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Pupi Avati - Tre padri mancanti e uno mancato

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a cura di Glauco Almonte
Oltre 40 film in oltre 70 anni: i numeri di Pupi Avati impediscono ogni paragone in un cinema fatto di alti e bassi, di fiammate improvvise e di tracolli al botteghino. Il regista bolognese naviga a vista dalla fine degli anni ’70, da quando con “Jazz Band” ha incontrato il favore del grande pubblico che non lo ha più abbandonato, tra film più o meno riusciti, più o meno applauditi dalla critica, ma sempre in grado di parlare al pubblico. Il discorso di Avati da un lato è sempre lo stesso: è un autore che non concepisce l’idea di raccontare qualcosa che non gli appartenga, e in ogni film mette se stesso attraverso i suoi ricordi e la visione del mondo di un uomo che ha vissuto e capito un’epoca della nostra storia che i più non conoscono o non ricordano. Dall’altro lato, Avati sorprende rinnovandosi in un periodo della vita e della carriera in cui ci si aspetterebbe la malinconia di un testamento artistico, come forse soltanto gli ultimi 50 secondi de “Gli amici del Bar Margherita” sono. E invece, Giuseppe detto Pupi continua a raccontare e a variare, per quanto possibile, le forme del suo racconto; nasce così la ‘Trilogia dei padri’, un unicum in una filmografia costellata di titoli slegati l’uno dall’altro. La seconda metà del decennio appena concluso vede invece tre film con un comune denominatore, una figura paterna forte e problematica: inizia con “La cena per farli conoscere”, film sicuramente tra i meno riusciti, ma capace di rappresentare, attraverso un Abatantuono che ad Avati deve tutto, tranne la fama (arrivata con film di cassetta di serie infima), un genitore assente, che nel momento di difficoltà, di fronte ai problemi ed alla vecchiaia che arriva sente il bisogno di ritrovare le sue figlie. Con “Il papà di Giovanna” la sensazione è che questa trilogia non abbia motivo di esistere, tanto è forte e convincente il film che brilla di luce propria, del plauso unanime e del favore della giuria veneziana che assegna a Silvio Orlando, padre della pazza Alba Rohrwacher che nega l’evidenza per non far crollare il mondo faticosamente costruito, cui si è dedicato anima e corpo a scapito di ogni altro rapporto, la Coppa Volpi. Un personaggio disperato, non cattivo, come invece è il terzo e peggiore dei padri rappresentati: ne “Il figlio più piccolo” è Christian De Sica a impersonare, con lo stupore di tutti, un genitore senza scrupoli, che approfitta del proprio figlio e della sua ingenuità; oltre a regalare a Christian una felice incursione nel cinema serio, “Il figlio più piccolo” riesce nell’impresa di restituire alla trilogia il senso perduto, di chiudere un discorso nel momento stesso in cui Avati lo esplicita, ammettendo il legame tra i tre film e il loro significato.
E’ una fiaba nera, al contrario del precedente è ambientata ai giorni nostri: sembra una chiusura all’ottimismo, e invece è solo la chiusura di un discorso. Chi conosce Avati sa già che un altro discorso si è già aperto, è solo questione di tempo per l’uscita in sala: puntuale come un orologio svizzero, il suo 42° film ribalta la dinamica precedente, il rapporto insano tra padre e figli, raccontando una storia d’amore e vecchiaia in cui la nota dolente è proprio l’assenza di figli. Fabrizio Bentivoglio è il padre mancato in “Una sconfinata giovinezza”, un padre che trova in se stesso il bambino che non ha avuto, o meglio ritrova il bambino che è stato e regredisce, causa Alzheimer, alla condizione infantile, rivivendo da vecchio i momenti felici del passato, affiancato da una Francesca Neri (che recita ormai solo per Avati – e bene, a parte essere troppo giovane per la parte) che sceglie di accompagnarlo in questo viaggio nel passato senza ritorno.
Con “Il cuore grande delle ragazze” troviamo nuovamente l’Avati più puro, il più riconoscibile: l’Avati che la sera accanto al fuoco racconta storie del proprio passato rielaborandole il giusto per tener sempre desta l’attenzione dello spettatore/ascoltatore, l’Avati della vita semplice nella campagna del centro Italia, dei compromessi necessari e della felicità relativa. Dopo il recente percorso conflittuale che ha portato al conflitto padre/figlio e alla successiva assenza di figli, stavolta Avati raddoppia: due padri, entrambi preoccupati massimamente dal futuro dei propri figli; il solito figlio maschio in cerca della proprie strada, sostanzialmente inadeguato nei confronti del mondo che lo aspetta; la gioventù non solo come condizione del protagonista, ma anche come passato del padre che ritorna attraverso flashback. Un mondo a cui tornano sempre i padri insoddisfatti e quelli mancati quali Roncato o Bentivoglio, il mondo al quale Avati è sempre tornato per parlare di sé, della parte di sé che meglio conosce e che più ama ricordare, un Passato che in nessun regista è mai stato così tanto Presente.
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Un ragazzo d'oro | Pupi Avati
Un ragazzo d'oro | Pupi Avati
Il cuore grande delle ragazze | Pupi Avati
Il figlio più piccolo | Pupi Avati
Una sconfinata giovinezza | Pupi Avati
Gli amici del Bar Margherita | Pupi Avati
Il papà di Giovanna | Pupi Avati
Il Nascondiglio | Pupi Avati
La cena per farli conoscere | Pupi Avati
La seconda notte di nozze | Pupi Avati
Ma quando arrivano le ragazze? | Pupi Avati
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