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Storia del Cinema - L'Industria e il Cinema Francese negli anni Trenta

La kermesse eroica - Jacques Feyder,1935[Manifesto] Zero in condotta - Jean Vigo,1933[Manifesto] L’atalante - Jean Vigo,1934[Manifesto]
1934 - 1938
La produzione cinematografica francese era crollata dopo i giorni di gloria precedenti la prima guerra mondiale, quando essa aveva dominato gli schermi di tutto il mondo. L'avvento del sonoro le diede un nuovo impulso poiché le platee richiedevano dialoghi in francese, e la prosperità di inizio decennio sfociò in un leggero incremento della produzione. Ma il cinema francese non fu risparmiato dalla Depressione.
Al contrario, Stati Uniti, Germania e Giappone producevano ciascuno centinaia di film all'anno.
Ancor più che negli anni Venti, gran parte del settore produttivo francese era composto da piccole società private che spesso realizzavano un solo film contraendo forti debiti e fallendo subito dopo: alcuni imprenditori disonesti fondavano piccole case di produzione in modo da ottenere prestiti, per poi sparire col denaro e lasciare i registi nei guai; altri progetti si interrompevano per mancanza di fondi. Negli anni Trenta, 285 piccole società produssero un solo film ciascuna e dozzine di altre ne produssero un numero comunque esiguo. Anche il colosso Pathé-Natan realizzò nell'intero decennio soltanto 64 film — più o meno tanti quanti la Paramount ne produceva in un solo anno.
La mole della società non era una garanzia contro corruzione e cattiva amministrazione: due delle case di produzione più grandi, cresciute nei più rosei anni Venti grazie a una serie di fusioni, conobbero una crisi nel decennio seguente anche perché invece di collaborare dando vita a un oligopolio, come avveniva in industrie cinematografiche più stabili, ciascuna cercava di spingere l'altra al fallimento. Fu così che nel 1934 la Gaumont-Franco-Film-Aubert sfiorò la bancarotta e solo un prestito statale potè salvarla. La Pathé-Natan ebbe problemi analoghi nel 1936 (complicati dal fatto che uno dei suoi capi, Bernard Natan, fu arrestato in quanto malversatore) e dovette essere suddivisa in società più piccole.
La situazione, comunque, non era disperata: nuove leggi e l'avvento del sonoro contribuirono ad allentare la presa americana sul mercato francese. Nel 1935, per la prima volta dalla prima guerra mondiale, i film francesi conquistarono più della metà del mercato nazionale; inoltre l'affluenza di pubblico, crollata durante la Depressione, cominciò a risalire e gli incassi aumentarono.
La struttura decentralizzata della produzione francese spiega perché in questo decennio si fecero così tanti film artisticamente riusciti: mancava infatti la complessa burocrazia che caratterizzava il cinema negli Stati Uniti, in Germania e nell'URSS. In modo analogo a ciò che avveniva nel sistema giapponese, i registi lavoravano spesso in autonomia e controllavano molte fasi della produzione; cosa che, unita al talento di attori, sceneggiatori, scenografi, operatori e musicisti, contribuì a creare alcune tendenze originali.
La propensione al fantastico e al surreale del cinema francese muto continuò a svilupparsi negli anni Trenta. René Clair, abbondantemente prima dei fasti del dopoguerra con "Il silenzio è d'oro" (Le Silence est d'or, 1946), divenne il più famoso regista francese con due musical innovativi come "Sotto i tetti di Parigi" (Sous les toits de Paris, 1930) e "A me la libertà" (A nous la liberté!, 1931). Al genere apparteneva anche l'originale "Il milione" (Le million, 1931), una lunga e divertente caccia a un biglietto della lotteria smarrito: Clair utilizzò la musica al posto degli effetti sonori e fece largo uso di movimenti di macchina. Dopo due opere minori, Clair partì per l'Inghilterra dove realizzò l'interessante commedia "Il fantasma galante" (The Gbost Goes West, 1935) e quando la guerra gli impedì di tornare in Francia si trasferì a Hollywood fino alla fine delle ostilità.
La tradizione surrealista proseguì in diversi film, nessuno dei quali poteva però eguagliare la caotica violenza di "Un chien andalou" e "L'àge d'or" di Buñuel. Nel 1932 Pierre Prévert diresse "L'affare è fatto" (L'affaire est dans le sac), su sceneggiatura di suo fratello Jacques, il celebre poeta: girato a basso costo sfruttando scenografie di altri film, è una commedia anarchica popolata, fra l'altro, di personaggi che vendono, rubano e indossano cappelli strampalati (c'è anche un uomo che cerca invano un fez fascista), mentre la figlia di un ricco industriale è corteggiata da uomini di varie classi sociali; una trama la cui stranezza è sottolineata da uno stile volutamente sopra le righe. L'insuccesso del film impedì ai fratelli Prévert di fare altri film insieme per un decennio, ma Jacques contribuì come sceneggiatore ad alcune delle opere più importanti dell'epoca.
Il surrealismo influenzò anche il più promettente regista dei primi anni Trenta, Jean Vigo. Oltre a due cortometraggi "A proposito di Nizza" (A proposos de Nice, 1929) e "Taris, ossia del nuoto" (Taris ou la natation, 1931), la sua opera comprende "Zero in condotta" (Zèro de conduite, 1933, proibito e mai proiettato pubblicamente in Francia fino al 1945) e "L'Atalante" (Id., 1934; versione restaurata distribuita nel 1990). Per il modo in cui descrive la vita in collegio dal punto di vista dei giovani alunni, il primo è il più apertamente surrealista: gran parte degli insegnanti sono ritratti come figure grottesche, con la sola eccezione di Huguet, schierato con i ragazzi. Nella scena più celebre, gli scolari sfidano gli insegnanti scatenando in dormitorio una battaglia di cuscini; nel finale vediamo quattro degli scolari dare il via alla ribellione durante una cerimonia commemorativa.
"L'Atalante" è invece la storia intensamente romantica del capitano di una chiatta che sposa la donna di un villaggio lungo il fiume. Dopo una breve luna di miele, lei inizia e desiderare qualcosa di più della routine sulla chiatta e, attratta dai souvenir esotici di pére Jules, ufficiale di seconda, e tentata da un venditore di passaggio, fugge a Parigi. Il marito rifiuta di ammettere il suo desiderio di riaverla con sé, ma alla fine pére Jules rintraccia la donna e la coppia si riunisce.
Vigo morì nel 1934, a ventinove anni. La sua morte, unita all'impossibilità per i fratelli Prévert di realizzare altri film, segnò la fine del surrealismo nel cinema francese, così come la partenza di Clair provocò di fatto l'abbandono del genere fantastico.
Molti film francesi importanti degli anni Trenta erano produzioni prestigiose di alto livello, spesso adattamenti letterari come "Delitto e castigo" (Crime et chatiment, di Pierre Chenal, 1935) da Dostoevskij: Pierre Blanchar e Harry Baur, due noti attori teatrali, vi si distinguono nei ruoli di Raskol'nikov e Porfirij, e le complesse scenografìe di interni mostrano una leggera influenza dell'espressionismo tedesco.
Jacques Feyder, che era stato influenzato dall'impressionismo negli anni Venti, tornò in Francia nel 1932 dopo una breve permanenza a Hollywood. Il suo film più noto in questo decennio è "La kermesse eroica" (La kermesse héro'i-que, 1935), commedia ambientata in una città fiamminga all'inizio del diciassettesimo secolo: alla notizia dell'imminente arrivo in città del duca d'Alba e delle sue truppe, gli uomini si nascondono in preda al panico ma le donne accolgono gli invasori nelle loro case (e nei loro letti) in una grande festa; incantando così il duca, che il giorno seguente si allontana con tutti i suoi soldati senza colpo ferire. Di origine belga egli stesso, Feyder volle riprodurre minuziosamente l'architettura e i costumi dell'epoca.
"La kermesse eroica" è stato letto come incoraggiamento al collaborazionismo nel periodo in cui si addensava la minaccia fascista: in realtà Feyder e Charles Spaak avevano scritto la sceneggiatura a metà degli anni Venti, sull'onda di una serie di film pacifisti, ma non erano riusciti a trovare un produttore. Fu così che il film finì per uscire in un momento infelice e fu accolto freddamente in Francia e Belgio; ma in Germania e in Inghilterra riscosse grande successo, vinse un premio per la miglior regia alla Mostra di Venezia e un Oscar negli Stati Uniti per il miglior film straniero.
Meno ambizioso — e più tipico del cinema francese di qualità degli anni Trenta — è "Il lago delle vergini" (Lac anx dames, di Mare Allégret, 1934). L'esile trama ha per protagonista un giovane che insegna nuoto presso un lago del Tiralo ed è assediato dalle ammiratrici; una ragazza ricca e innocente innamorata di lui lo aiuterà a riunirsi con la donna che ama, dalla quale era stato separato. Come in molti film francesi dell'epoca, l'intreccio convenzionale si accompagna a una splendida fotografia e consente agli attori di emergere: "Il lago delle vergini" segnò l'esordio sia di Jean-Pierre Aumont che di Simone Simon, riservando anche un piccolo ruolo a Michel Simon. Il cinema francese, anche se si rivolgeva a un pubblico limitato, aveva negli anni Trenta un discreto parco di divi popolari e caratteristi, e personaggi come Raimu, Michèle Morgan e Jean Gabin si rivelarono spesso di richiamo anche all'estero — un fenomeno assai raro nel decennio precedente.
In questo genere di film, a suo modo unico era Sacha Guitry, fortunato romanziere e autore di commedie sofisticate, che entrò nel cinema come attore, sceneggiatore e regista di molte delle sue stesse opere. Critici e cineasti deplorarono l'irremovibilità di Guitry nel limitarsi al "teatro filmato", ma molti condividevano la passione del pubblico per le sue commedie brillanti e ben congegnate. Tra queste spicca senz'altro "II romanzo di un baro" (Le roman d'un tricheur, 1936), tratto da un suo romanzo dedicato a un truffatore: tutto il film è narrato in modo molto originale dalla voce del protagonista, che pronuncia anche il dialogo di tutti i personaggi, uomini e donne.
Julien Duvivier, attivo in tutti i filoni del cinema francese degli anni Trenta, girò nel 1932 "Pel di carota" (Poil de carotte; nel 1925 ne aveva diretta una versione precedente in stile impressionista): protagonista è un ragazzo il cui carattere allegro si scontra con una madre tirannica e un padre indifferente che prima di dichiarargli il suo affetto indugia al punto da portarlo a un passo dal suicidio. Lo stile sofisticato di Pel di carota e le riprese in esterni della campagna contribuiscono a una storia toccante, raccontata in gran parte dal punto di vista del ragazzo.
Molti film francesi di qualità erano firmati da autori stranieri, soprattutto tedeschi: tra Berlino e Parigi v'era un continuo scambio di registi e, anche dopo l'abbandono della produzione multilingue, si continuò a lungo a girare versioni tedesche di pellicole francesi e viceversa.
G.W. Pabst passò in Francia due lunghi periodi, durante il primo dei quali diresse una versione multilingue di "Don Chisciotte" (Don Quichotte, 1933) con il leggendario divo dell'Opera Feodor Chaliapine. Dopo una deludente visita a Hollywood da cui nacque un solo film, Pabst tornò in Francia per dirigere tre melodrammi. La protagonista di uno di questi, "Il dramma di Shanghai" (Le drame de Shanghai, 1938) è Kay, una cantante di night-club che lavora da anni per una banda criminale di Shanghai ma cerca di rigare dritto quando sua figlia, una ragazza perbene che è stata a lungo lontana per studiare, viene a trovarla; per consentirle di fuggire dalla Cina durante l'invasione dei giapponesi, Kay è però obbligata a uccidere uno dei membri della banda.
Pabst usò l'ambientazione esotica per creare un efficace noir. All'inizio della guerra, il regista decise a sorpresa di tornare in Germania, dove avrebbe lavorato sotto il regime nazista.
Anche Max Ophuls lavorò regolarmente a Parigi negli anni Trenta, realizzando sette lungometraggi intensamente romantici sul genere di "Amanti folli" (Liebelei, 1932). Adattato da Goethe, "Werther" (Le roman de Werther, 1938) ha per protagonista un ufficiale di stanza in una piccola città che si innamora della fidanzata del suo superiore, Carlotta, e alla fine si toglie la vita. All'inizio della seconda guerra mondiale Ophuls fuggì negli Stati Uniti.
Anche per altri emigranti illustri la Francia costituì una tappa intermedia sulla via di Hollywood. Anatole Litvak, un ebreo russo che aveva lavorato in Germania, fuggì dai nazisti e girò in Francia "Mayerling" (ld., 1936); storia dell'amore tragico di un principe per una donna comune, il film sfoggiava uno stile indistinguibile da quello delle produzioni patinate di Hollywood e fu estremamente popolare all'estero: gli attori Charles Boyer e Danielle Darrieux divennero divi internazionali e si trasferirono a Hollywood con lo stesso Litvak. Anche Fritz Lang, abbandonata la Germania per non dover lavorare sotto il nazismo, si fermò brevemente in Francia e vi girò "La leggenda di Lilliom" (Liliom, 1934), un dramma romantico e fatalista, prima di trasferirsi per lungo tempo negli Stati Uniti. Analogamente, Billy Wilder, Robert Siodmak, Curtis Bernhardt e altri lavorarono brevemente in Francia per poi proseguire la carriera a Hollywood.
Accanto a queste produzioni in studio, il cui fascino era affidato allo stile patinato, a storie romantiche e attori popolari, vi furono anche molti film improntati al realismo quotidiano. Fra questi spicca "La scuola materna" (La maternelle, 1933), di Jean Benoit-Levy e Marie Epstein, che come "Zero in condotta" e "Pel di carota" pone al centro della storia dei bambini. Benoìt-Levy, che era principalmente un documentarista, e Marie Epstein, che aveva sceneggiato tre film per suo fratello Jean negli anni Venti, avevano già collaborato in alcuni film muti sui problemi dell'infanzia; con "La scuola materna", la loro opera più importante, affrontarono il problema dei bambini abbandonati o maltrattati: una giovane colta ma povera, Rose, viene assunta con mansioni servili in un istituto e diviene l'oggetto del represso bisogno d'amore dei bambini — specialmente di Marie, abbandonata dalla madre prostituta. Rinunciando al fascino dello studio e ad attori famosi, Benoìt-Levy e Marie Epstein girarono il film in un autentico asilo pubblico, scegliendo bambini senza esperienza di recitazione e ottennendo un'opera bene accolta dalle platee francesi ed estere. I due tornarono a collaborare con "Itto" (1934), uno dei rari film sulle colonie francesi nel nordafrica in cui la popolazione indigena è trattata con sensibilità.
Un altro autore emerso negli anni Trenta e dotato di uno stile molto personale e attento alla realtà quotidiana è Marcel Pagnol. Anche Pagnol era già celebre come commediografo e le sue commedie sentimentali avevano un tono leggero e ironico. Dopo aver visto "La canzone di Broadway", si rese conto delle possibilità offerte dal cinema sonoro: sovrintese così all'adattamento di una delle sue pièces più note, "Marius" (1931, diretto da Alexander Korda, che avrebbe presto rivoluzionato il cinema inglese dirigendo "Le sei mogli di Enrico VIII"). Nonostante l'enorme successo del film, la Paramount, che l'aveva prodotto, non volle finanziarne il seguito e Pagnol andò avanti da solo: con i guadagni ricavati da "Fanny" di Mare Allégret (1932), tratto da una sua pièce, fondò una casa di produzione personale e iniziò a sfornare un successo dopo l'altro. "Cèsar" (1936), il terzo film della trilogia cominciata con "Marius", e proseguita con "Fanny", fu diretto personalmente da Pagnol.
La trilogia copre circa vent'anni della vita dei tre personaggi centrali, ma non è certo un concentrato di azione: la scena è un quartiere costiero di Marsiglia, i cui abitanti passano il tempo a litigare e discutere. Il ritmo lento deriva in parte dalle origini teatrali dei film, ma anche dallo sforzo cosciente di Pagnol per riprodurre il divagare tipico della conversazione quotidiana.
Nel 1936, il successo permise a Pagnol di aprire a Marsiglia un proprio teatro di posa. Attori e troupe erano più o meno gli stessi da un film all'altro formarono la "famiglia Pagnol", un vero e proprio clan che viveva e lavorava a stretto contatto ovunque si decidesse di girare: Pagnol amava ripetere che "L'Universale si raggiunge restando a casa" e tra gli anni Trenta e Quaranta realizzò tutti i suoi maggiori successi in Provenza, vicino a Marsiglia, sua città natale. Rispetto ai film della trilogia, l'impianto era di norma meno teatrale ma le trame erano perlopiù semplici storie di vita in provincia: in "La moglie del fornaio" (La femme du boulanger, 1938), la fuga della moglie del fornaio con un altro uomo fa sì che il marito smetta di fare il pane, costringendo gli abitanti del villaggio a darsi tutti da fare per riportarla indietro; "La vita trionfa" (Regain, 1937) celebra la fertilità della terra raccontando di un contadino solitario e di una donna emarginata che uniscono le forze per costruire una fattoria in un villaggio deserto e formare una famiglia.
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