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Marco Bellocchio - Lettera aperta alla famiglia

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a cura di Glauco Almonte
Marco, un giorno ci chiederai scusa?” “Mai
E’ solo un divertissement, nemmeno molto arguto: 1965, un famigliare qualsiasi del giovane Marco Bellocchio di fronte all’esordio-capolavoro, “I pugni in tasca”, rappresentazione d’angoscia allo stato puro in seno a una famiglia che abita la sua casa, quella in cui è cresciuto a Bobbio, nella valle emiliana del Trebbia. A quel paese, mai abbandonato, a quella casa, alla sua famiglia torna dopo quasi mezzo secolo: il tempo d’una vita fatta di oltre trenta film (tra cinema, televisione e documentari), premi in tutta Europa, laboratori di cinema, militanza politica, psicoanalisi, una famiglia che cresce e che lo accompagna nel suo percorso cinematografico. Alla famiglia e con la famiglia torna, con un progetto lungo 10 anni, con le sorelle e i figli chiamati a cambiare nome, da Bellocchio a Mai: è giunto il momento di chiedere simbolicamente scusa, di guardare con gli occhi di un settantenne quel nucleo rappresentato a 25 anni con tanta ferocia e distacco al contempo. Là dove Lou Castel non trovava soluzione al proprio disagio diversa dalla morte, la sorella sintetizza oggi con un disarmante “le circostanze” la causa per tutto ciò che poteva essere e non è stato, per una vita mai iniziata e quasi finita.
Non c’è la paura dovuta alla vecchiaia, ma c’è la tenerezza di chi ha imparato a guardare alla vita senza più farsi schiacciare dalle aspettative; non c’è il ‘bene’, cui ha dimostrato di non credere (“comandano i morti”, disse a proposito de “Il regista di matrimoni”, condendo il film di solitudine e indifferenza per il presente e per il futuro), ma non c’è nemmeno il ‘male’. C’è solo uno sguardo comprensivo sul tempo che scorre, quest’eterno presente che diventa passato nell’attimo esatto in cui esiste: i personaggi di “Sorelle Mai”, a differenza dei precedenti ne “L’ora di religione” e ne “Il regista di matrimoni”, riescono a vivere la propria solitudine all’interno della famiglia, con un certo agio che il Bellocchio degli anni ’60 non avrebbe mai saputo immaginare. Quello di oggi è un uomo che sa di non essere rimasto solo, con il figlio Pier Giorgio che sta diventando un ottimo attore, la piccola Elena che tra il primo e l’ultimo ciak di “Sorelle Mai” ha imparato cosa voglia dire recitare, la compagna Francesca Calvelli, montatrice dei suoi film, le anziane sorelle che, dopo aver recitato in altri suoi film, accettano di fare se stesse, con il mutato cognome allusivo del loro percorso mai intrapreso dalla natia Bobbio. Marco ha cercato di restituire in questi ultimi anni quanto avuto, di fare della sua cittadina un punto di ritrovo e di apprendimento per giovani cineasti, un luogo dove far incontrare la propria arte con i 25 anni altrui, dove permettere ad attori già affermati di tornare a una dimensione più semplice fatta di idee e realizzazione, senza alcuna fase produttiva di mezzo. Ma non bastava. Come il percorso di psicoanalisi ha dato vita a diversi film (e lo ha fatto rifiorire, seguito da film di inaspettato vigore quali “L’ora di religione” e “Vincere”), “Sorelle Mai” è la finestra attraverso la quale dare visibilità a tutto questo, una lettera aperta a se stesso, alla sua famiglia e agli amici di sempre: è così l’amico Gianni Schicchi Gabrieli, non un parente, a dare una struttura narrativa all’insieme di storie che ruotavano attorno ad Elena che cresce ed alla casa che resta sempre uguale. Lo fa con una scelta che esplica la differente visione che sottende il parallelo tra “I pugni in tasca” e “Sorelle Mai”: la distruzione della famiglia è qui rinnegata da una morte salvifica, quella di un amico, che attraverso l’acqua accetta le scuse inespresse e cancella la colpa del giovane Marco.
Marco Bellocchio
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