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Storia del Cinema - Scandinavia

Ingmar Bergman Il settimo sigillo - Ingmar Bergman,1956 Carl Theodor Dreyer
1940 - 1962
Danimarca e Svezia dimostrarono di avere le cinematografie più vitali della Scandinavia. Così come per il neorealismo italiano e il cinema francese del dopoguerra, i primi contributi di questi paesi al cinema artistico degli anni Quaranta apparvero durante il conflitto mondiale.
L'industria cinematografica danese era stata forte negli anni Dieci, ma durante la prima guerra mondiale aveva perso terreno sulla scena internazionale. Sul finire degli anni Trenta riguadagnò posizioni, grazie anche a una generosa ploitica del governo che istituì tasse sui biglietti per creare un fondo destinato al cinema artistico e documentario.
I tedeschi invasero la Danimarca nel 1940 e, come in altre nazioni, il bando nazista sulle importazioni dai paesi alleati fu di sprone alla produzione interna. Sotto l'Occupazione si continuarono a fare documentari e film didattici, ma la pellicola più importante, girata per la società grande del Paese (la Palladium), fu il "Dies Irae" (Vredens Dag, 1940) di Carl Theodor Dreyer. Questo cupo studio della stregoneria e del dogma religioso in un villaggio del Seicento segnò il ritorno di Dreyer al lungometraggio di produzione danese dopo quasi un ventennio. Il film divenne un caso e fu considerato da molti un'allegoria antinazista. Quando, dopo la guerra, fu possibile vederlo all'estero, esso suscitò reazioni non meno controverse, ma più per il suo incedere solenne, il rigore tecnico e le provocanti ambiguità. "Dies Irae" restituì Dreyer alla scena del cinema internazionale.
Da quando Victor Sjostrom e Mauritz Stiller, verso la metà degli anni Venti, si erano lasciati tentare da Hollywood, il cinema svedese era progressivamente caduto nell'ombra. Ma la Svezia non fu invasa dai nazisti e la sua scelta di neutralità, che impediva l'accesso a qualsiasi film straniero considerato propagandistico, garantì una mancanza di competizione che stimolò l'industria interna. Nel 1942 l'importante studio Svensk Filmindustri assunse Carl Anders Dymling come direttore; questi prese Sjostrom come supervisore artistico alla produzione, gesto che fu considerato un ritorno alla grande tradizione cinematografica nazionale.
Finita la guerra, le cinematografie danese e svedese beneficiarono della rapida ripresa della Scandinavia. La produzione annuale media era di 15-20 film in Danimarca e di circa il doppio in Svezia - cifre minori rispetto ai picchi del periodo bellico, ma comunque notevoli per nazioni così piccole. Qui il cinema di qualità costava relativamente poco: la produzione era dominata da grandi società che perseveravano nella politica dei budget ridotti e delle riprese contenute in periodi brevi. La Danimarca impose una tassa sull'intrattenimento per poter offrire sussidi a film "artistici" e nel 1951, in seguito alla pressione dei cineasti, anche la Svezia avviò una politica analoga.
A parte Dreyer, i cineasti scandinavi più famosi del dopoguerra erano svedesi. Nella seconda metà dell'Ottocento, il norvegese Henrik Ibsen e lo svedese August Strindberg avevano reso celebre in tutto il mondo la drammaturgia scandinava: entrambi prediligevano i toni fantastici ed espressionisti e loro opere spesso ricorrevano a simbologie complesse per suggerire gli stati d'animo dei personaggi. Strindberg aveva anche sviluppato un genere di dramma psicologico interiore definito Kammerspiel, o "dramma da camera": un tipico Kammerspiel si svolgeva in un'unica stanza e veniva rappresentato in piccoli teatri nei quali il pubblico poteva stare molto vicino agli attori. Tra i cineasti segnati da queste tendenze moderniste, i più importanti furono Alf Sjòberg e Ingmar Bergman.
Dopo aver girato un film nel 1929, Sjòberg era diventato il regista principale del Regio Teatro Drammatico di Stoccolma. Tornò al cinema nel 1939 e durante la guerra portò a termine diversi film. Uno dei più originali fu "Strada di ferro" (Himlaspelet, 1942), che fondeva il dramma simbolico con le tradizioni del paesaggio naturalistico del cinema muto per creare una fantasia allegorica di redenzione protestante.
Maggiore influenza al di fuori della Svezia ebbe il suo "Spasimo" (Hets, 1943) seneggiato da Bergman, in cui un liceale tormentato dal suo insegnante di latino — soprannominato Caligola — scopre che questi è un libertino filonazista e assassino. La simpatia di "Spasimo" per la ribellione giovanile emerge non tanto dalla sua alquanto schematica trama quanto da uno stile visivo derivato dall'espressionismo tedesco: l'architettura incombente e le lunghe ombre nettamente stagliate trasformano l'intera città in una prigione; il tozzo Caligola, con i suoi occhiali tondi e le maniere affettate, diventa un Caligari del dopoguerra, e la sua ombra minaccia gli amanti con un gesto che riecheggia il vampiro di Murnau in "Nosferatu".
Dopo la guerra, Sjoberg continuò ad alternarsi tra teatro e cinema. Nel 1950, dopo aver messo in scena la pièce naturalista "Miss Julie" - scritta da Strindberg nel 1888 - la portò sullo schermo in "La notte del piacere" (Froken Julie, 1951). Il film è incentrato sulle interpretazioni degli attori, specialmente su quella di Anita Bjork che da vita a una frivola Julia, ma costituisce anche un'espansione del Kammerspiel originale: nel testo di Strindberg i personaggi raccontano i loro ricordi attraverso monologhi, mentre Sjoberg drammatizza le scene con flashback che combinano passato e presente nella stessa inquadratura. Alcune convenzioni di ciò che diverrà cinema d'arte possono essere trovate già nel Kammerspiel originale di Strindberg, ma Sjoberg vi aggiunge di suo un'ambiguità modernista che nasce dalla manipolazione filmica dello spazio e del tempo.
Come Sjoberg, anche Ingmar Bergman veniva dal teatro. Dopo un primo incarico come sceneggiatore, quest'uomo dall'energia prodigiosa iniziò a dirigere nel 1945: non ancora quarantenne aveva già completato 19 film e messo in scena oltre 60 commedie.
I film di Bergman nel dopoguerra gli guadagnarono la reputazione artista in grado di padroneggiare più generi. Le sue prime pellicole erano drammi domestici, spesso incentrati su giovani coppie alienate, alla ricerca della felicità attraverso l'arte o la natura ("Un'estate d'amore", Sommarlek, 1950; "Monica e il desiderio", Sommaren med Monika, 1952). Ben presto, con un cast di abili interpreti a disposizione, l'attenzione del regista si fecalizzò sui fallimenti dell'amore coniugale, a volte trattato in modo comico, come in "Lezione d'amore" (En lektìon i karlek, 1954), altre in dolorosi profondi psicodrammi. come "Una vampata d'amore" (Gycklarnas afton, 1953). Passò quindi a opere più consapevolmente artistiche: l'eleganza mozartiana di "Sorrisi di una notte d'estate" (Sommarnattens leende, 1955), l'allegorico "Il settimo sigillo" (Det sjunde inseglet, 1956), l'alchimia di espressionismo onirico, ambienti naturali e complessi flashback di "Il posto delle fragole" (Smultronstället, 1957). Per molti spettatori e critici, il culmine della carriera di Bergman fu una portentosa trilogià di film Kammerspiel: "Come in uno specchio" (Såsom i en spegel, 1961), "Luci d'inverno" (Nattvardsgästerna, 1962) e "Il silenzio" (Tystnaden, 1962).
"Alle soglie della vita" (Nara livet, 1958) mostra l'adozione da parte di Bergman di tecniche teatrali, favorite anche da una trama incentrata su tre donne chiuse in una sala maternità per un periodo di quarantott'ore. Il tono Kammerspiel è affermato fin dalla prima inquadratura, in cui si vede la porta della sala aprirsi per fare entrare Cecilia, incinta. Il film finisce con la donna più giovane, Hjòrdis, che esce con decisione dalla stanza avviandosi verso un futuro incerto. Il passato delle tre protagoniste è rivelato solo dal loro dialogare e a ogni attrice è riservata una scena iperdrammatica: la prima, forse la più impressionante, è quella della reazione di Cecilia alla morte del suo bambino appena nato. Tipicamente, Bergman indugia su questa esplosione di vergogna, angoscia e dolore fisico: in una sorta di trance prodotta dai tranquillanti, cullata come una bimba da un'infermiera, Cecilia ricorda le sue preoccupazioni sul parto, e si accusa di essere un fallimento come moglie e come madre, in un'alternanza di singhiozzi, grida di dolore e isterici scoppi di risa.
Il monologo dura oltre quattro minuti ed è ripreso con inquadrature molto lunghe e crudi primi piani frontali. Qui Bergman utilizza il primo piano a scopi squisitamente teatrali, intensificando l'attenzione dello spettatore sull'interpretazione di Ingrid Thulin.
Sul finire degli anni Cinquanta, Bergman aveva ormai raggiunto il successo internazionale. "Sorrisi di una notte d'estate" , "Il settimo sigillo", "Il posto delle fragole", "Alle soglie della vita" vinsero premi nei maggiori festival; "La fontana della vergine" (Jungfrukallan, 1960) e "Come in uno specchio" ottennero l'Oscar e Bergman divenne il regista europeo più universalmente noto del dopoguerra.
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