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Storia del Cinema - Realismo Poetico

II porto delle nebbie - Marcel Carnè,1938[Manifesto] La grande illusione - Jean Renoir,1937[Manifesto] Alba tragica - Marcel Carnè,1939[Manifesto]
1930 - 1940
Molti dei più memorabili film francesi degli anni Trenta rientrano nel cosiddetto "realismo poetico", una tendenza generale più che un vero e proprio movimento come l'impressionismo o l'avanguardia sovietica. I protagonisti sono spesso operai disoccupati, criminali o comunque figure ai margini della società che, dopo una vita di delusioni, trovano un'occasione di riscatto in amori intensi e idealizzati che si risolvono però in un'ultima, definitiva, sconfitta. Il tono globale è di nostalgia e amarezza.
Avvisaglie del realismo poetico si erano avvertite all'inizio degli anni Trenta: si è già detto di "La petite Lise" (1930) di Jean Grémillon nel quale un uomo appena scarcerato scopre che sua figlia è stata avviata alla prostituzione e, quando lei diventa compiice involontaria nell'omicidio del gestore di un banco dei pegni, la protegge prendendosi la colpa del delitto. Un altro esempio è "Pensione mimosa" (Pension Mimosas, 1934) di Feyder, storia della proprietaria di una pensione che si innamora del figlio adottato e ne boicotta gli amori con altre donne, portandolo involontariamente al suicidio. A parte la trama tragica, l'atmosfera è affidata soprattutto alla cura delle ambienrazioni: la pensione del titolo, un casinò locale e altre scenografie di Lazare Meerson (autore anche dei set di "La kermesse eroica" e altri importanti film del decennio).
Fu però a metà degli anni Trenta che il realismo poetico si affermò perentoriamente, con autori come Julien Duvivier, Marcel Carné e Jean Renoir.
Il principale contributo di Duvivier alla nuova tendenza è "Il bandito della Casbah" (Pépe le Moko, 1936). Pépe è un gangster che si nasconde nella Casbah di Algeri, dove la polizia non osa arrestarlo; benché abbia già un'amante, egli si innamora di Gaby — una sofisticata parigina che visita la zona per il gusto dell'avventura occasionale — ma il loro amore è condannato in partenza, poiché se lui lasciasse la Casbah verrebbe catturato. Duvivier riesce a comunicare il senso della prigionia di Pépe nella Casbah nonostante la maggior parte delle inquadrature siano state girate in teatro di posa o nel sud della Francia. Alla fine del film, il protagonista tenta di lasciare Algeri con Gaby ma la polizia lo arresta proprio davanti al porto: Pépe chiede allora il permesso di guardare la barca di lei che si allontana e, quando questa è salpata, si uccide in un finale tipicamente fatalista.
Pépe è interpretato da Jean Gabin, uno degli attori più popolari dell'epoca, perfetta incarnazione dell'eroe disperato: bello abbastanza da poter interpretare sia drammi che commedie leggere, aveva tratti marcati che lo rendevano plausibile anche come esponente della classe operaia e che gli valsero ruoli da protagonista in "Il porto delle nebbie" (Quai des brumes, 1938) e "Alba tragica" (Le jour se lève, 1939), i due principali contributi al realismo poetico di Marcel Carné.
In "Il porto delle nebbie" Gabin è Jean, un disertore dalla Legione straniera che incontra la bellissima Nelly (Michèle Morgan che, con Gabin, formava la "coppia ideale" dell'epoca). Il loro amore è ostacolato dal fatto che lei è la protetta di un potente gangster: Jean riesce a ucciderlo, ma è colpito a sua volta da un membro della banda e muore tra le braccia di Nelly. La fotografia notturna dell'operatore tedesco Eugen Schiifftan e le scenografie di Alexandre Trauner, con strade di mattoni umide di pioggia, contribuiscono alla tipica atmosfera del realismo poetico.
Protagonista anche in "Alba tragica" nel ruolo dell'operaio Frangois, Gabin nella prima scena del film commette un omicidio e si barrica nel suo appartamento per sfuggire alla polizia: durante la notte, tre flashback ci rivelano le circostanze che hanno portato a questa situazione, mostrando come l'infame Valentin (la vittima del delitto) avesse sedotto la ragazza perbene di cui Francois era innamorato. Più che nell'intreccio, l'interesse del film è nella sua atmosfera cupa, cui contribuisce la scenografia di Alexandre Trauner, un quartiere operaio ricostruito in teatro di posa, perfetta sintesi di stilizzazione e realismo. La musica di Maurice Jaubert commenta le scene di apertura e di chiusura con un semplice ritmo di tamburo. L'elemento più importante resta però il ritratto che Gabin fa di Francois, eroe del realismo poetico per antonomasia che aspetta pensieroso il suo destino. "Alba tragica" uscì appena tre mesi prima dell'invasione tedesca della Polonia; durante la guerra, Carné avrebbe dedicato al tema dell'amore tragico due film popolarissimi a scapito del realismo dei precedenti.
Il più significativo tra i registi francesi degli anni Trenta fu Jean Renoir, la cui carriera si estende dagli anni Venti fino agli anni Sessanta ma tocca in questo decennio il vertice della creatività. Il suo primo film sonoro, "La purga al pupo" (On purge Bebé, 1931), era una farsa realizzata con lo scopo di ottenere finanziamenti per altri progetti; il lavoro seguente, "La cagna" (La chietine, 1931), è infatti ben diverso e può essere considerato un altro preludio al realismo poetico. Protagonista di "La cagna" è un mite contabile con l'hobby della pittura e prigioniero di un matrimonio infelice; comincia una relazione con una prostituta e si fa sfruttare dal protettore di lei che vende i suoi dipinti; alla fine il protagonista uccide la donna e si da alla macchia vivendo serenamente da mendicante. "La cagna" introduce molti elementi che caratterizzeranno lo stile di Renoir: virtuosistici movimenti di macchina, scene in profondità di campo e improvvisi cambiamenti di tono. L'omicidio dell'amante da parte del protagonista è quel tipo di soluzione tragica che diverrà la cifra del realismo poetico, anche se qui si risolve in una positiva scelta di vita. Analogamente, anche se lo stile del film è realistico, Renoir lo apre e chiude col sipario di un teatrino di marionette, quasi a suggerire che si tratta solo di una recita.
Altre opere importanti firmate da Renoir nei primi anni Trenta sono "Boudu salvato dalle acque" (Boudu sauvé des eattx, 1932) e "Toni" (Id., 1935). Boudu è la storia buffa di un vagabondo salvato dal suicidio da un libraio borghese che cerca invano di rieducarlo. Più cupo, Toni affronta il tema dell'immigrazione di operai provenienti dall'Italia e dall'Europa orientale nella Francia degli anni Venti. Prodotto da Marcel Pagnol, il film fu girato interamente in esterni nel sud della Francia con interpreti in gran parte sconosciuti che parlavano il dialetto della regione. Toni, un giramondo italiano giunto in Francia per lavorare in una cava, sposa Marie — la sua padrona di casa — ma si innamora di Josefa, che però sposa un capomastro che l'ha violentata; Marie scopre la verità, tenta il suicidio e poi ripudia il fedifrago. Quando Josefa uccide il suo brutale marito, i sospetti cadono su Toni, che alla fine è ucciso da una banda locale, mentre in città arriva un nuovo gruppo di operai stranieri. Toni anticipò in qualche modo il neorealismo italiano.
A metà degli anni Trenta Renoir realizzò alcuni film sotto l'influenza dei progressisti del Fronte popolare, di cui si dirà tra poco. Fece però anche "La scampagnata" (Une partie de campagne, 1936), un breve film non politico in delicato equilibrio tra ironia e tragedia: durante un picnic in una locanda di campagna, una famiglia parigina incontra due giovani che seducono la moglie e la figlia per la gioia della prima e la disperazione della seconda, visto che tra lei e il suo seduttore nasce un amore senza speranza. Per tutto il film Renoir esprime il piacere della vacanza e il senso di perdita che la seguirà. A causa del maltempo il film non potè essere ultimato, e fu distribuito solo nel 1946, con due didascalie per riassumere le parti mancanti.
Con "La grande illusione" (La grande illusion, 1937) Renoir assunse una posizione pacifista nel momento in cui la guerra con la Germania appariva sempre più probabile. Ambientato in un campo di prigionia tedesco durante la prima guerra mondiale, il film suggerisce che i legami di classe possano essere più importanti della fedeltà alla propria nazione: l'ufficiale francese protagonista si capisce più con l'aristocratico comandante del campo tedesco che con i suoi stessi uomini; quando egli si sacrifica per favorire la fuga di alcuni di essi, il comandante tedesco (interpretato da Erich von Stroheim) coglie l'unico fiore della prigione, alludendo all'estinzione della propria classe. La speranza sorride invece ai sottoposti Maréchal e Rosenthal, uno di origine operaia e l'altro ebreo, che riescono a fuggire.
Questo contrasto fra un'aristocrazia in declino e la classe lavoratrice riappare in forma più sardonica nel film con cui Renoir chiude il decennio, "La regola del gioco" (La règle du jeu, 1939): durante un grande ritrovo nel castello di un nobile, un celebre aviatore si innamora della moglie del padrone di casa il quale, a sua volta, sta cercando di fuggire con l'amante; la confusione amorosa trova eco nei paralleli intrighi tra i servitori, poiché un bracconiere locale si fa assumere come cameriere e tenta di sedurre la moglie del guardiacaccia. Le complicazioni galanti culminano nella lunga e virtuosistica scena del ricevimento al castello, in cui i personaggi entrano ed escono dalle stanze allacciando e sciogliendo rapporti l'uno con l'altro. Nonostante i personaggi si comportino spesso stupidamente, nessuno è tratteggiato come cattivo: "In questo mondo la cosa spaventosa è che ognuno ha le sue ragioni", commenta uno di loro con una battuta per molti versi emblematica del cinema di Renoir, per il quale di rado esistono malvagi, ma solo esseri umani fallibili che reagiscono l'uno all'altro. In "La regola del gioco", Renoir impiegò scenografie spaziose e intricate, e ampi movimenti di macchina per esprimere la continua interazione fra i personaggi. Alla fine la confusione causerà la morte di una persona, fatto che viene nascosto dal padrone di casa. Anche in questo film, il senso è la disgregazione della consunta classe aristocratica.
L'esito di "La regola del gioco" fu fallimentare: il pubblico non ne capì la mescolanza di humour e crudeltà, e lo percepì come un attacco alla classe dirigente. Uscì poco prima che la Francia entrasse nella seconda guerra mondiale e fu subito proibito.
Nonostante la debolezza del settore produttivo, il cinema francese degli armi Trenta produsse molti film importanti, grazie anche ai molti artisti di talento attivi nel settore: Lazare Meerson progettò le scenografie di "Sotto i tetti di Parigi" e "A me la libertà di Clair", e di "La kermesse eroica" di Feyder; fu anche maestro di Alexandre Trauner, che lavorò a lungo con Carné. Nel cinema furono arruolati anche importanti musicisti francesi: Georges Auric compose la musica di "A me la libertà", Arthur Honegger quella di "Delitto e castigo" e Josef Kosma fu l'autore della suggestiva colonna sonora di "Una gita in campagna". Il più importante, Maurice Jaubert, scrisse le musiche di "Zero in condotta". "L'Atalante", "L'affare è fatto", "Il porto delle nebbie", "Alba tragica" e altri film, prima di morire nel 1940, durante l'invasione tedesca. Analogamente, un piccolo gruppo di sceneggiatori firmarono molti dei film più significativi del decennio: in particolare, Charles Spaak (collaboratore di Feyder e Renoir) e Jacques Prévert (collaboratore di Renoir e Carné).
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