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Storia del Cinema - URSS, Dissenso e Stagnazione

Solaris - Andrej Tarkovskij,1972 Il colore del melograno - Sergej Paradžanov,1969 Andrei Rubliov - Andrej Tarkovskij,1969
1969 - 1977
Anche se non ci fu una "primavera di Mosca", i primi anni ‘60 produssero in Russia un movimento giovanile simile a quello cecoslovacco. Gli studenti analizzavano la storia del comunismo e discutevano della condotta del Partito Liberali e credenti formarono organizzazioni dissidenti e favorevoli alla democrazia. Quando i carri armati sovietici invasero la Cecoslovacchia, i contestatori si riversarono nella piazza Rossa.
Di fronte a un'economia in declino e al conflitto con la Cina, il segretario di Partito Leonid Brežnev scelse una politica di distensione con l'Occidente, mentre verso i dissidenti del fronte interno optò per la repressione. Nel 1970 Aleksandr Solženicyn vinse il Premio Nobel per la letteratura, ma dopo la pubblicazione di "Arcipelago Gulag" (1973), che rivelava gli orrori dei campi di prigionia di Stalin, fu espulso dal Paese.
Per quanto riguarda il cinema, la produzione era di circa 130 film all'anno. Il nuovo blocco voleva un ritorno al realismo socialista, che aveva assunto il nome di "realismo pedagogico". Tornarono sugli schermi i vigorosi operai delle fabbriche e gli eroi della seconda guerra mondiale. Alcuni dei registi giovani più originali, come ad esempio Vasilij Šukšin, produssero adattamenti letterari ben confezionati. Alla fine degli anni ‘60 Andrej Končalovskij aveva proposto un film su Che Guevara, ma anche lui tornò a fonti più sicure, come Turgenev per "Nido di nobili" (Dvorjanskoe gnezdo, 1969).
Nelle varie repubbliche dell'URSS, tuttavia, gli intensi nazionalismi antirussi diedero vita a un "cinema poetico". Il lirismo contadino di Dovženko offriva ai registi un precedente lontano e "Le ombre degli avi dimenticati" (Teni zabytych predkov, 1965) di Sergej Paradžanov, riaprì la strada a una trattazione personale delle tradizioni popolari. "Pirosmanišvili" (1969) di Georgij Šengelaja usava il genere biografico per descrivere la vita di un pittore popolare, un soggetto che aveva in sé connotazioni nazionalistiche, ma che permetteva anche sperimentazioni a livello quasi astratto. Sullo stesso versante si possono collocare "L'uccello bianco con la macchia nera" (Belaja pitca s černoj otmetinoj, 1972), dell'ucraino Juri Iljenko, e "Pastorale" (Pastoral', 1977), del georgiano Otar Ioseliani.
Altri due registi legati alla tendenza poetica emersero come figure centrali del nuovo cinema sovietico. "Andrei Rubliov" di Andrej Tarkovskij, la cui vicenda produttiva comincia nei primi anni ‘60, venne proiettato per la prima volta a Parigi nel 1969. Dopo aver ottenuto vasto favore all'estero, venne distribuito in URSS. A quel tempo Tarkovskij aveva già terminato il suo terzo film, "Solaris" (Id., 1972), decantato da molti come la risposta sovietica a "2001: Odissea nello spazio" (2001: A Space Odyssey, di Stanley Kubrick, 1968). La descrizione ambigua delle delusioni del protagonista è motivata dalla premessa del viaggio nello spazio, ma tipicamente tarkovskiani sono i passaggi di mistica contemplazione: erbe che si attorcigliano sott'acqua, un'autostrada senza fine, solenni immagini finali. Tarkovskij voleva evitare il messaggio ideologico: "L'immagine non è un determinato significato, espresso dal regista, ma un mondo intero riflesso in una goccia d’acqua".
Il riflesso del mondo dell'artista è portato all'estremo ne "Lo specchio" (Zerkalo, 1975), un poetico insieme di ricordi infantili, brani documentaristici e immagini fantastiche. Mentre la voce fuori campo di Tarkovskij recita poesie del padre, la macchina da presa scivola attraverso una stanza, inquadrando prima un gatto che lecca una pozza di latte e poi la madre in lacrime, alla finestra, mentre guarda la pioggia. Un granaio brucia durante un acquazzone; un uomo viene quasi spazzato via in un paesaggio ventoso; una donna levita verso l'alto. Mentre il più tradizionale "Schiava d'amore" (Raba ljubvi, di Nikita Michalkov, 1976) otteneva successo ifiternazionale, le autorità sovietiche dichiararono "Lo specchio" incomprensibile e ne penalizzarono gravemente la distribuzione.
Sergej Paradžanov rimane l'esempio più vivido di come, nel cinema sovietico, il privato diventò politico. Dopo aver ottenuto grande successo in tutto il mondo con il suo film ucraino"Le ombre degli avi dimenticati", usò la fama acquisita per protestare contro il trattamento dei dissidenti. Arrestato nel 1968, fu accusato di "nazionalismo ucraino"; al suo rilascio venne trasferito in Armenia dove, nel 1969, girò "Il colore del melograno" (Sayat Nova). Anche se la sceneggiatura è basata sulla vita del poeta armeno Sayat Nova, un prologo ci informa che il film non è una biografia convenzionale. Lunghi totali ci presentano personaggi, animali e oggetti in severi quadri frontali. Il montaggio serve principalmente a legare queste inquadrature o a interrompere gli statici ritratti con tagli stridenti. La messa in scena del film presenta l'immaginario poetico di Sayat Nova: libri infradiciati aperti ad asciugarsi sui tetti, tappeti che sanguinano mentre vengono lavati, piume di pollo che cadono sul poeta morente. Sebbene lo stile di Paradžanov sia molto diverso da quello di Tarkovskij, entrambi contemplano le mutevoli caratteristiche degli oggetti nel lento scorrere del tempo.
"Il colore del melograno" fu probabilmente il film sperimentale più scioccante realizzato in URSS dalla fine degli anni ‘20. Venne immediatamente insabbiato, anche se nel 1971 ne fu distribuita, in misura limitata, una versione più corta e riveduta (quella disponibile oggi). Essendogli stato proibito di dirigere, Paradžanov contrattaccò scrivendo un pamphlet sulle sue vicissitudini e sui problemi del cinema sovietico. Nel gennaio del 1974 venne accusato di omosessualità, traffico di opere d'arte rubate e "istigazione al suicidio", per essere poi condannato a molti anni di lavori forzati.
Nel blocco orientale, la linea del realismo socialista costringeva l'artista a servire la società - o meglio, il suo rappresentante: il Partito Comunista. I principali registi dell'Europa orientale, come Chytilová, Jancsó e Makavejev, ritenevano di essere in armonia con una determinata idea di socialismo, anche se malvista in quel momento; il cinema poetico di Tarkovskij e Paradžanov, invece, presentava la visione di un artista indipendente da tutti i bisogni della collettività. I loro film profondamente personali sfidavano sfacciatamente l'ortodossia sovietica, ricordando alcune correnti occidentali che cercavano la liberazione politica attraverso la libera immaginazione dell'individuo.
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