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Kim Ki-duk - Lo sguardo non è mai dottrina

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a cura di Andrea Olivieri
Kim Ki-duk considera "il frutto del lavoro manuale l'unica cosa che abbia valore, e la cultura un lusso”. "Crocodile" (Ag-o, debutto alla regia), rappresenta la sua vita e le sue esperienze, e attesta l'inizio di una serie di opere che possono essere considerate parte di unico progetto cinematografico. La crudeltà che è diventata il suo marchio di fabbrica è impregnata della dura realtà dei suoi primi trent'anni. In "Crocodile", il cineasta tenta di ribaltare la metafora della prosperità della Corea neo-capitalista rappresentata dal fiume Han rivelando un mondo "anormale" dietro lo sviluppo e l'ordine, e lo fa svelando come siano in pericolo le vite dei "coccodrilli" impigliati in un pericoloso meccanismo di sfruttamento.
Originariamente intitolato The Two Crocodiles, "Wild Animals" presenta la città più aperta e accogliente d'Europa, Parigi, come un luogo ben lontano dall'essere una sicura "riserva" per animali selvaggi come il soldato nord Coreano Hong-san (Red Mountain) e il pittore senza talento Chung-hae (Blue sea). La rabbiosa energia che trabocca dalle sue due prime opere si stempera in una aspirazione alla coesistenza e alla riconciliazione in "Birdcage Inn". In questo film, Kim tenta di affrontare il sesso come "una componente della vita" e di raccontarlo come "un mezzo di reciproco avvicinamento".
Il suo quarto film, "L'isola" (Seom), rappresenta un'importante svolta. Ancora una volta il film divide pubblico e critica, ma la sua collocazione in concorso a Venezia (2000) e i proventi della vendita all'estero diventano l'opportunità per Kim per essere classificato come "un regista di sicuro talento". Il film è sconvolgente, porta alla superficie immagini e idee apparse occasionalmente nei primi film e vale a Kim l'appellativo di "regista capace di contemplare attraverso le immagini", un'espressione usata solo per il cinema di Yoo Hyun-mok, maestro del cinema coreano nei gloriosi anni '60. I personaggi di questo film spiazzano il pubblico come nelle precedenti opere; inclassificabili come sono nelle categorie tradizionali di bene e male, di bellezza e bruttezza. Allo stesso modo, anziché definirli buoni o cattivi, lo spettatore è portato a dubitare dei limiti di classe e di genere, a mettere in discussione i concetti di normalità e anormalità, ordine e disordine, di centro e di periferia.
In "Indirizzo sconosciuto" è il personaggio di James a svolgere questo ruolo destabilizzante. Kim commenta la dolorosa situazione dei militari americani di stanza in Corea affermando che "ogni soldato come individuo, è soltanto un essere umano solo, che passa la sua giovinezza in un paese straniero".
Nel suo quinto film, "Real Fiction" (girato tutto nell'arco di 200 minuti), il regista esplora invece il limite fra il conscio e l'inconscio, fra la realtà e la fantasia. Un altro alter ego di Kim, che in questo film si chiama "I", cade vittima del suo "id" nel momento in cui assiste ad uno spettacolo teatrale. Ritornando alla realtà dopo questo lungo viaggio della coscienza, si rende conto che nulla è cambiato a Seul. "I film non possono cambiare la realtà, ma semmai lo stato di coscienza di un individuo", commenta Kim Ki-duk. La sua vita, i suoi film e la loro crudeltà, sono elementi strettamente intrecciati l'uno con l'altro: la realtà crudele che mette in scena potrà impaurire il pubblico e far storcere il naso a qualche critico, ma se l'energia che permea i suoi film deve essere riconosciuta come un elemento oscuro, è altrettanto vero che essa non è il solo argomento dei suoi film. La messa in scena della crudeltà, al contrario, deve essere riconosciuta come l'aspirazione a trovare un senso alla crudeltà delle nostre vite e del mondo in cui viviamo. "Indirizzo sconosciuto", ad esempio, fa risalire la nostra crudeltà di oggi alla storia del colonialismo e alla guerra di Corea. Il cinema di Kim Ki-duk ci porta a questa constatazione, e ci spinge a migliorare. Questo sforzo è per il regista un punto di partenza per una rivoluzione. Si affida alla sua sensibilità, alla sua capacità di osservazione, e alla sua esperienza personale.
Successivamente realizza "The Coast Guard", film di apertura al Settimo Pusan Film Festival e "Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera". Quest'ultimo si tratta di un lavoro contraddistinto da uno straordinario equilibrio espressivo. Tutte le varie componenti linguistiche del testo audiovisivo sono infatti sapientemente miscelate. La cura dell’immagine, seppur minuziosa ed elegantissima, non prevarica mai il senso profondo della vicenda. I dialoghi sono limitati all’essenziale e la comunicazione poetica è delegata alla composta e solida forza del racconto, suddiviso in cinque capitoli, che si evolve senza sbavature fino all’epilogo. Il sublime contesto ambientale non abbaglia inutilmente lo sguardo dello spettatore, anzi lo guida verso la riflessione profonda che sta alla base del film.
Nel 2004 Ki-duk vince due prestigiosi premi alla regia con "La Samaritana" e "Ferro 3" presentati rispettivamente a Berlino e Venezia. Il coreano "Ferro 3" è un esempio perfetto del cinema poetico che arriva dall'Oriente; il regista ha spiegato di aver scritto la storia in un mese, preparato la lavorazione in un altro mese, girato e mixato in altre quattro settimane. Presente e trasparente, sempre più leggero e infrangibile, eppure immancabilmente ancorato alla realtà, dentro/fuori un mondo al quale disappartiene per scelta e necessità: Kim Ki-duk conferma un talento che produce a ritmo battente opere straordinarie, sempre coerenti con l’universo poetico di questo grande regista sudcoreano, fatto di lucida disperazione e sereno distacco dalla realtà.
L’unità di due corpi in fuga dalla realtà, chiave d’accesso in tutto il cinema del cineasta, si traduce in una gestualità astratta dal mondo, sempre più ideale e assoluta, sospesa sulla fuga prospettica di un agire che disegna atti opachi ma necessari, scontornato nel vuoto pneumatico di un mondo distratto e violento. Trovata geniale di un regista che ormai ha talmente valicato il canale di connessione tra la l’essere e l’esistere, da disperdere in esso ogni rancore possibile: i personaggi di Kim Ki-duk si annullano ormai nella dolcezza di un’idea che travalica il mondo, pulsione zen di una rabbia che non ha più corpo attraverso il quale esprimersi.
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