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Steven Soderbergh - L'identità al servizio del materiale

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a cura di Giordano Rampazzi
Su Steven Soderbergh si sono spese moltissime parole, spesso ingenerose.
Il regista, nato in Georgia ma cresciuto in Louisiana, viene spesso accusato di aver venduto l'anima allo Studio System hollywoodiano, di aver tralasciato la sua vena autoriale e indipendente rivendicata nel suo esordio “Sesso, bugie & videotape”, vincitore della Palma d'Oro al Festival di Cannes del 1989. Soderbergh in quel momento ha appena 26 anni – gli stessi di quando Orson Welles aveva girato “Quarto Potere” – ed è tuttora il più giovane regista premiato della celebre kermesse francese. Il film è un successo anche commerciale e si colloca in un periodo di post-rivoluzione sessuale nel quale la sessualità assume un'impulsività e una disonestà che il regista non sembra condividere. “Sesso, bugie e videotape” è un manifesto parlato di un ragazzo che non accetta il nichilismo e la volgarità che dilagheranno senza freni nei decenni successivi.
Il successo, tuttavia, mette Soderbergh in una situazione paradossalmente scomoda. La sperimentazione e la ricercatezza di “Delitti e segreti” (1991), film che mischia con libertà e toni grotteschi diversi elementi della biografia di Kafka con la fantasia, non convince la produzione. Le attese vengono disattese anche con i successivi “Il piccolo grande Aaron” (1993) e “Torbide ossessioni” (1995), tanto che Soderberg nel 1993 decide di crearsi una carriera parallela come produttore di autori indipendenti, firmando oltretutto anche qualche episodio di serie televisive e riduzioni per il teatro.
Il 1998 è l'anno della svolta. “Out of sight”, primo film su commissione e ad alto budget, lo riporta al successo, questa volta probabilmente meno meritato. Soderbergh capisce che esistono due tipi di registi: quelli che hanno uno stile e sono alla ricerca di un materiale che sia consono al loro stile e quelli che, vedendo il materiale, si chiedono chi devono essere per comunicarlo al meglio. Il regista statunitense aderisce al secondo gruppo e da questo momento in avanti decide di puntare sul proprio eclettismo e di alternare scientificamente progetti indipendenti e opere commerciali. La sua bravura sta però nella capacità di rinnovare il proprio linguaggio, cercando sperimentazioni stilistiche e soggetti talvolta divertenti, talvolta intellettuali, talvolta dissestati.
Out of sight” è inoltre un fondamentale per quello che riguarda l'incontro con George Clooney, con il quale stringe un sodalizio artistico e vincente (ben sei film) che giova a entrambi.
Nel 2001 arrivano anche le prime candidature agli Oscar per la miglior regia con “Erin Brockovich”. Soderbergh viene però giustamente premiato per la direzione di “Traffic”, la sceneggiatura e il montaggio, mentre a Benicio Del Toro va il premio di miglior attore non protagonista. Il ragazzo di Baton Rouge ha raggiunto finalmente una maturità artistica che si sposa alla perfezione con la sua nuova idea di Cinema. L'autore gioca ormai sempre più su cromatismi, suggestioni e atmosfere, cercando il formalismo ma anche riflessioni ed emozioni. Il Cinema autoriale di Soderbergh punta sulle ipocrisie e l'amoralità, sull'esistenzialismo e l'eros. La verbosità (magnifica) degli inizi lascia progressivamente spazio ai simbolismi e ai sentimenti e monta col tempo un cortocircuito tra coerenza e incoerenza soderberghiana, rischiando l'autocompiacimento puramente intellettivo pur di ribadire una sua essenza ormai arrugginita. Steven Soderbergh deve infatti moltissimo al cinema di cassetta, pieno di cliché ma anche un campo in cui il regista può comunque ritagliarsi spazi per montare e rimontare (non è un caso che lui abbia iniziato la sua carriera come montatore) la tradizione con l'intelligenza e le idee.
Ma la dote probabilmente più grande di Steven Soderbergh è il suo lavoro sugli attori, una direzione della recitazione che ha certamente arricchito Clooney e ha dato il giusto lustro a un grande attore come Benicio Del Toro, protagonista di “Che – L'argentino” e “Che – Guerriglia”, un’omaggio del regista a uno degli ultimi rivoluzionari della Storia. Un progetto ambizioso, forse troppo, certamente da studiare. Resta da capire però se i film sul Che facciano parte del cinema autoriale o del tanto vituperato cinema commerciale.
Con la parentesi di “The informant!” Soderbergh si scaglia contro gli irrefrenabili impulsi americani e la perdita di aderenza al reale nella società contemporanea. Il regista decide di introdursi nella doppia vita di un manager menzognero, che lavora e dirige un'azienda alimentare coinvolta in una frode ai danni dei consumatori. Ossessionato da Il socio di Grisham, il buffo protagonista (Matt Damon ingrassato di 15 Kg) si ritrova coinvolto in qualcosa che non riesce a controllare. Il tono da commedia noir penalizza l'intelligenza soderberghiana e il film finisce per rimanere intrappolato in una storia che diverte senza mai affondare veramente.
L'ultimo film in ordine di tempo è Contagion, film che si interroga su come reagirebbero le persone di fronte a un'infezione che in pochi giorni è capace di uccidere migliaia di persone. Un film dunque che si concentra sulle reazioni umane, sui loro sentimenti più profondi ma anche sulle dinamiche tecniche di un'epidemia. Un film pulito e asciutto, forse troppo, tanto che le emozioni finiscono per non accendersi e la curiosità sembra nascondersi dietro un velo d'inutilità.
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