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Werner Herzog - Il cameraman e il testo poetico

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a cura di Andrea Olivieri
Bizzarra la storia di Timothy Treadwell: Werner Herzog ce la racconta per mezzo di interviste ad amici, parenti e esperti del settore, e utilizzando le registrazioni che lo stesso Treadwell effettuava con la propria telecamera nelle stagioni passate in Alaska, a guardia degli orsi grizzly; sino al 2003 quando, insieme alla sua ragazza Amie Huguenard, trova la morte proprio ad opera di uno di quegli orsi che credeva amico.
Presentato nella sezione 'Americana' del 23° Torino Film Festival, "Grizzly man" racconta questa progressiva corsa verso il limite: Herzog ha montato 90 ore di girato di Treadwell che parla di sé, che invoca pioggia, che invoca amore, riecheggiando la poetica follia di tanti travagliati eroi solitari del suo cinema: "Non concepiva una natura fatta di predatori. Eppure l’universo non è basato sull’armonia ma sulla lotta".
Werner Herzog, instancabile viaggiatore del cinema contemporaneo, ri-trova i luoghi del cinema, andandoli nuovamente a cercare con la complicità febbricitante di filmare le fotografie e i frammenti dei propri corpi. Herzog produce 'cinema d'azione' con eroi solitari e temi e ambienti molto singolari. La sua passione sono le immagini che si possono realizzare solo con la macchina da presa e che solo il cinema riesce a mostrare. Il suo interesse e il suo motivo centrale è il diverso, lo straordinario, anche l'abnorme nelle cose, nelle persone e nei paesaggi. La sua ricerca consiste nell’individuare verità profonde nel soggetto che considera (per lo più l’essere umano) e nel capire quali siano le proprietà della nostra civiltà e del nostro tempo. L’efficacia comunicativa nel rappresentare le 'scoperte' dell’immagine; per lui cinema e vita non si possono separare. Rispondono al preciso imperativo morale di trovare in che cosa consista il nostro essere umani e nel rappresentarlo sullo schermo.
In "Aguirre furore di Dio", Herzog prova una certa sensazione fisica nello svolgere una determinata azione, che rimane come impressionata nella pellicola. Girare un film diventa un vero e proprio sforzo fisico; mettere in scena eroi che si misurano con i propri limiti, fisici e psichici: ogni viaggio corrisponde ad un rischio totale, al pericolo di morte del cineasta e del cinema stesso.
Herzog lavora per creare un nuovo linguaggio visivo. Il suo intento è quello di trovare immagini che ci facciano capire noi stessi, chi siamo veramente come uomini. La nostra condizione e la nostra civiltà. La prima esperienza elementare nel nostro tipo di società, come fame, paura, o essere imprigionati, o sofferenza. Percezioni collettive (primarie).
L’immagine diversa, inedita (satura) provoca nello spettatore un salto qualitativo nella percezione rispetto a quella abituale. La maggior parte dei suoi personaggi vive in un mondo percettivo particolare in cui è più forte la pressione della natura rispetto a tutto il resto. I suoi film sono popolati da eroi anormali (come 'fuori della norma'). I suoi personaggi vedono di più, perché il loro atto di vedere è vera e propria 'visione' che si fissa nella mente. Per lo stesso motivo i suoi personaggi soffrono terribilmente, perché la loro non è una 'visione protetta'. La differenza nel sentire, nel vedere, apre la consapevolezza della propria e della altrui condizione. Ed è proprio attraverso lo smarrimento, la perdita di sé che l’uomo scopre la sua identità e la sua verità profonda.
Il regista tedesco riconosce un valore di 'comunicazione' solo quando è 'testo poetico'. Privilegia i sensi della vista, dell’udito e del tatto come mezzi di conoscenza profonda e di comunicazione; compone immagini, le associa a musiche e lavora sulla rappresentazione di un 'altro' modo di sentire. Un 'cinema dei sensi' che sappia provocare emozioni e sensazioni in faccia al male: la violenza e la morte, re-inserendoli nella natura umana (fisicità).
Werner Herzog
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