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Editoriale - Premi Oscar 2012

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a cura del direttore Danilo Maestosi
La pioggia di premi che ha incoronato i film di Hazanavicius e Scorsese nel sacro tempio degli Oscar è ulteriore conferma di una caratteristica che impronta la vita del cinema e ne alimenta il futuro: la sua straordinaria capacità di nutrirsi e rigenerarsi della propria storia e della propria leggenda. Nessun altra disciplina artistica pratica questo rituale di cannibalismo in modo così spudorato e sistematico. Musica, pittura, teatro, danza dialogano da sempre con la propria tradizione e le proprie radici, non c’è avanguardia che non misuri la propria trasgressione con il metro del passato. Dalì che infiora con i baffi il sorriso della Gioconda di Leonardo, Boccioni che tramuta in pulsioni dinamiche lo slancio delle Nike di Samotracia, Mozart che si impadronisce di un motivetto popolare, Bach che si sbizzarisce a rendere omaggio a Vivaldi, giù giù fino a Wharol che impietrisce in un poster la leggiadria della Primavera di Botticelli. Nessuno però che riesca a raggiungere il virtuosismo narcisistico del cinema, il modo reverente con cui cita e inneggia a se stesso, gioca con la sua memoria. Anche quando non si prende sul serio: nelle frenetiche carrellate degli inseguimenti alla Indiana Jones di Spielberg si rinnova il culto di un modello entrato nell’immaginario, il sobbalzo della carrozzina di Eisestein che precipita lungo la scalinata, in ogni coltellata di serial killer si ripete l’orrore primigenio di “Psyco”, in ogni specchio preso a rivoltellate l’effetto spaesante della “Signora di Shangai”. Un po’ perchè il cinema ha storia breve, le generazioni che ha addestrato a guardare si contano sulle dita di una mano. Ma perchè allora la fotografia che lo precede di pochi anni non ottiene quando imita se stessa la stessa complicità? Ma soprattutto perchè a differenza di ogni altra arte quella del cinema è prodotto collettivo, industriale: un sommarsi di interventi a più mani che accompagnano un film dalla nascita alla sua uscita in sala, ne precedono ogni sua agnizione: nessuna opera d’arte genera e sfrutta in modo così sfacciato l’attesa di un parto, ne prolunga gli effetti servendosi del corpo vivo dei propri interpreti, dei loro caprici privati.
Un rito dunque celebrato da un’infinità di sacerdoti: attori, registi, e soprattutto i critici d’arte. Con un’immedesimazione di cui dovremmo addestrarci a fare la tara, perchè la venerazione non abbia sopravvento nel giudizio e il cinema non ci condanni, d’imitazione in imitazione, a vedere sempre la stessa storia, a consolarci di un mondo che ci cambia sotto gli occhi, non sempre in meglio, obbligando il mondo a fermarsi.
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