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Vittorio De Sica - Le mille vite di VDS in mostra a Roma

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a cura di Flavio Trapè
Nella splendida e forse unica al mondo cornice dello spazio espositivo dell’Ara Pacis di Roma si sta tenendo in questi giorni l’interessantissima mostra monografica dedicata a Vittorio De Sica (VDS), un’esposizione multimediale che ci racconta la vita artistica di uno dei più grandi e importanti protagonisti della storia del cinema italiano.
Grazie al lavoro e all’organizzazione dei figli Emilia, Manuel e Christian, avuti dalle due donne della sua vita – Giuditta Rissoni e Maria Mercader – e che per l’occasione hanno aperto al pubblico i loro archivi personali, una serie di documenti, anche inediti, ci mostrano lo straordinario talento ed eclettismo di De Sica, i suoi esordi teatrali e i primi passi in punta dei piedi nel mondo del cinema, sempre ispirato e guidato dall’opera del genio d’oltreoceano Charlie Chaplin.
Cartelloni e locandine pubblicitarie originali dei film, sceneggiature autografe, piccoli e grandi oggetti di culto (c’è anche una delle bici “protagoniste” di “Ladri di biciclette”), una meravigliosa e completa galleria fotografica accompagnano il visitatore dai primi spettacoli della Compagnia Teatrale Za Bum fino ai pluripremiati successi cinematografici (4 sono gli Oscar vinti per il miglior film straniero).
Chi non conosce bene la figura e la storia di VDS nel visitare gli spazi espositivi rimane inevitabilmente colpito anche, e soprattutto, di fronte alla grandezza e al peso specifico che la sua arte e il suo talento hanno avuto, ed hanno tuttora, nel mondo del cinema e della cultura tutta.
Dopo una prima sezione introduttiva riguardante gli esordi con il teatro (sua primordiale/originaria passione), la parte centrale e più importante della mostra racconta dell’incontro con lo scrittore-sceneggiatore Cesare Zavattini, con il quale – a partire dal 1939 – dette vita ad una della coppie artisticamente più prolifiche e fortunate della storia della cultura italiana; un sodalizio artistico che contribuì in maniera fondamentale alla nascita del neorealismo (i primi vagiti si erano già sentiti con il lavoro di Rossellini) e che produsse capolavori immortali come quelli che compongono la tetralogia “Sciuscià”, “Ladri di biciclette”, “Miracolo a Milano”, “Umberto D.”.
Zavattini scrive per immagini, De Sica gira scrivendo con la macchina da presa” scrivevano i giornali di allora.
Lo sceneggiatore stesso amava definire il proprio rapporto con il cineasta come un cappuccino, nel quale “non si capisce bene dove inizi e quale sia il latte e dove e quale il caffè”; ed è proprio questa totale complementarietà, associata a un’affinità intellettuale e ad una solida comunione di intenti, che porterà alla realizzazione di pellicole memorabili che hanno segnato un’epoca e che oggi definiscono per antonomasia il neorealismo.
Mario Soldati, dopo la visione di “Ladri di Biciclette”, in una lettera al nostro lo paragonò a Verdi e a Chaplin (“tu non ragioni, come loro tu SENTI”) affermando, ammirato e sconsolato: “tu albeggi, noi (registi dell’epoca, ndr) tramontiamo!
Anche la collaborazione con Sophia Loren trova spazio nel percorso della mostra; collaborazione che “permise” a VDS di tornare ad affacciarsi al suo primo amore, il mondo della commedia, e che culminò nel 1962 con il premio Oscar alla diva per l’interpretazione ne “La ciociara”.
Un’altra sezione ci racconta della “battaglia” che durante tutto l’arco della sua carriera VDS ingaggiò con la Commissione di Revisione Cinematografica, organo istituito nel 1913 ed ancora oggi attivo.
Tale commissione si occupava (e si occupa tuttora!) di stabilire cosa e come possa essere pubblicato e mostrato nel nostro Paese; lo scontro frontale si ebbe in particolare su tre argomenti, che nel primo dopoguerra stavano molto a cuore ai benpensanti e ai politici: ordine pubblico (uomini in divisa), ordine religioso (uomini in tonaca) e rappresentazione della femminilità (il corpo della donna).
Addirittura l’allora neoeletto sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giulio Andreotti (nominato nel 1949), nelle note a margine del manoscritto della sceneggiatura di “Umberto D.”, parla di “atteggiamento di chiaro scherno”!
In effetti i capolavori neorealisti, così come li conosciamo, hanno subìto spesso tagli di montaggio, sorte non dissimile a quella cui sono andate incontro le opere di altri mostri sacri del cinema di quel tempo, come Hitchcock.
La mostra si conclude con interviste esclusive nelle quali i parenti e i grandi registi e sceneggiatori del passato e del presente raccontano aneddoti del vivere quotidiano di VDS, tentano di “spiegare” il suo talento e rivelano (semmai ce ne fosse stato bisogno) l’influenza che inevitabilmente ha esercitato su di loro, sul loro lavoro e sulla quinta arte in generale.
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