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Storia del Cinema - Disgelo in Unione Sovietica

Sergej Paradžanov Andrei Rubliov - Andrej Tarkovskij Andrej Tarkovskij
1958 - 1967
Il disgelo seguito alla morte di Stalin nel 1953 si esaurì rapidamente, nella sfera politica con il soffocamento della rivoluzione ungherese nel 1956, e in campo artistico con gli attacchi del 1958 al romanzo di Boris Pasternak "Il dottor Zivago". Nel 1961 Kruscev lanciò tuttavia una nuova campagna di destalinizzazione invocando apertura e maggiore democrazia: intellettuali e artisti risposero con entusiasmo favorendo l'emersione di una cultura sovietica più giovane.
Al cinema la maggior parte dei vecchi registi continuò a lavorare secondo tradizione: "La signora dal cagnolino" (Dama s sobačkoj, di Josif Chejfic, 1959) ricorre banalmente alla profondità di fuoco di moda negli anni Cinquanta per raccontare una storia d'amore in una classe in declino. Fedele al suo stile monumentale, Michail Romm assunse una posizione più liberale in "Nove giorni in un anno" (Devjat' dnej odnogo goda, 1962), un film sociale sulle radiazioni atomiche. Anche se Romm era stato uno dei principali autori stalinisti, dopo il disgelo si rivelò un progressista che avrebbe formato e incoraggiato molti dei più importanti registi del dopoguerra.
Una nuova enfasi sulla gioventù affiorò evidente in parecchi film sull'infanzia; altri autori, come i loro colleghi stranieri, si concentrarono su giovani adulti nel mondo contemporaneo: lo scrittore Vasilij Šukšin diresse "Vive così un uomo" (Žvët takoj paren' , 1964), nel quale un bonario camionista scopre in URSS il mondo degli adolescenti.
Il più celebrato dei giovani registi fu Andrej Tarkovskij, figlio di un importante poeta e allievo di Romm alla VGIK. Come molti suoi coetanei, Tarkovskij si interessò al cinema d'arte europeo e in particolare a Bergman, Bresson e Fellini. Il suo primo lungometraggio - "L'infanzia di Ivan" (Ivanovo detstvo, 1962) - vinse i Venezia e divenne uno dei film sovietici più ammirati degli anni ‘60.
"L'infanzia di Ivan" aderisce a molte convenzioni del film sovietico della seconda guerra mondiale fin dalla trama, in cui un ragazzo giura di vendicare la morte dei suoi genitori e diventa una guida per un commando di partigiani; Tarkovskij tratta però questo materiale con un insolito lirismo: la sequenza iniziale - un sogno muto in cui Ivan galleggia fra gli alberi per salutare la madre e bere un po' d'acqua - imposta un insieme di temi visivi. Dopo che Ivan muore ucciso dai nazisti, il film si conclude con una luminosa sequenza di immagini fantastiche. L'ambiguità è tipica del cinema artistico degli anni Sessanta: la sequenza potrebbe essere l'ultimo sogno di Ivan o la libera elaborazione o commento dell'autore.
La nuova libertà ebbe vita breve: quando Kruscev denunciò "Mne dvadcat' Let" (Ho vent'anni, di Marlen Khutsiev, 1963) come un insulto alle vecchie generazioni, per il cinema nuovo cominciarono i problemi. Nel 1964 Kruscev stesso fu costretto a dimettersi e alla guida del Partito gli subentrò il conservatore Leonid Breznev: sotto la rubrica "sviluppo armonico", questi bloccò le riforme e strinse le maglie del controllo sulla cultura. I film anticonformisti furono girati di nuovo o messi al bando: "Storia di Asia Kljafina che amò senza sposarsi" (Asino Scast'e - Istorija Asi Kljačinoj, kotoraia ljubla, da nevysla zamuz) di Andrei Končalovskii, ultimato nel 1966, fu messo al bando con l'accusa di oltraggio alla vita contadina; "Commissario del popolo" (Kommissar, 1967) di Alexander Askoldov fu soppresso per aver dipinto personaggi ebrei in modo positivo; quanto a Grigorii Cuchrai, quando fu bloccato il suo "Inizio di un'epoca sconosciuta" (Nachalo nevedomago veka, 1967) chiuse il suo studio sperimentale.
Il destino del secondo lungometraggio di Tarkovskij esemplifica gli ostacoli che attendevano i cineasti: "Andrei Rubliov" - un lungo e cupo dramma sulla vita di un pittore di icone del quindicesimo secolo - seguiva la stessa strategia de "L'infanzia di Ivan" partendo da un genere popolare (in questo caso la biografia di un grande artista) e facendone il veicolo di immagini poetiche e misteriose. "Andrei Rubliov" poteva essere letto come un'inquietante allusione al presente: circondato dalla crudeltà e dalla depravazione, Rubliov smette di parlare, rinuncia alla pittura e abbandona la Fede. Qualcuno vi riconobbe un'allegoria di come l'arte sia soffocata dall'oppressione e gli amministratori della Goskino negarono al film la distribuzione.
Nonostante le pressioni politiche, molti film dell'era brezneviana affrontavano temi di particolare interesse per i giovani e gli intellettuali. Sulla scena si imposero due registe importanti: Larisa Šepit'ko, che in "Kryl'ja" (Ali, 1966) racconta di una donna pilota costretta a cambiare mestiere e a divenire supervisore scolastico, e Kira Muratova, il cui "Korotkie v strechi" (Brevi incontri, 1968) ci mostra un uomo dal duplice punto di vista di due donne innamorate di lui.
Gli studi delle Repubbliche sovietiche, più vicini alle tradizioni popolari e meno vulnerabili alle censure ufficiali, produssero alcuni film di ambigua poesia. Il più anziano dei "nuovi" registi, Sergej Paradžanov, era cresciuto in Georgia, si era laureato alla VGIK nel 1951 e negli anni Cinquanta aveva realizzato in Ucraina diversi film. Il suo "Le ombre degli avi dimenticati" (Teni zabytych predkov, 1965) descrive un uomo ossessionato dalla morte della donna che amava, un soggetto popolare raccontato però con una raffica di trovate convulsamente moderniste e ripreso con una mobilissima macchina amano che sobbalza veloce tra i paesaggi: Paradžanov ci propone inquadrature prese dai tetti delle case, composizioni di staticità cerimoniale e brusche immagini soggettive. Lo stile aggressivo di Paradžanov indusse le autorità a limitare la circolazione del film in URSS ma gli consentì anche di raccogliere oltre una dozzina di premi internazionali.
Una volta stabilizzato il regime di Breznev, Paradžanov, Tarkovskij e altri innovatori incontrarono serie difficoltà a realizzare nuovi progetti. L'industria e il Partito produssero invece il colossale "Guerra e pace" (Vojna i mir, 1967, di cui sono giunte in Italia solo due parti, delle quattro che compongono l'originale) di Sergej Bondarčuk, emblema ufficiale del cinema sovietico. Il film fu strombazzato come la produzione più costosa della storia ed ebbe enorme successo nei mercati esteri: Bondarčuk vi inserì con rispettosa cautela qualche tocco di stile ricercato (ralenti, macchina a mano) ma nel complesso non fece che rilanciare la tradizione monumentale. Fu l'inizio di un nuovo periodo di stabilizzazione - più tardi definito stagnazione - in cui il cinema e le altre arti dell'Unione Sovietica non avrebbero più avuto modo di esplorare nuove strade fino ai primi anni ‘70.
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