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Tsai Ming-liang - Un'umanità qualunque e sempre vagante

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a cura di Andrea Olivieri
I personaggi di Tsai Ming-liang appaiono ripiegati su stessi, assenti, staccati dal tempo che continua intorno a loro, parti di una materia priva di vita; i corpi giacciono nell'inquadratura, anch'essa immobile, guidati dalla fiera dello sguardo e della pelle. Le cose, gli interni con la loro geometria scarna: ogni elemento dello spazio sembra esistere per se stesso; potrebbe stare in qualsiasi posto, dentro qualsiasi casa, come anche coloro che li abitano. Quel senso di appartenenza che lega e cambia la vita e la durata degli esseri e la fisionomia delle cose, l'immagine di sé riflessa dallo specchio, appartengono all'ambiguità, l'imbarazzo, il turbamento. Lo sdoppiamento produce due figure che guardano due punti distanti, ognuna con il suo mutismo, con il suo dolore. In questo territorio, uniche testimonianze di vitalità rimangono le prestazioni del corpo. Da una parte il piacere, la “domanda istintuale” nella diversità delle forme e nei tempi, dall'altra la malattia e il danno inferto a se stessi. Al corpo appartengono gli ultimi sussulti di energia, che hanno origini profonde e che almeno rendono possibile qualche avvicinamento, qualche tensione e la percezione di sé.
L'inquinamento non è solo quello che sta corrodendo l'ambiente e che non risparmia i corpi che ne sono a contatto; c'è, ancora più terribile, un morbo che agisce dentro la coscienza, che provoca un irrigidimento dell'emozione e del sentimento, un autismo che chiude la comunicazione con i propri simili.
Muri e ancora muri, fatti di trasparenza e di vuoto, ma duri e impenetrabili. C'è un muro anche tra la macchina da presa e quanto si svolge davanti ad essa. Immobile osserva il mondo, gli uomini, le cadute e gli affanni. Si avverte come una forza che impedisce di avvicinarsi, che non consente di spostare il punto di vista per trovare qualcosa, un oggetto o un gesto, sul quale soffermarsi e distrarsi. Ogni luogo è una cornice che comprime. L'esterno e l'interno sono separati dalla notte, dal buio, dalla penombra. In questo modo l'interpretazione non è affidata solo alle “presenze” nell'inquadratura, ma al rapporto tra la loro effettività/affettività e la ripresa. Alla difficoltà che esiste nella realtà dei rapporti umani corrisponde l’isolamento dell'oggetto e dello sguardo. Il regista taiwanese legge il presente del suo paese, la deriva e la disperazione dei suoi abitanti, ne affida la trasposizione ai meccanismi della messa in scena, alla quale spetta di diritto la conclusione di qualsiasi storia. Ma la macchina da presa non ha mai il coraggio di abbandonare i suoi protagonisti; anche l'unico momento di sfogo del personaggio è una reazione di umanità. La finestra che si apre a lasciare entrare finalmente un po' di luce e di aria, con i rumori della strada e dell'indifferenza: qualcosa di molto quotidiano, un riprendere fiato, almeno per un momento. L'enorme fatica per compiere un gesto d'amore: il cinema di Tsai Mig-Liang nell’atto di vivere/filmare il tempo e lo spazio, rende visibili i fantasmi, coloro che ritornano e che il cinema stesso ha destinato oltre le leggi del tempo e della morte.
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