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Paolo Sorrentino - Il personaggio sempre in primo piano

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a cura di Glauco Almonte
Il divo” è stata la porta per il divo: impegnato come mai prima sul tessuto profondamente italiano che ha fatto da sfondo al suo personaggio più potente (Andreotti), Paolo Sorrentino ha trovato, senza averla cercata, la strada per il Nuovo Mondo. Sarebbe estremamente riduttivo e poco intelligente ridurre un capolavoro quale “Il divo” a una caravella per l’America, ma questa è almeno una delle conseguenze di quel film, sicuramente la più importante per la realizzazione del suo film successivo, appena il quinto nella carriera di un regista che fin dall’inizio ha indossato i panni del ‘numero uno’. I fatti sono noti e facili da ricapitolare: Sean Penn, presidente di Giuria a Cannes nel 1998, è rimasto colpito a tal punto dall’opera di Sorrentino – a cui ha assegnato il Premio della Giuria – da dargli su due piedi la possibilità inimmaginata. E Sorrentino ha fatto la cosa più banale e difficile che un regista nella sua situazione avrebbe potuto fare: raccoglierla.
Sorrentino è dunque il secondo dei registi ‘sulla breccia’ italiani a sbarcare in America; il paragone con Muccino, però, muore repentino come è nato: non è Hollywood, ma nonostante il budget è una produzione indipendente. Non è spettacolo ma è cinema. Non è una storia americana girata da un regista italiano, ma una storia europea girata in America. Anzi, non è nemmeno una storia: Sorrentino trasloca la propria coscienza autorale, la propria idea di cinema per non dire di arte in un altro Paese, ne coglie le sfumature ma rinuncia alla sostanza. Quella che a prima vista potrebbe sembrare l’ennesima versione del viaggio on the road, tipologia di film profondamente americana che meriterebbe una categoria a sé diversa dalla commedia o dal drammatico, è in realtà la solita maniera sorrentiniana di girare un film, o ancora più semplicemente di raccontare, di esprimersi. C’è chi apre bocca su tutto, chi solo in conversazioni comode, chi a sproposito, chi tace: Paolo apre bocca quando ha un personaggio da raccontare. Apre bocca, dà vita al personaggio, gli gira attorno come per inquadrarlo in ogni sua dimensione, e poi – anche se per lui il grosso è già stato detto, e se non fosse per la straordinaria attenzione destata nell’interlocutore finirebbe qui il suo discorso – lascia che sia il suo personaggio a muoversi, proprio come se col dolly si allontanasse e concedesse alla sua creatura di interagire col contesto, osservandola stavolta in campo largo. In questo campo largo, Paolo ha trovato l’America. Un’America di spazi sterminati e apparentemente senza senso, di deserti, rocce, ombre e siccità, di paesi di poche anime, una tavola calda e un benzinaio, che finiscono per attrarre inevitabilmente più delle metropoli i personaggi che contano, quelli che vale la pena raccontare. L’America che un turista sogna di scoprire a pochi chilometri dal Grand Canyon e a molti da New York, quella che probabilmente esiste e continuerà ad esistere per sempre soltanto nei film.
Ma finché l’inquadratura non si allarga, al centro del racconto c’è soltanto Cheyenne; la locandina, come la prima foto di scena che ha circolato diversi mesi fa, è tutta un programma: non lo racconta ma lo introduce degnamente, come un prologo al film. E’ un ex rockstar, e ha qualche problema profondo e irrisolto. Tutto il resto ce lo dice con calma Sorrentino, anche grazie a uno strumento che lui sa usare in maniera divina, nonostante ami ripetere di prediligere gli altri strumenti che ha in mano un regista: l’attore. Se gli americani pensavano di aver visto tutto in “Mystic River” o in “Milk”, adesso hanno un motivo in più per adottare questo film e il suo regista, perché Sean non è mai stato così bravo. Come un Giacomo Rizzo o un Toni Servillo qualsiasi (sic) Sorrentino usa Sean Penn al meglio per raccontare un personaggio che ha creato per lui ma senza di lui; Cheyenne nasce come sono nati i vari Titta Di Girolamo, Geremia de’ Geremei, Tony Pagoda. Tony Pisapia uno e due. Giulio Andreotti. No, Andreotti nasce molto prima, ma è del Divo che si parla. E proprio dalla lentezza del suo penultimo personaggio parte Sorrentino per creare l’ultimo, una lentezza che però non è scelta ma sintomo, non è spirito ma corpo. Quanto è assurdo eppur vero Cheyenne, ed è ancora più vero perché non si guarda indietro, ma riesce a vivere il suo presente; non è un personaggio costruito a ritroso, ma creato come dal nulla (come una porta sull’America che s’apra per sbaglio in un salone francese), e senza avvertire il peso del passato va avanti, con la lentezza e l’ineluttabilità che solo chi non si volta indietro può avere. La bellezza del personaggio sta proprio nella sua inspiegabile necessità di andare avanti, un sentimento che non si può chiamare curiosità né scopo: non cerca se stesso, non cerca il suo passato, non cerca il suo futuro. Ma va verso tutte queste cose allo stesso tempo, il suo presente sospeso e in cerca di una via di fuga dalla noia che scambia per depressione, il suo passato di rapporti mancati, di sofferenze non condivise, e il suo futuro di uomo e non più di bambino.
Che poi a Sorrentino piaccia ostentare la maestria nell’uso degli altri strumenti in mano a un regista non è una novità, così come la tendenza a una comicità latente nello sguardo sulle cose e, purtroppo, alla rinuncia ad un percorso di profondità, che metta in relazione l’interiorità del personaggio raccontato con l’interiorità del mondo che affronta, da cui possa scaturire una storia. Per adesso Paolo sente il bisogno di aprire bocca quando trova un personaggio straordinario e gli piace raccontarcelo così: con le sue regole, con i suoi tempi, con il suo metro. Chi cerca altro, ha ampia scelta. Ma un racconto così vale e varrà sempre la pena di fermarsi ad ascoltarlo con l’attenzione degna di un bambino, che vorrebbe che non finisse mai.
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