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Storia del Cinema - La Rive Gauche

L'anno scorso a Marienbad - Alain Resnais Marguerite Duras Hiroshima mon amour - Alain Resnais,1959
1958 - 1967
La fine degli anni '50 portò alla ribalta un altro eterogeneo gruppo di cineasti, noti fin da allora come quelli della "Rive Gauche", la riva sinistra. Mediamente più anziani e meno cinefili di quelli dei "Cahiers", tendevano ad assimilare il cinema ad altre arti, in particolare alla letteratura: anche il loro cinema, comunque, era d'impronta moderna e favorito dall'interesse del pubblico giovane per la sperimentazione.
La tendenza era stata anticipata a metà degli anni Cinquanta da due film: Alexandre Astruc, che aveva contribuito alla formazione della politica dell'autore col suo manifesto sulla camira-stylo, aveva girato "I cattivi incontri" (Les mauvaises rencontres, 1954) ricorrendo ampiamente a flashback e voci fuori campo per raccontare il passato di una donna portata in un commissariato per una storia di aborti; l'altro e più importante titolo è "La pointe courte", mediometraggio di Agnès Varda basato in gran parte sui vagabondaggi di una coppia il cui dialogo, stilizzato e fuori campo, stride con il loro essere attori non professionisti e con gli ambienti reali. Il montaggio ellittico fa di questo film un'opera unica nel cinema dell'epoca.
Il prototipo dei film della Rive Gauche è "Hiroshima mon amour", diretto da Alain Resnais su sceneggiatura di Marguerite Duras. Apparso nel 1959, il film divise la ribalta con "I cugini" e "I quattrocento colpi", offrendo ulteriore prova del rinnovamento del cinema francese ma anche marcando la propria diversità dalle opere di Chabrol e Truffaut: al tempo stesso altamente intellettuale e capace di scioccare profondamente, "Hiroshima mon amour" contrappone in modo inquietante presente e passato.
Giunta a Hiroshima per un film contro la guerra, un'attrice francese è attratta da un giapponese e nell'arco di due giorni e due notti ci fa l'amore, ci parla, ci litiga fino a che i due raggiungono un'oscura comprensione reciproca. Nella mente di lei riaffiorano intanto i ricordi del soldato tedesco amato durante l'occupazione; tenta così di associare il suo tormento durante la seconda guerra mondiale con le terribili sofferenze inflitte dalla distruzione atomica di Hiroshima nel 1945. Il film si chiude con un'apparente riconciliazione della coppia e l'idea che la difficoltà di comprendere in pieno qualsiasi verità storica sia analoga a quella di comprendere un altro essere umano.
Voci maschili e femminili si intrecciano sulle immagini: spesso non è chiaro se la colonna sonora stia proponendo una conversazione reale, un dialogo immaginario o un commento espresso dai personaggi, mentre il film passa con disinvoltura dall'azione della trama a materiale documentario o a inquadrature della giovinezza francese dell'attrice. Anche se i flashback erano divenuti frequenti già negli anni '40 e '50, i salti temporali di Resnais sono improvvisi, frammentari e spesso sospesi in modo ambiguo fra ricordo e fantasia.
Nella seconda parte di "Hiroshima mon amour" il giapponese segue la francese per la città durante la notte e ai flashback si sostituisce la voce interiore di lei che commenta ciò che sta accadendo nel presente. Se la prima metà del film era così veloce nel ritmo da disorientare lo spettatore, la seconda rallenta fino a corrispondere al passo di lei, al suo nervoso fuggire e alla paziente attesa dell'uomo: il ritmo, che ci costringe a osservare le sfumature del comportamento dei due, anticipa quello di Antonioni in "L'avventura".
Nel 1959 "Hiroshima mon amour" fu presentato fuori concorso al Festival di Cannes e vinse il premio della Critica Internazionale: le scene di intimità sessuale e lo stile del racconto fecero sensazione, e l'ambigua mescolanza di realismo documentario, evocazioni soggettive e commenti dell'autore costituirono una tappa importante nello sviluppo artistico del cinema di tutto il mondo.
"Hiroshima mon amour" diede a Resnais fama internazionale e il suo film seguente, "L'anno scorso a Marienbad", sviluppò ulteriormente l'ambiguità modernista: fantasia, sogno e realtà si mescolano nella vicenda di tre personaggi che si incontrano in un lussuoso albergo. Il successivo "Muriel", il tempo d'un ritorno non usa il flashback ma continua a rievocare il passato nei film amatoriali di un giovane che ha documentato con la cinepresa il suo traumatico servizio militare in Algeria. Il film solleva questioni politiche ancor più esplicite di "Hiroshima mon amour": la Muriel del titolo, che non vedremo mai, è un'algerina torturata dagli occupanti francesi; Resnais enfatizza l'angoscia del presente in un montaggio pieno di energia, ben più preciso dei jump cuts grezzi della Nouvelle Vague.
La fama di Resnais favorì l'esordio nella regia, oltre a quello di Marguerite Duras, di un'altra figura letteraria: già sceneggiatore di "L'anno scorso a Marienbad", il romanziere Alain Robbe-Grillet passò dietro la macchina da presa con "L'immortale", continuando l'esplorazione di spazi e tempi "impossibili"); il successivo "Trans-Europ-Express" affronta direttamente il tema stesso della narrazione incentrandosi su tre scrittori riuniti in un treno a scrivere del contrabbando internazionale di droga. Entrambi i film mostrano la messa in scena delle loro stesse trame, con tutte le varianti e le revisioni che emergono dalla discussione.
Il fenomeno "Hiroshima mon amour" aiutò anche Agnès Varda a realizzare il lungometraggio "Cléo dalle 5 alle 7". Nonostante il titolo, il film copre 95 minuti nella vita di un'attrice in attesa dei risultati di importanti analisi mediche: per alleggerire la tensione, Agnès Varda spezza il film in 13 "capitoli" e di quando in quando indulge in digressioni. L'esuberanza del film, in sorprendente contrasto con il suo soggetto morboso, lo avvicina ai toni della Nouvelle Vague ma gli esperimenti di manipolazione nella durata della trama hanno il sapore intellettuale tipico della Rive Gauche.
Il successo della Nouvelle Vague e della Rive Gauche durò soltanto pochi anni e alla lunga non servì ad arrestare il calo di spettatori nelle sale francesi. Alcuni film diretti da registi giovani - in particolare "Desideri nel sole" di Jacques Rozier - costarono uno sproposito e ormai, nel 1963, il cinema nuovo non vendeva più: esordire nella regia tornò a essere difficile come dieci anni prima. Produttori tenaci come Georges de Beauregard, Anatole Dauman, Mag Bodard e Pierre Braunberger continuarono a sostenere gli autori più importanti, ma ben più appetibili dal punto di vista commerciale erano registi come Claude Lelouch, il cui "Un uomo, una donna" (Un homme et une femme, 1966) ricorreva a tecniche della Nouvelle Vague per abbellire una storia d'amore assolutarnente tradizionale.
Nonostante tutto, il cinema francese degli anni Sessanta era uno dei più ammirati e imitati in tutto il mondo. La tradizione di qualità era stata soppiantata da un cinema assolutamente moderno.
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