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Intervista: Grímur Hákonarson

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Grímur Hákonarson
Arriva dall'Islanda un piccolo "caso cinematografico" del 2015: "Rams - Storia di due fratelli e otto pecore" di Grímur Hákonarson ha ricevuto un'ottima accoglienza dalla critica, aggiudicandosi il massimo riconoscimento nella sezione Un certain regard all'ultimo Festival di Cannes. Il regista, classe 1977, racconta alla stampa la sua esperienza.
Intervista Grímur Hákonarson: Domanda 1A che cosa si è ispirato quando ha deciso di raccontare la storia di due
fratelli che non si parlano più da quarant'anni e del loro gregge?
Il film è basato in buona parte sulle mie esperienze con la popolazione e la cultura rurali in Islanda. Entrambi i miei genitori sono cresciuti in campagna e mi ci spedivano tutte le estati, a lavorare, finché non ho compiuto 17 anni. Per questo credo di avere maturato una certa conoscenza delle storie, dei personaggi e della fisionomia di quelle zone. Sono sempre stato attratto dalle storie di campagna e Rams non è il primo film che giro in quel contesto.
Mio padre lavorava per il Ministero dell’agricoltura e questo mi ha aiutato a capire come funzionava l’amministrazione delle zone agricole e com’è cambiata e si è evoluta nel tempo. Una delle cose più difficili che mio padre si trovava ad affrontare era decidere quali capi dovessero essere abbattuti – o no – quando scoppiava un’epidemia. Nel nord dell’Islanda, come in altre zone rurali dell’isola, fino alla fine del Novecento l’allevamento di ovini ha costituito il mezzo principale di sostentamento della popolazione e una componente fondamentale della cultura contadina. Così, in un certo senso, per molti islandesi le pecore restano sacre: rappresentano l’orgoglio e la tradizione nazionale. Nel corso dei secoli, gli ovini hanno avuto un ruolo chiave nella sopravvivenza del mondo agricolo islandese e sono profondamente radicati in questa terra e intimamente legati al suo spirito.
L’Islanda è stata costruita sulla pesca e sull’allevamento, e nella valle di Bardardalur – dove abbiamo girato il nostro film – l’allevamento di ovini è ancora l’occupazione principale. Ma al di là dell’allevamento, c’è qualcosa di speciale nelle pecore. Quasi tutti gli allevatori che conosco hanno un rapporto più stretto col loro gregge che con qualsiasi altro animale domestico. Perfino gli allevatori che gestiscono una fattoria mista – allevando mucche, pecore e cavalli – hanno un occhio di riguardo per le pecore. Le mucche possono dare di che vivere, ma l’hobby principale e la grande passione degli allevatori sono le loro pecore. Per certi versi, il rapporto tra uomo e pecore è sempre stato molto stretto – un fenomeno che mi ha sempre incuriosito. E’ questo il mondo che volevo raccontare nel film. Gente che vive sola col suo gregge, in mezzo alla natura, e sviluppa un forte legame emotivo coi suoi animali. E’ diventata una cosa sempre più rara nella società moderna: gli individui come i miei due protagonisti – Gummi e Kiddi – stanno scomparendo e io credo che sia un peccato. Mi piaccionole cose eccentriche, e vorrei che il loro stile di vita continuasse a esistere, anche nel mondo moderno
Intervista Grímur Hákonarson: Domanda 2Gummi e Kiddi, i due protagonisti, sono allevatori, vicini di casa e
fratelli, ma non si parlano da quarant’anni…
I conflitti tra vicini sono molto comuni nelle campagne islandesi. Personalmente, so di molti casi in cui gente che vive fianco a fianco per anni a un certo punto litiga e non si rivolge più la parola. Spesso finiscono addirittura per dimenticarsi il motivo per cui sono diventati nemici. Gli islandesi sono persone testarde e indipendenti, vogliono cavarsela da soli e sono diffidenti di tutto quello che arriva da fuori. Solo che questa indipendenza di pensiero, a volte, va contro ogni logica. Le ragioni delle dispute sono diverse, ma la gente litiga soprattutto per la terra, per questioni di eredità o per faccende amorose. E’ una situazione tragica, quella che si crea quando persone che vivono in luoghi così isolati, in piccolissime comunità, non parlano più con i loro vicini. Ma al tempo stesso c’è qualcosa di comico.
Conosco molti allevatori scapoli che vivono da soli. Nelle famiglie di allevatori, di solito, sono i figli maschi che portano avanti il lavoro dei padri, mentre le femmine vanno via. I maschi restano inchiodati alla fattoria e hanno scarse probabilità di trovare una donna o una qualsiasi compagnia. Due fratelli che vivono fianco a fianco in una vallata dell’entroterra, ma non si rivolgono la parola. Non hanno nessun’altro con cui parlare, tranne i loro animali, ma sono così orgogliosi che nessuno dei due vuole cedere per primo. E’ un’ottima premessa per un film tragicomico o per un dramma pieno di umorismo freddo islandese. Ed è esattamente il tipo distoria da cui mi sento attratto
Intervista Grímur Hákonarson: Domanda 3Come ha scoperto la "scrapie" – un virus letale che colpisce gli ovini –
e perché ha deciso di farne il perno del film?
La scrapie ovina (della stessa famiglia della BSE, la cosiddetta "mucca pazza") è la malattia più dannosa che le campagne islandesi abbiamo mai dovuto affrontare. E’ un virus incurabile che attacca il cervello e la spina dorsale delle pecore, ed è altamente contagioso. Originariamente, la malattia è arrivata in Islanda alla fine dell’Ottocento, portata da greggi inglesi, e non è stata del tutto debellata. Quest’estate abbiamo visto almeno tre casi di scrapie nel nord-est del paese, quindi la malattia esiste ancora e fa paura.
Conosco allevatori che hanno sofferto a causa di questo virus, e so quanto sia traumatico dover abbattere i propri animali. Il virus ha contagiato il gregge di mia nipote ed è stato un grosso shock emotivo, per lei e per suo marito. Ho vissuto da vicino il trauma psicologico che hanno subito, benché avessero dei figli e allevassero anche mucche e cavalli. Quindi non erano tra quelli che rischiavano di perdere tutto Ma ho cominciato a chiedermi come sarebbe stato per un allevatore senza famiglia e con un unico gregge, essere costretto ad abbattere tutti i suoi animali.
Nel film, la vicenda prende le mosse da un’epidemia di scrapie che colpisce la valle in cui si trova la fattoria dei protagonisti. I due fratelli scoprono di avere un interesse e un obiettivo comuni: la sopravvivenza del loro gregge di pecore appartenenti a un’antichissima razza ovina. Sono due esseri umani che cercano di salvare dalla distruzione la cosa che gli è più cara. Per loro è il bestiame, ma potrebbe essere qualsiasi altra cosa. In questo senso, credo che sia una storia di carattere universale
Intervista Grímur Hákonarson: Domanda 4Come è riuscito a trovare un equilibrio tra umorismo e profonda
umanità, per raccontare una storia ambientata in un ambiente naturale
così estremo?
Per certi versi, “Rams – Storia di due fratelli e otto pecore” è un film molto scandinavo, col suo mix di dramma e umorismo nero. Confesso che io stesso tendo all’umorismo nero, cosa che traspare anche dai miei film. Credo che Rams possa essere paragonato a certe pellicole nordiche recenti, come “Storie di Cucina - Kitchen Stories” di Bent Hamer e “Noi Albinoi” di Dagur Kári, per fare un paio di esempi. Ma anche se il nostro film può essere considerato una commedia nera, è anche una storia universale in cui tutti possono identificarsi.
L’elemento thriller non era previsto, all’inizio, ma credo che la posta in gioco per i due protagonisti sia talmente alta che la suspence è inevitabile. Sviluppando la sceneggiatura, poi, ho sottolineato questo aspetto perché ero convinto che avrebbe reso più avvincente il film
Intervista Grímur Hákonarson: Domanda 5Come ha scelto i due straordinari attori che interpretano i protagonisti
, e come ha lavorato con loro e con le tante pecore che appaiono nel
film?
Volevo attori immediatamente riconoscibili e Sigurður e Theodór sono tra gli attori più noti e apprezzati in Islanda. Per rendere credibili e realistici i loro personaggi era fondamentale che capissero la mentalità degli allevatori, ed è quello che ho cercato di aiutarli a fare. Gummi e Kiddi sono figure archetipiche, ma era importante che i miei attori incontrassero le persone in carne e ossa, i veri allevatori. Così, si sono preparati documentandosi sui libri e facendo pratica sul campo. Gli ho anche fornito una biografia dettagliata della vita precedente dei due personaggi principali, perché potessero integrarla nella loro interpretazione. Dal momento che nel film le conversazioni e i dialoghi sono piuttosto limitati, era necessario che i due protagonisti risultassero interessanti come individui, e gli attori dovevano essere in grado di offrirne una rappresentazione molto fisica e intuitiva.
Abbiamo avuto sette giorni di “prove pecore”, in cui abbiamo provato solo scene con le pecore. Abbiamo fatto lo shampoo agli arieti e tutto il resto. Sigurður Sigurjonsson aveva lavorato in una fattoria, da ragazzo, quindi già conosceva un po’ la vita degli allevatori. Anche Theodór Júlíussn aveva avuto qualche esperienza in campagna, ma entrambi hanno vissuto quasi tutta la loro vita in città e hanno avuto bisogno di fare un po’ di pratica. Scegliere le pecore è stata una vera impresa, poi, che ha richiesto altrettanta cura e preparazione. Alcuni dei ricordi più belli della lavorazione del film sono proprio quelli dei provini che abbiamo fatto alle pecore. Come abbiamo avuto modo di scoprire, il carattere delle pecore varia molto a seconda della fattoria in cui sono cresciute. In una delle fattorie che abbiamo visitato, le pecore non erano affatto docili e scappavano appena cercavamo di avvicinarci. Ma alla fine siamo capitati nella fattoria Halldórsstaðir, dove Begga, l’allevatrice, tratta le sue pecore con amore e affetto. Gli arieti sono venuti subito da noi, spingendoci col muso come se volessero una grattatina dietro le orecchie. Lavorare con quelle pecore è stato fantastico, ancora più facile che con gli attori. Un allevatore locale, Magnus Skarphédinsson, è stato il nostro addestratore di pecore e ha fatto un lavoro eccezionale. Se mai decidessero di assegnare un premio agli animali nel cinema, sono certo che le nostre pecore sarebbero le prima ad essere candidate e che tornerebbero a casa con qualche statuetta!
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