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Robert De Niro - Il figlio del bronx

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a cura di Riccardo Rizzo
La seconda volta di Bob

Dopo più di tredici anni, De Niro torna dietro la macchina da presa. Il suo esordio, per certi versi commosso e quasi malinconico, rievoca un Bronx d’altri tempi, nel quale Bob visse i suoi primi anni di infanzia. Lui, italoamericano per eccellenza, descrive vizi e virtù di uno dei quartieri più famosi al mondo, nel quale vivere spesso è un’impresa ed emergere una chimera. Dedicato alla memoria del padre morto in quell’anno, il film (tratto da un monologo teatrale di Chazz Palminteri, uno dei protagonisti) ha come tema conduttore proprio i padri: coloro che tagliarono le radici di un passato ancora vivo in loro e che ora devono vedere i figli piantarne altre, in un nuovo mondo ancora misterioso e difficile da accettare. Una pellicola che stilisticamente deve tutto a Scorsese, suo grande amico e col quale collabora da anni, che ricorda da vicino Quei bravi ragazzi e che riesce bene nell’intento di ritrarre “due padri” che cercano di ottenere l’amore e il rispetto di un ragazzo che si affaccia alla finestra della vita dei grandi.
Ora, a 64 anni, De Niro sceglie di raccontare un’altra storia difficile, quella della CIA.
Accolto con lunghi applausi all’ultima edizione della Berlinale, il film indaga sui segreti dell’intelligence americana, quei segreti dei quali gli Stati Uniti sono pieni zeppi, soprattutto a partire dagli anni ’60, che segnano la perdita della loro presunta innocenza. Ancora una volta la regia è sobria e diretta, dura come la faccia di Matt Damon che impersona Edward Bell Wilson, personaggio fittizio dietro il quale si maschera il vero fondatore dell’Agenzia.
Dopo anni passati a studiarne l’organizzazione grazie ad un ex agente segreto in pensione, De Niro si lancia coraggiosamente in questa nuova sfida: raccontare la CIA per raccontare l’America, il suo progressivo percorso di corruzione giustificato dalla minaccia di un nemico che poco a poco assume contorni sempre più delineati. Ciò che viene analizzato è il cinismo con il quale un Paese giustifica menzogne e ambiguità nel nome della sicurezza nazionale, e le sue affinità con quel mondo mafioso che tante volte è stato impersonato da De Niro nei suoi personaggi. Le origini occulte e massoniche della CIA ricordano del resto quelle mafiose, dove peraltro pochi uomini decidono del destino di tanti altri, controllandone tutti gli aspetti: privati e pubblici.

Icona

Figlio di pittori, discendente di immigrati.
De Niro è la sintesi dell’arte e della sofferenza che si uniscono, nel suo sangue scorre il dolore del nonno che lascia una delle regioni più povere dell’Italia per tentare fortuna negli States e la genialità di due genitori che vissero dei loro quadri astratti ed espressionisti. Fin da piccolo vuole recitare, forse per esorcizzare quella timidezza che lo contraddistinse tanto nella sua giovinezza quanto nel presente. Gracile e dalla carnagione bianchiccia, Bobby milk ha saputo interpretare alcuni dei ruoli più violenti del cinema, scrivendo pagine indimenticabili del cinema contemporaneo, soprattutto nei film del suo amico Scorsese. La sua umanità commovente e a volte disperata è disseminata nei tanti personaggi che ha interpretato, che ha interiorizzato e creato al tempo stesso: lo sguardo perso e imperscrutabile di Noodles in C’era una volta in America o l’espressione allucinata e inquietante di Travis in Taxi driver sono icona di un malessere profondo e di un dolore inguaribile, soffocato da una realtà -americana- estranea ed estraniante, nella quale non ci si riesce mai ad integrare. Don Vito Corleone, Michael, Jack La Motta, James, Johnny Boy, sono tutti espressione e prodotto di un’America violenta e psicotica, difficile da interiorizzare, ma senza dubbio affascinante.
Fin da ragazzo De Niro ha saputo nascondere la propria identità schiva e riservata per costruirne altre in personaggi, spesso violenti, che da lui prendevano non solo il corpo, ma anche l’anima. Questi personaggi cult, specie degli anni ’80, sono ritratti impensabili se accostati ad altri attori, così come impensabile sarebbe immaginarli senza la voce di De Niro.


“L’hai detto a me? L’hai detto a me? Fottiti, stronzo!”

In un pubblico, quello italiano, abituato da sempre a vedere film stranieri doppiati, la voce di De Niro è stata per anni molto più che una semplice voce qualsiasi.
Caldo e ruvido come un abbraccio di contadino, il timbro di Ferruccio Amendola ha reso ancor più miti personaggi già indimenticabili come Al Pacino, Sylvester Stallone o Dustin Hoffman. Ma ancor di più la sua voce ha saputo interpretare le anime dei personaggi in cui si impersonava Bob. Urlata o sussurrata, la parola di un Vito Corleone o Jack La Motta riempiva i cuori di un sapore agro-dolce, tanto inconfondibile quanto ammaliante. Le inflessioni dialettali e lo stile parlato di Amendola hanno saputo conquistare un pubblico abituato ad ascoltare un doppiaggio puro e a volte asettico, senza cadenze o accenti. Eppure, il successo di De Niro si deve anche a questo, alla capacità di un grande doppiatore che ha saputo avvicinarsi magistralmente alle interpretazioni dell’attore cui ha dato la sua malinconica, splendida voce.
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