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Storia del Cinema - Recessione e Ringiovanimento dell'Industria

Easy Rider - Dennis Hopper,1969 Apocalypse Now - Francis Ford Coppola,1979 Il ritorno dello Jedi - Richard Marquand,1983[Manifesto]
1969 - 1993
Le megaproduzioni degli anni ‘60 batterono ogni precedente record d'incassi. I produttori investirono voracemente grandi somme in vari blockbuster, nella speranza di aver trovato una soluzione alla minaccia della televisione, ma in alcuni casi andarono incontro a gravissimi disastri finanziari. Allo stesso tempo, le principali compagnie dovettero far fronte alla concorrenza di "instant majors", canali televisivi che cominciarono a produrre film per le sale.
La prosperità degli anni ‘60 finì; fra il 1969 e il 1972 le principali compagnie persero 500 milioni di dollari. Gli esercenti cominciarono a costruire sale all'interno dei centri commerciali e a dividere vecchi cinema in due o più sale: il risultato fu una serie di sale piccolissime con una pessima qualità della visione e del sonoro.
I produttori andarono alla ricerca di nuovi modi per attrarre il pubblico. Una possibilità provenne dai mutamenti nei criteri nazionali di censura: nel 1968 le società aderenti alla MPAA crearono un sistema di valutazione codificato dalle lettere dell'alfabeto: G (general: ammesse tutte le età), M (mature: adulti e giovani maggiorenni), R (restricted: gli spettatori di età inferiore ai sedici anni devono essere accompagnati da un genitore oda un tutore) e X (i minori di sedici anni non sono ammessi). Il nuovo liberalismo diede la possibilità a film come "Il mucchio selvaggio" (The Wild Bunch, di Sam Peckinpah, 1969) e "Un uomo da marciapiede" (Midnight Cowboy, di John Schlesinger, 1969) di arrivare in vetta alle classifiche.
I produttori costretti a darsi da fare per porre rimedio alla recessione notarono anche che "Il laureato" (The Graduate, di Mike Nichols, 1967) e "Bonnie and Clyde" (Gangster Story, di Arthur Penn, 1967) avevano venduto un'enorme quantità di biglietti rivolgendosi al pubblico giovane. Gli studios lanciarono così una serie di film giovanili (youthpix) che affrontavano temi non trattati dalla televisione: il prototipo fu "Easy Rider" (Id., di Dennis Hopper, 1969), cronaca del viaggio in motocicletta di due spacciatori di droga attraverso l'America. Realizzato con meno di mezzo milione di dollari, divenne uno dei film di maggior successo dell'anno e scatenò un'orda di imitazioni.
I film giovanili trattavano temi come la ribellione universitaria ("Fragole e sangue", The Strawberry Statement, di Stuart Hagmann, 1970), la controcultura ("Alice's Restaurant", Id., di Arthur Penn, 1969), ma comprendevano anche film nostalgici ("L'ultimo spettacolo", The Last Picture Show, di Peter Bogdanovich, 1971) e commedie anarchiche ("M*A*S*H*", di Robert Altman, 1970; "Harold e Maude", di Hal Ashby, 1971). Anche il film italiano di Bruno Bozzetto "Allegro non troppo", una parodia di "Fantasia" (Id., 1940), ottenne un certo successo dovuto anche alla reputazione di capolavoro del film Disney.
All'inizio e alla metà degli anni ‘70 l'industria beneficiò anche di un certo numero di successi basati sui generi tradizionali - "Patton, generale d'acciaio" (Patton, di Franklin Schaffner, 1973), il film di guerra; "Il violinista sul tetto" (Fiddler on the Roof, di Norman Jewison, 1971), il film musicale; "La stangata", (The Sting, di George Roy Hill, 1973), la commedia di gangster - e in alcuni casi tornò alla strategia del blockbuster degli anni ‘60, ma colpiscono maggiormente quei film, a volte a basso e medio costo, di registi giovani o sconosciuti che ottennero un enorme successo commerciale: "Il padrino" (The Godfather, di Francis Ford Coppola, 1972), "L'esorcista" (The Exorcist, di William Friedkin, 1973), "American Graffiti" (Id., 1973) e "Guerre Stellari" (Star Wars, 1977) di George Lucas, "Rocky" (Id., di John Avildsen, 1976), "Lo squalo" e "Incontri ravvicinati del terzo tipo" (Close Encounters of the Third Kind, 1977) di Steven Spielberg.
Dall'inizio alla metà degli anni ‘70, gli studios che avevano da poco scampato la minaccia della bancarotta ottennero profitti mai raggiunti prima: "Lo squalo" superò i 100 milioni di dollari d'incasso solo negli Stati Uniti; "Guerre stellari" arrivò a quasi 200 milioni di dollari che, nel 1980, erano diventati 500 grazie alla circolazione del film in tutto il mondo.
Ogni anno, solo una decina di titoli "da non perdere" facevano il tutto esaurito, mentre la maggior parte dei film prodotti dalle major non riusciva neanche a recuperare i costi. Le major distribuirono non più di 150 film all'anno, facendo uscire le loro megaproduzioni nei periodi di vacanza, in estate e a Natale.
Dato che gli spettatori continuavano ad andare a rivedere "Lo squalo", i distributori si resero conto che era conveniente estendere i periodi di programmazione dei film importanti. Nel pianificare le produzioni, gli studios optarono per i sequel e le serie basate su successi come "Rocky", "Guerre stellari" e la trilogia di Indiana Jones lanciata con "I predatori dell'arca perduta" (Raiders of the Lost Ark, di Steven Spielberg, 1981).
Il boom degli anni ‘70 spinse nuove compagnie a entrare nell'industria cinematografica come le "mini-major" Orion e Cannon, oltre a società indipendenti dal budget limitato, ma il mercato restava governato dai soliti noti. Le sette compagnie che dominavano la produzione controllavano anche la distribuzione: la Warner Communications, la Gulf + Western (Paramount), la Disney, la MCA (Universal), la MGM/UA Corporation, la 20th Century-Fox e la Columbia, pur producendo solo un terzo dei film distribuiti negli Stati Uniti, raccoglievano più o meno il 90% di tutte le entrate.
I registi di successo ottennero un controllo maggiore sui loro progetti ed i budget si gonfiarono a dismisura: le riprese di "Apocalypse Now" (Id., di Francis Ford Coppola, 1979), durarono tre anni e il film costò più di 30 milioni di dollari per una durata iniziale di sette ore e mezzo. I costi medi di produzione e di distribuzione di un film salirono da circa 16 milioni di dollari nel 1983 a oltre 40 milioni di dollari nel 1992, ma l'industria continuò a prosperare. Nel 1990 gli incassi dei film hollywoodiani nel mondo raggiunsero un record di 3 milioni e mezzo di dollari, la vendita dei biglietti si mantenne costante e in mercati chiave come il Giappone e l'Australia aumentò. "E.T." (Id., di Steven Spielberg, 1982) fu il primo film a superare i 200 milioni di dollari, seguito da "L'impero colpisce ancora" (The Empire Strikes Back, di Irvin Kershner, 1980), "Il ritorno dello Jedi" (Return of the Jedi, di Richard Marquand, 1983), "Ghostbusters" (Id., di Ivan Reitman, 1984), "Batman" (Id., di Tim Burton, 1989), la serie di Indiana Jones diretta da Steven Spielberg, "Balla coi lupi" (Dances with Wolves, di Kevin Costner, 1991), "Jurassic Park" (Id., di Steven Spielberg, 1993).
I produttori si resero conto che questi successi potevano essere sfruttati in una misura che non aveva precedenti. I sequel, che avevano avuto un andamento irregolare prima degli anni ‘70, ebbero un grande successo con "Il padrino - Parte II" (The Godfathet; Part II, di Francis Ford Coppola, 1974) e con i capitoli successivi di "Rocky", "Rambo" e "Star Trek" (Id., di Robert Wise, 1979). Le serie, a lungo associate con film di serie B, vennero considerate un buon investimento dopo il successo dei film di James Bond. Iniziò l'epoca delle "sinergie": il film diventava una pedina in una più ampia strategia di marketing che coinvolgeva l'etichetta discografica della compagnia, i suoi canali televisivi e il merchandising. La Warner Communications Incorporated rinnovò l'immagine di Batman nei fumetti prima di realizzare il film "Batman" (Id., di Tim Hurton, 1989) che, in cambio, produsse una marea di gadget e due album.
Le principali compagnie continuarono a essere acquistate da grandi società non americane: la giapponese Matsushita comprò la MCA (Music Corporation of America) e la Universal, mentre la Sony acquistò la Columbia; la Pathé Communications acquisì la MGM, ma dopo che questa ebbe accumulato un'enorme quantità di debiti, fu la banca francese Credit Lyonnais a rilevarla nel 1992. Anche gli incassi negli Stati Uniti aumentarono in maniera costante, sebbene le percentuali sempre crescenti chieste dai distributori spesso limitassero i profitti dei gestori delle sale. I film venivano sempre più spesso finanziati dietro garanzie fornite dagli esercenti che si accollavano i rischi maggiori pur di avere l'ultimo film di Lucas o di Spielberg. I gestori delle sale cominciarono anche a sostituire i locali scalcinati con sale tenute meglio e più lussuose. La Cineplex Odeon, una società canadese che puntava sulla tecnologia e sul comfort, inaugurò la tendenza a costruire cinema multiplex. Verso la fine degli anni ‘80 il numero di sale negli Stati Uniti era salito a circa 24.000 - un vero e proprio record nel dopoguerra - la maggior parte delle quali si trovava in aree suburbane, mentre scompariva il cinema di paese.
Presto i gruppi che possedevano le compagnie di produzione e di distribuzione cinematografica cominciarono ad acquistare catene di sale: nel 1991 la MCA possedeva sia la Cineplex Odeon che la Universal Studios. Questa tendenza scavalcò i decreti anti-monopolio del 1948 e segnò il ritorno della compagnia a concentrazione verticale tipica dell'epoca degli studios hollywoodiani
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