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Lars von Trier - La lunga discesa verso il nulla

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a cura di Glauco Almonte
Quando è uscito “Il grande capo” in pochi sono riusciti a dare a quella commedia una collocazione nella severa filmografia del regista danese, se non come fase del 'dopo Dogma 95' e, così si pensava al tempo, momento di svago prima di chiudere la trilogia iniziata con “Dogville” e “Manderlay”. E invece “America”, il terzo e ultimo film sull'America, è ancora in cantiere e lì sembra destinato a restare. A posteriori, si può ben dire che “Il grande capo” ha rappresentato la quiete dopo la tempesta, la stessa quiete che precede il terremoto; è lo stacco tra il Von Trier autore e artista, che prevale sull'uomo, e il Von Trier uomo debole e depresso, che prevale su tutto.
Se al tempo l'idea era comunque 'Dio', in “Antichrist” Dio è morto e al suo posto resta solo il caos, ma l'uomo ha ancora la forza di guardare oltre. E' un happy end, chiaro segno che la depressione è ancora a uno stadio iniziale. Con “Melancholia” non lo è più, e il buon (anzi, il cattivo) Lars getta in faccia allo spettatore il suo malessere di uomo: nemmeno il caos ha più alcun senso, oltre all'uomo non c'è nulla e lo stesso uomo non è nulla. Un nulla cattivo, sottolinea, lasciando dunque aperta la porta ad un ulteriore peggioramento del suo stato verso un nichilismo assoluto dove finalmente nemmeno i concetti di buono o cattivo avranno significato.
A differenza di qualsiasi altro cineasta, che si sarebbe limitato a comunicare con la sua opera dando comunque segno di un'autostima ancora alta, Lars sceglie le parole e non si accontenta di quelle che hanno fatto il giro del mondo dalla conferenza stampa del Festival di Cannes, ma ne aggiunge, scritte e ben pesate, in occasione dell'uscita internazionale del film. L'idiota che prova a fare il simpatico con frasi quali “I understand Hitler”, “Israel is a pain in the ass”, “I'm a nazi” e “I hope final solution for journalists” e peggiora la situazione cercando una via d'uscita, è comunque un uomo ancora capace di stare al gioco delle parti, l'artista che deve scioccare e far parlare di sé. Ben più difficile inquadrare il regista che affida al proprio ufficio stampa in occasione del lancio del film dichiarazioni in palese contrasto con la natura stessa dell'opera che definisce “sdolcinata, da donna” e che vorrebbe rigettare come un organo trapiantato; il personaggio di Justine è “ispirato a me e alle mie esperienze di profezie apocalittiche e di depressione”. Passi la depressione, ma le profezie apocalittiche? Lars Von Trier sta tentando i binari della dialettica sull'uomo ai margini della follia, altro che della depressione, ed è impossibile seguirlo su quei binari.
Per fortuna ci sono altri binari, ben più larghi, che ogni spettatore può percorrere: sono il senso artistico e soprattutto quello estetico della sua opera, che nessuna parola a priori o a posteriori può scalfire. Ogni film di Lars Von Trier parte dalla propria struttura: prologo, capitoli, epilogo. Non importa che i capitoli spesso siano divisioni arbitrarie, cinematograficamente mal pesati, sono una semplice scansione narrativa. Ma il prologo e l'epilogo sfuggono alle regole del film, alla sua costruzione e anche alla sua estetica: abbiamo imparato in “Dogville” a dare un senso alla storia attraverso una carrellata di foto, abbiamo ripetuto l'esperienza in “Manderlay” senza arricchirla, mentre in “Antichrist” un film discutibile, sporco e discontinuo trova un crescendo metacinematografico (Dovženko, Tarkovskij a cui è dedicato), sempre sul tema della libertà. Il vero salto di qualità lo fa con il prologo, sei minuti di una bellezza sfolgorante, l'unione sublime di musica (Händel), fotografia (il bianco/nero e i campi stretti di Anthony Dod Mantle), scrittura, regia e crudeltà, il punto più alto del cinema degli ultimi anni per tenersi stretti. In “Melancholia” tenta di replicare il capolavoro, stavolta usando il preludio del “Tristano e Isotta” wagneriano (ben più di una dichiarazione d'intenti), cambiando direttore della fotografia (colore, campi larghi anzi sterminati) e soprattutto approccio, anticipando nel prologo il finale del film; è un prologo di bellezza pura, che affascina e non angoscia, nonostante il significato, e fa da preludio a un film molto più pulito, con inquadrature a regola d'arte e movimenti semplici per non dire banali negli interni del castello. Ma è una bellezza che, pur presagendo la fine del mondo, manca della crudeltà necessaria per raggiungere le vette del sublime, colpisce gli occhi e il cervello ma non lo stomaco. Così come il film, molto più compiuto di “Antichrist”, assolutamente senza speranza ma proprio per questo meno capace di disturbare lo spettatore, che resta affascinato dalla distruzione visiva così come il depresso lo è da quella spirituale. “Melancholia” si pone così un altro capitolo nella filmografia del danese, e non sembra affatto l'ultimo; l'epilogo, però, o meglio la sua assenza totale, la dicono lunga sul pensiero di Von Trier. Inseguire l'arte per rappresentare l'assenza di significato. La vita non esiste, l'arte sì.
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