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Nanni Moretti - Dal singolo alla collettività

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a cura di Glauco Almonte
In oltre trent’anni di cinema, il percorso morettiano ha visto intrecciarsi numerosi discorsi, tutti bene o male costretti in un unico sentiero che parte dall’uomo e finisce per tornarci.
Pochi registi come Moretti hanno avuto il coraggio e insieme la capacità di parlare così profondamente di se stessi: fin da Io sono un autarchico Nanni è Michele, ma ancora di più Michele è Nanni.
Cinque lungometraggi, più La messa è finita nel mezzo, raccontano di un lento (13 anni tra l’ascesa alla montagna e il rigore nella piscina in cui affiorano i ricordi) scavo psicologico, partito da un gruppo di ragazzi della sua generazione, con le sue idee e le sue difficoltà e man mano ristrettosi al personalissimo triangolo paure-speranze-risposte. Le prime due troveranno sempre ampio spazio, mentre le risposte sfumeranno, definitivamente, con quel rigore all’ultimo minuto.
Il processo del personaggio-Apicella segna la prima, essenziale fase di maturazione di Nanni: le radici affondano in un egocentrismo chiamato autarchia, in una paura della solitudine amplificata dall’incapacità di rapportarsi di un’intera generazione, una generale mancanza di volontà di condivisione che sfocia nei casi estremi in apatia totale.
Attraverso l’ostentazione delle proprie idee, l’auto-celebrazione dell’io pensante a scapito di quello agente, si risale al ‘peccato originale’, la mancanza d’interesse nei confronti del prossimo: Nanni lo sa meglio di Michele, e decide di forzare quest’interesse. Don Giulio è incaricato di trovare la strada che Michele, in tanti anni, non ha trovato: la felicità, più in particolare il rapporto tra la propria felicità e l’altrui. Posta in questo modo, la felicità viene presentata come un bisogno dell’uomo, che non riesce a trovarla con i propri mezzi: ma il processo di maturazione non è ancora compiuto, e l’intervento di Don Giulio serve solo a comprendere come la felicità non sia un bisogno, ma un’ossessione. La mancanza di fiducia lo priva, oltre che delle risposte che non arriveranno mai, anche della capacità di accettare la realtà delle cose, e con essa i propri fallimenti. Paradossalmente, l’intervento vano di Giulio permette a Michele di confrontarsi non più con gli altri ma con se stesso, e finalmente di concludere qualcosa. In un susseguirsi di finali, dallo Zivago da bar al rigore sbagliato all’incidente, è l’ultima risata a cancellare d’un colpo il dualismo tra autore e personaggio.
Iniziano gli anni ’90, ai disagi giovanili (che culminano con l’ultimo episodio di Caro diario) subentra una maturità meno agitata: la conquista della collettività, avvenuta attraverso il lungo processo cinematografico, ma anche esponendosi in prima persona, girando (ed immaginando di girare) documentari, porta insieme alla stabilità della famiglia nuove necessità. Su tutte, quella di recuperare la propria individualità, gli spazi che ha paura di perdere, una sorta di desiderio di ritorno all’utero, alla comoda sofferenza di partenza.
In questo periodo ‘adulto’, del quale abbiamo solo le prime testimonianze, Moretti continua a parlare di sé, delle proprie paure, non più in relazione a se stesso ma agli altri, sciogliendo il vincolo Io-es dei primi film. L’occhio attraverso il quale si mostra, la macchina da presa e, in senso lato, il lavoro di regia, cessa di avere la funzione di controllo esercitata in Sogni d’oro e delegata ad altri in Io sono un autarchico, di punto di contatto fittizio tra la realtà del regista e l’apparente finzione delle storie. Da Aprile (ma a ben guardare da Caro diario) in avanti non è più un luogo della narrazione nel quale ritrovare analogie con l’autore, ma è parte integrante della vita del personaggio Nanni, diverso dal regista nel passato ma non nel presente.
Il caimano, caratterizzato dallo stesso mistero che ha preceduto l’uscita de La stanza del figlio, pone il cinema nel suo farsi al centro della narrazione: dopo trent’anni di domande, di risposte intraviste ma mai afferrate, mai fissate nella mente o sulla pellicola, il fare cinema di Moretti riesce ad essere un atto di egoismo ed altruismo allo stesso tempo, regalandoci le sue storie, mai lasciate al caso d’un montaggio caotico ma affidate al compiersi puntuale dell’azione nel campo dell’inquadratura, attraverso un atto d’amore per il cinema e per se stesso.
Nell'avanzare verso un cinema sempre più maturo ed esteticamente bello Nanni ritorna, dopo la pausa di riflessione con la conduzione di due edizioni del Festival di Torino, a raccontare l’uomo nella sua imperfezione: questa volta l’approccio è capovolto, all’uomo si giunge dall’alto, da una collettività enorme che delega ad uno solo il rapporto con Dio; ma prima di un Papa c’è un cardinale, e prima ancora c’è soltanto un uomo con i suoi rimpianti, le sue paure, il suo senso di inadeguatezza, la sua depressione. L'uomo che si fa carico di un miliardo di fedeli scopre così di essere uguale all'uomo solo, senza parenti né amici, impedito nell’azione da un pensiero che lo distrugge. Habemus Papam è così una frase vuota, è l’uomo che non riesce a farsi altro da sé, a racchiudere in Sè la collettività.
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