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Storia del Cinema - Europa Orientale: il Crollo dei Regimi

L'uomo di ferro - Andrzej Wajda,1980[Manifesto] La doppia vita di Veronica - Krzysztof Kieslowski,1991 Solidarnosc
1973 - 1991
Nel giugno del 1989 Michail Gorbaciov riconobbe ai Paesi dell'Europa orientale un grado maggiore di autodeterminazione. Nel 1989 Germania orientale, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania sterzarono verso la democrazia e riforme economiche in senso liberista; il 9 novembre venne abbattuto il muro di Berlino; meno di due anni dopo un colpo di stato sventato contro Gorbaciov fu la causa del crollo del Partito Comunista nella stessa Unione Sovietica.
Negli anni precedenti, la Polonia, l'Ungheria e altri Paesi orientali calmarono le loro popolazioni con riforme economiche e aiuti per migliorare le condizioni di vita; la prosperità dell'Europa orientale, tuttavia, era artificiale e sostenuta dal controllo dei prezzi. L'aumento del prezzo del petrolio da parte dell'OPEC nel 1973 fu tra le cause di uno scontento popolare generale. Nuove forze per il cambiamento, come sindacati, gruppi nazionalisti, e persino organi religiosi, cominciarono a intaccare i regimi comunisti.
Gli eventi più importanti accaddero in Polonia. Nel 1976-1977, contro il tentativo del governo di alzare i prezzi furono organizzati un gran numero di scioperi. Lech Walesa e altri operai fondarono un nuovo sindacato, Solidarnosc, che divenne presto una sorta di fronte popolare che si proponeva come obiettivo la trasformazione della Polonia in una "repubblica autogovernata". Il regime rispose dichiarando Solidarnosc illegale, i capi del sindacato vennero arrestati e l'organizzazione diventò clandestina. Quando nel 1985 Gorbaciov annunciò che il governo sovietico non avrebbe appoggiato l'invasione di una Nazione sovrana, il governo polacco cominciò a negoziare con Solidarnosc. Alle elezioni dell'estate del 1989 Walesa fu eletto presidente della nuova Polonia.
La libertà politica, tuttavia, si dimostrò alla fine dannosa per la produzione cinematografica.
In Germania orientale il realismo socialista resisteva, controbilanciato da tendenze verso un cinema giovane e più aggressivo. La fine del regime di Honecker nel 1989, seguito dalla riunificazione con la Germania occidentale l'anno successivo, lasciò in difficoltà i registi più tradizionalisti. Dopo la riunificazione, i film tedeschi raccoglievano solo il 10% degli incassi nazionali.
In Iugoslavia, un movimento cinematografico indipendente che stava emergendo, la produzione fortemente decentralizzata sostenuta finanziariamente dalla televisione e lo spostamento verso la privatizzazione furono annientati dal crollo economico del Paese alla metà degli anni ‘80. Nel 1991 ebbe inizio una guerra etnica che distrusse la società civile.
Il cinema dell'Europa orientale si spostò dalla stagnazione della metà degli anni ‘70 verso la desolante situazione degli anni ‘90. Il cinema ungherese fu quello che subì i cambiamenti meno radicali: negli anni ‘70 il Paese fu sconvolto dalle riforme all'interno dell'economia socialista; il Partito Comunista, pur mantenendo uno stretto controllo, aveva tollerato le elezioni con più candidati e la censura si era relativamente allentata.
Di conseguenza, il cinema ungherese produsse mediamente fra i dodici e i venti film l'anno. Dopo aver lavorato in Italia, Miklós Jancsó ritornò in Ungheria; lavorò con regolarità, ma nessuno dei suoi film fu applaudito con lo stesso entusiasmo con cui erano state accolte le sue opere precedenti, e alcuni film furono più smaccatamente commerciali come "Vizi privati, pubbliche virtù" (1976), dall'esplicito contenuto sessuale. In campo internazionale fu István Szabó ad avere il
successo maggiore, realizzando in Germania occidentale opere ad alto budget e di alte ambizioni.
La situazione cecoslovacca era meno serena. Il governo mise in atto severe restrizioni dopo la Primavera di Praga stringendo il controllo sulle unità cinematografiche.
Molti registi emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Europa occidentale.
Dei registi della Nová Vlna che rimasero, Jiří Menzel non diresse film realizzò dopo il 1976 diverse commedie agrodolci, in particolare "Il mio dolce paesino" (Vesnicko ma stredisková, 1986), che ottenne un grande successo in Cecoslovacchia e nei cineforum stranieri. Věra Chytilová tornò alla regia con "Il gioco della mela" (Hra o jablko, 1976), una parodia dei rapporti sociali che fu distribuita all'estero nonostante la disapprovazione degli organi ufficiali.
Dopo la rivoluzione del 1989, le opere più importanti che erano state bandite dai circuiti cinematografici vennero alla luce. Il pubblico di tutto il mondo poté vedere quello che i censori avevano proibito e riassaporare la vivacità della Primavera di Praga. "Allodole sul filo" (1969) di Menzel venne rimesso in circolazione e vinse l'Orso d'oro a Berlino vent'anni dopo essere stato girato.
A esprimere la forza più vitale nel cinema dell'Europa orientale di quel periodo fu la Polonia, che offriva ai registi un certo spazio per la critica sociale. All'inizio degli anni ‘70 i registi privilegiavano soggetti storici e letterari a basso rischio; a metà del decennio, in sincronia con lo scontento popolare nei confronti della politica economica, emerse il "cinema di interesse morale".
Un primo esempio è "L'uomo di marmo" (Czlowiek z marmoru, di Andrzej Wajda, 1976), indagine su un "operaio modello" degli anni ‘50: una regista cerca di scoprire perché Birkut, un fedele muratore, è stato cancellato dalla storia. In una consapevole citazione di "Quarto potere", le sue interviste con persone che conoscevano Birkut incorniciano lunghi flashback.
Insieme a "Colori mimetici" (Barwy ochronne, 1976) di Krzysztof Zanussi, una descrizione del conformismo e dell'idealismo in un campo estivo per studenti universitari, "L'uomo di marmo" fu il segnale del nuovo scontento nei confronti del regime.
Con gli scioperi di Solidarnosc galvanizzarono, l'ambiente cinematografico si strinse intorno alla causa. Dall'unità produttive supervisionate da Wajda e Zanussi arrivarono opere che riflettevano un nuovo realismo. Il film più famoso fu "L'uomo di ferro" (Czlowiek z zelaza, di Wajda, 1980), seguito de "L'uomo di marmo", in cui Agnieszka e il figlio di Birkut spingono la loro indagine negli anni ‘60 e ‘70. "L'uomo di ferro", attaccando il governo con un'audacia senza limiti, divenne presto il film polacco più visto nella storia.
Quando il governo abolì le conquiste di Solidarnosc, i registi che si erano esposti ne sentirono i contraccolpi. L'instaurazione della legge marziale portò alla chiusura di tutte le sale per due mesi, bandì diversi film e incoraggiò i registi a produrre musical, commedie, film sexy e opere in costume. Alcuni registi emigrarono, ma gradualmente le restrizioni si allentarono: presto molti film cominciarono a criticare l'imposizione della legge marziale e, con la riapertura del negoziato fra il governo e Solidarnosc, i registi polacchi tornarono al cinema di impegno morale. L'autore più significativo fu Krzysztof Kieslowski: ne "Il cineamatore" (Amator, 1979), un operaio cerca di fare un film amatoriale sulla sua fabbrica, ma si scontra con problemi di onestà e buona fede. "Destino cieco" (Przypadek, 1981) presenta tre trame alternative, segnalando le scelte di vita che un uomo ha a sua disposizione: diventare un leader di partito, un oppositore o un apolitico. "Senza fine" (Bez Konca, 1984) è il suo film più coraggioso contro la legge marziale. Fondendo in maniera pungente il religioso e il profano, la sua serie televisiva "Decalogo" (Dekalog, 1988) prevede una storia per ognuno dei dieci comandamenti.
All'alba delle rivoluzioni del 1989, in diverse industrie cinematografiche si stavano preparando le riforme: la Iugoslavia riconobbe l'autonomia agli studi cinematografici regionali; l'Ungheria e la Polonia abolirono il monopolio statale sul cinema e concessero l'indipendenza alle unità produttive; dopo gli eventi del 1989,la Cecoslovacchia sciolse il suo dipartimento cinematografico centrale; nell'Europa orientale le compagnie cinematografiche furono privatizzate e accolsero l'entrata di capitali provenienti dall'Occidente, mentre la censura fu letteralmente abolita.
La nuova situazione scatenò una serie ininterrotta di problemi, un aumento dei prezzi che fece diminuire l'affluenza del pubblico, così come fece l'home video, sebbene penetrato in ritardo nel mercato dell'Europa orientale. I film americani, a lungo esclusi dall'Europa orientale, inondarono il mercato, come era già successo nel resto dell'Europa dopo il 1945. I prodotti locali erano proiettati difficilmente e comunque solo in piccoli cineforum.
Ai registi non rimase altra possibilità che quella offerta dal cinema globale. Molti registi sognavano un successo come quello de "La doppia vita di Veronica" (La double vie de Vironique, 1991) di Kieslowski. Con una trama tipica del cinema d'arte che mette in scena due donne apparentemente uguali che vivono in due Paesi diversi, il film ha trovato un pubblico in tutto il mondo. Girato in Polonia e Francia, "La doppia vita di Veronica" è stato finanziato dalla compagnia di proprietà di Kieslowski, da una società di produzione francese e da Canal Plus.
Pochi registi hanno tratto vantaggio dalle coproduzioni. Dopo aver sciolto il Patto di Varsavia nel 1991, l'Europa orientale ha chiesto di entrare a far parte della Comunità Europea. Alcuni registi hanno cominciato a ottenere fondi da Eurimages, ma molti hanno impiegato molti anni solo per raggiungere la posizione pur difensiva e ostacolata di gran parte dei loro colleghi dell'Europa occidentale.
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