anche le riprese in esterni sono equilibrate da scenografie ricostruite in studio e da retroproiezioni per l'epoca, la novità scandalosa era la rappresentazione "realistica" di problemi sociali a lungo tenuti nascosti dal cinema leggero di Freddi.
Nel 1943 gli Alleati sbarcarono nell'Italia meridionale e il governo di Mussolini fuggì al Nord instaurando la Repubblica di Salò; gli ultimi fascisti e le truppe tedesche occuparono le regioni del nord e del centro e dovettero fronteggiare il movimento partigiano di resistenza armata. La produzione cinematografica italiana subì un precipitoso arresto e non si riprese fino al 1945, quando i ricordi della Resistenza e l'impegno di descrivere la vita quotidiana sarebbero state le fonti di ispirazione primaria del neorealismo.
Le industrie dell'URSS, della Germania e dell'Italia esemplificano tre vie attraverso cui una dittatura può controllare il suo cinema: in Unione Sovietica, la nazionalizzazione era avvenuta molto presto e in modo palese; i nazisti acquistarono senza clamori le case di produzione imponendo loro di produrre film a sostegno del regime; il governo italiano usò mezzi più indiretti. Dopo la guerra, il sistema sovietico perdurò fino alla fine degli anni Ottanta, mentre la sconfitta del nazismo lasciò l'industria tedesca a pezzi; in Italia, dove l'industria non era stata nazionalizzata, la transizione fu meno traumatica.
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