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Storia del Cinema - Cina: la Rivoluzione Culturale

Il distaccamento femminile rosso - Pan Wenzhan, Fu Jie,1971 Jiang Qing e Mao Tse-tung
1966 - 1976
Il "cinema rivoluzionario" della Repubblica Popolare Cinese era molto diverso da quello del resto del Terzo Mondo: come a Cuba, il governo comunista controllava la produzione cinematografica, ma mentre l'ICAIC incoraggiava la sperimentazione, la Cina optò per una concezione del cinema rivoluzionario severa e dogmatica.
Dopo la rivoluzione del 1949, il cinema cinese, similmente a quello sovietico del dopoguerra, alternò periodi di rigido controllo da parte del governo a fasi di liberalizzazione. Nei primi anni ‘60, i registi godettero di notevole autonomia, ma nel 1966 un imprevisto cambiamento politico portò a un periodo di repressione senza eguali nel dopoguerra.
Sebbene Mao Tse-tung rimanesse il leader venerato della rivoluzione e del Partito Comunista, in politica era diventato marginale: chi deteneva realmente il potere era il presidente della Repubblica, Liu Shao-chi, e il segretario generale del Partito, Teng Hsiao-ping. Essi introdussero delle riforme che permettevano agli agricoltori alcune iniziative private, premiavano con incentivi i lavoratori più produttivi e richiedevano esami d'ammissione alle università. Mao, che sosteneva la totale uguaglianza escludendo qualsiasi forma di imprenditorialità capitalista, cercò di riconquistare il potere dichiarando nel 1966 Mao dichiarò la "grande rivoluzione culturale del proletariato".
Verso la fine degli anni ‘60 il Partito era composto quasi interamente da maoisti; il presidente Liu era stato arrestato e morì in prigione; Teng venne esiliato in campagna.
Durante le rivoluzione culturale, le arti erano controllate con estrema rigidità. La moglie di Mao, Jiang Qing, faceva parte di un gruppo di alti funzionari, successivamente nominato la "banda dei quattro", che aveva il compitodi occuparsi della cultura. Jiang Qing, che negli anni ‘30 aveva recitato in film di secondaria importanza, supervisionò la creazione di un cinema maoista. La sua prima iniziativa fu la chiusura dell'industria cinematografica: vennero banditi tutti i film stranieri e quelli cinesi girati prima del 1966, e nessun nuovo titolo cinese venne distribuito fra il 1966 e il 1969. Al cinema, il pubblico vedeva solo cinegiornali, la maggior parte dei quali mostrava Mao che passava in rassegna le truppe o sfilava a cavallo nelle parate.
Jiang Qing e i suoi collaboratori cercarono un approccio ideologicamente accettabile al cinema di finzione, arrivando a definire un genere chiamato "espressione del modello rivoluzionario". I film a esso appartenenti erano versioni di rappresentazioni teatrali che combinavano forme attualizzate dell'opera di Pechino, balletto tradizionale e temi militari rivoluzionari. Questi furono gli unici film realizzati fra il 1970 e il 1972; di essi solo sette vennero distribuiti, per essere proiettati incessantemente.
Il più famoso di questi film è "Il distaccamento femminile rosso" (Hongse niangzijun, di Pan Wenzhan e Fu Jie, 1971), registrazione di un balletto del 1964. Il balletto, la cui colonna sonora era stata realizzata da un collettivo di compositori, parlava di un distaccamento di donne-soldato realmente esistito durante la guerra civile cinese degli anni ‘30.
La mancanza di dialogo e la semplicità dell'azione facilitarono la comprensione della storia ai contadini. I personaggi sono quelli tipici del cinema comunista sovietico e cinese: il proprietario terriero sadico, il buon capo maoista, la protagonista vendicativa che deve imparare la disciplina comunista. Eliminando qualsiasi sviluppo psicologico, la trama si concentra sulla preparazione del distaccamento alla battaglia cruciale. Le ballerine indossano le scarpe da danza e camminano sulle punte, ma impugnano anche i fucili e assumono pose aggressive. I registi cinesi non adottarono mai forme di cinema diretto, preferendo le riprese in studio, delle quali avevano una lunga esperienza e che ricordavano il cinema hollywoodiano degli anni ‘30. In "Hongse niangzijun", le scene sono girate come su un palcoscenico teatrale, con alberi e tendaggi artificiali.
Dal 1973 cominciarono ad apparire altri tipi di film, tutti incentrati su argomenti politici, con personaggi standard che praticavano la dottrina maoista. "Basta con le vecchie idee" (Juelie, di Li Wenhua, 1975) è un dramma su una scuola agricola e illustra la schematicità con cui venivano trattate le idee di Mao. Egli, infatti, aveva scritto che i giovani erano i suoi "successori rivoluzionari", ma riteneva anche che essi non dovevano essere istruiti, poiché l'istruzione li avrebbe avvantaggiati nei confronti della gente comune, rendendoli elitari: le università non dovevano usare criteri di ammissione severi, che avrebbero escluso contadini e operai.
In "Juelie", un maoista convinto, Long, diventa responsabile di una scuola dalla quale gli amministratori hanno escluso i contadini e gli operai analfabeti. Long esamina i giovani e ammette un ragazzo pieno di entusiasmo solo perché ha lavorato come maniscalco. Altri contadini raccomandano una donna violentata da un proprietario terriero prima della rivoluzione e che da allora è diventata un'esperta coltivatrice di riso. Quando Long le chiede se sa leggere e scrivere, lei scrive: "Il presidente Mao è il nostro salvatore"; in un crescendo di musica trionfante, la donna viene immediatamente accettata nella scuola.
La rivoluzione culturale resistette fino agli anni ‘70. Mentre Mao invecchiava, la banda dei quattro continuava inesorabilmente la sua politica. Dopo la morte di Mao, avvenuta nel settembre del 1976, Teng Hsiao-ping, che era stato riabilitato nel 1973, prese il potere. I componenti della banda dei quattro vennero arrestati nell'ottobre del 1976 e condannati due anni dopo.
La rivoluzione culturale devastò la Cina: una generazione perse l'opportunità di studiare e lo sviluppo industriale si bloccò. Anche nel cinema la rivoluzione culturale provocò quelli che i cinesi chiamano "i dieci anni perduti". Solo all'inizio degli anni ‘80 fu possibile vedere i segni di una ripresa.
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